NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

21^ Puntata

La città location

NAPOLI A MANO ARMATA

di Antonio Tedesco

 

Da Processo alla città, a La sfida, a Le mani sulla città, un filo rosso, anzi grigio, si dipana lungo l'altra storia di Napoli. Quella parallela e sommersa, anche se purtroppo più famosa, del malaffare, della criminalità, delle connivenze politico-malavitose che si stabiliscono tra società civile e criminalità organizzata.

Ma dopo Le mani sulla città, del 1963, che – come abbiamo già visto - denuncia i metodi e le finalità del nuovo corso politico, amministrativo e imprenditoriale che si sta aprendo con l'avvento degli anni Sessanta, è come se ci fosse, nel cinema di ispirazione napoletana, un lungo momento di sospensione. Un'attesa, nel mentre gli scenari si modificano e il nuovo assetto della realtà urbanistica e sociale, e quindi della vita cittadina, va definendosi. A giochi compiuti un nuovo cinema fiorirà esprimendo le novità e i cambiamenti che tali, rinnovati, sfondi hanno determinato. Il genere cosiddetto “poliziottesco”, che attraversa e si insedia in tutte le città italiane (in particolare, Roma, Milano e Genova, oltre Napoli) trova in questo modificato assetto della realtà urbana una sua “location” ideale.

In Napoli violenta di Umberto Lenzi , del 1976, film che riscosse all'epoca grande successo, innescando anche focosi dibattiti ideologici, il quartiere alla moda è ormai considerato il Vomero, pur se appena reduce da un processo di selvaggia urbanizzazione, e un clamoroso furto di gioielli, presente nella trama della storia, avviene in un appartamento di Via Scarlatti (infatti, “la signora di Via Scarlatti” è definita la proprietaria dei gioielli rubati).  Sempre in questo stesso film, un estenuante e spettacolare inseguimento si conclude sulla funicolare di Montesanto, ultima via di salvezza per lo spietato bandito in fuga. Ma il tenace commissario Betti, interpretato da Maurizio Merli anche in altri film, non esita a lanciarsi sul tetto dei vagoni già in movimento, dando a tutta l'avventurosa azione l'inconfondibile sapore di un film western (tra l'altro, “western alla napoletana” era un altro modo di definire questo genere cinematografico). I vecchi vagoni in legno della funicolare (importantissimo il valore documentario che assume con il tempo il cinema, a prescindere dalla qualità artistica dell’opera in questione) diventano, così, lo scenario di una cruenta sparatoria, nella quale restano coinvolti anche alcuni incolpevoli viaggiatori. Allo stesso modo, i quartieri popolari, pur sempre vivaci e vitali, con i loro personaggi ben identificati e riconducibili alle più tradizionali tipologie cittadine, vanno perdendo quella centralità culturale, intesa nel senso ampio di vita quotidiana legata a modi e tradizioni antiche,  e vengono retrocessi a luoghi di folclore e “colore locale”, finalizzati essenzialmente a creare il contesto, l’ambientazione che dia un tocco di novità e di interesse ad un meccanismo narrativo già ben collaudato e che gira intorno ad alcuni precisi e prestabili punti di riferimento. Non a caso i protagonisti di questi film, sia i “buoni” che lavorano dalla parte della giustizia (Maurizio Merli e Luc Merenda su tutti, commissari di polizia “storici” e collaudatissimi) che i “cattivi”, criminali spietati e privi di scrupoli (da Hanry Silva a Barry Sullivan) sono attori appartenenti al panorama nazionale o internazionale del cinema (presenze fisse anche in altre pellicole riconducibili allo stesso filone ma ambientate in altre città), mentre i ruoli di contorno, quelli che servono a dare la connotazione specifica del luogo, sono affidati a noti caratteristi napoletani (Enzo Cannavale tra i più presenti ed efficaci).

D’altra parte l’aria che tira nel cinema degli anni Sessanta è questa. Anche un altro film abbastanza famoso che chiude il decennio, Operazione San Gennaro, di Dino Risi, del 1967, appartenente al filone della commedia che si ibrida con l’altro sottogenere del “colpo perfetto”, gioca molto sugli stereotipi della napoletanità, ma scivolando sulla superficie, senza tentare, ovviamente, alcun tipo di approfondimento. Anche qui gli attori principali sono dei non napoletani (da Nino Manfredi, a Senta Berger a Harry Guardino) mentre a quelli napoletani, a cominciare dalla partecipazione di Totò, sono destinati i ruoli di caratteristi di contorno. Come dire, storie concepite altrove, su schemi narrativi già saldamente costruiti, vengono riproposte qui condite in “salsa napoletana”. Giusto per arricchire il piatto con un po’ di spezie in più. Una Napoli di servizio, in un certo senso, quando non di comodo. Forse per reazione a questo utilizzo un po’ superficiale della città, un altro filone che potremmo invece, e a pieno titolo, definire “stracittadino”, và crescendo e sviluppandosi in quei decenni (anni Settanta, Ottanta) e si definisce subito come un’ennesima e aggiornata riproposizione  dello schema classico della sceneggiata. Dove, avvolta in un sapore vagamente nostalgico e romantico, si riafferma la figura idealistica del malavitoso “’e core”, cioè dell’uomo che agisce ai margini della legge ma avendo sempre ben presente il senso dell’onore e della lealtà, che, in qualche modo, lo affranca dal suo essere criminale. I campioni assoluti di questa new wave della classica sceneggiata furono, ovviamente, Mario Merola e Pino Mauro, che legarono nella gran parte dei casi, la loro attività cinematografica ai titoli delle canzoni popolari che li avevano resi famosi.

Ma prima che questi due filoni cinematografici (il “poliziottesco” avventuroso e la “neosceneggiata” pseudoromantica) prendessero il volo raccontando a loro modo (e in maniera il più delle volte strumentale) altre facce della città,  due film tracceranno quelle che avrebbero potuto esserne a pieno titolo le coordinate teoriche (se non fossero state spesso disattese per motivi spettacolari e commerciali). E cioè, Camorra e I Guappi, entrambi diretti (rispettivamente, nel 1972 e 1973) da Pasquale Squitieri, e sui quali ci soffermeremo nella prossima puntata.  

 

Aprile 2013

 

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