NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

19^ Puntata

LA CITTA' CHE INSORGE
Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy

di Antonio Tedesco

 All'inizio degli anni Sessanta, quando già i primi cambiamenti nella struttura economica e sociale del Paese cominciavano a manifestarsi, e la memoria della guerra con i suoi lutti e le sue sofferenze si affievoliva, ci furono dei cineasti che scelsero di ritornare su alcuni episodi cruciali di quei tempi dolorosi. Forse nel tentativo di richiamare una memoria del passato che potesse dare un giusto indirizzo anche alle nuove prospettive che si stavano aprendo per l’immediato futuro. Nel 1960 Luigi Comencini con Tutti a casa, interpretato da Alberto Sordi, con Serge Reggiani e Eduardo De Filippo, traccia un quadro per certi versi anche crudo e impietoso della situazione di sbando e spaesamento che attraversò l'Italia intera dopo l'8 settembre del 1943, descrivendo un Paese che, dopo la caduta del Fascismo, cercava di recuperare tra le rovine della guerra, una sua identità, una sua linea di condotta, una sua (faticosa) possibilità di riscatto. I due protagonisti (Sordi e Reggiani) militari allo sbando, come ce ne furono centinaia di migliaia in quei giorni, nel loro avventuroso viaggio di ritorno verso casa (da Nord a Sud) si confrontano con le numerose e contraddittorie realtà che l'Italia stava vivendo in quei tempi confusi, fino a concludere il loro viaggio a Napoli, dove, dapprima loro malgrado, poi per una scelta dettata dall'inconfutabile evidenza dei fatti, si trovano attivamente coinvolti (il personaggio di Reggiani fino a perderci la vita) nella rivolta delle Quattro Giornate.

E proprio a quei noti e sanguinosi avvenimenti che infiammarono la città negli ultimi giorni del settembre del 1943, Nanni Loy ha dedicato, nel 1962, un film rimasto meritatamente famoso e intitolato, appunto, Le quattro giornate di Napoli. L’opera rievoca gli eventi di quei giorni difficili, ma per molti versi anche gloriosi, vissuti dalla città, ponendo l'accento soprattutto sul disagio e sulla sofferenza cui era sottoposto il popolo. Tratta dell'orrore della guerra, ma anche della sua assurdità e dell'assoluta distanza delle sue regole da quelle della vita di tutti i giorni delle persone comuni. Le quali,  però, una volta  colpite negli affetti, nella dignità, nei bisogni primari, riescono a manifestare una forza e una capacità di reazione in grado di mettere in difficoltà anche un sistema efficiente e organizzato come era quello dell'esercito tedesco d'occupazione. La macchina da presa di Nanni Loy ricostruisce e attraversa la città ferita, provata dagli stenti e dai ripetuti bombardamenti. I luoghi si caricano, così, di un senso nuovo, lontano da ogni tentazione oleografica o decorativa, si fanno specchio dei sentimenti e delle sofferenze di una città stanca e disperata che, sfuggendo ai manierismi e ai luoghi comuni che in certa pubblicistica la identificano, si mostra capace di sacrifici anche estremi pur di riconquistare la propria libertà e il controllo della propria vita. La città offesa da fucilazioni, rastrellamenti, da colonne militari che attraversano le sue strade deserte, si riveste di nuova credibilità e cerca il suo riscatto. Come è stato osservato da qualcuno, la sommossa contro i tedeschi è, simbolicamente, la sommossa contro tutti gli invasori che hanno oppresso e affamato Napoli nel corso dei molti secoli della sua lunga storia.

Nanni Loy utilizzò per il suo film luoghi reali, fin dove possibile. Ma erano trascorsi quasi vent’anni dagli eventi e la città era cambiata, le macerie dei bombardamenti rimosse, la ricostruzione ampiamente avviata. Prezioso per le sue ambientazioni, tornò, al regista cagliaritano, il lavoro di cineasti e documentaristi attivi all’epoca in cui si erano svolti i fatti. Tra questi, soprattutto il film di Giacomo Gentilomo, ‘O sole mio, 1946, (di cui abbiamo già accennato nella puntata dedicata a Roberto Amoroso), che in termini moderni si potrebbe definire quasi un instant movie sulle Quattro Giornate, un ibrido tra melodramma, neorealismo (esterni dal vero e attori “presi dalla strada”) e documento storico. E a questo proposito è interessante segnalare che lo stesso Roberto Amoroso aveva dato un forte impulso alla sua carriera di documentarista prima, e di regista “di finzione” dopo, filmando di nascosto la raccapricciante scena della fucilazione di un militare della Marina Italiana, eseguita in “pubblica piazza” dai tedeschi, documento che poi il regista consegnò alle autorità dell’Esercito Alleato. Si trattò, infatti, di una sorta di esecuzione esemplare alla quale i militari nazisti costrinsero migliaia di cittadini napoletani ad assistere. L’evento destò nella popolazione grande sdegno, e un senso di rifiuto per le assurde e spietate logiche della guerra. E, allo stesso tempo creò i presupposti, accelerandone e accrescendone la necessità anche morale, della rivolta. E infatti, è proprio con questa esecuzione, che avvenne in realtà sulla scalinata d’ingresso dell’Università “Federico II”, al Corso Umberto I, ma che Nanni Loy dovette spostare sul portone dell’Accademia di Belle Arti, in via Bellini, che si apre il film. Questo evento, unito ai rastrellamenti effettuati tra la popolazione civile e alle prime deportazioni che avvenivano, verso i campi di lavoro in Germania, colmò la misura. Il popolo, spontaneamente e senza una vera base organizzativa che coordinasse le azioni, capì che non aveva altra scelta, che doveva difendersi e farlo subito, da solo, anche se gli Alleati erano ormai alle porte. I focolai di rivolta scoppiarono simultaneamente in vari quartieri di Napoli ad opera di quello stesso popolo la cui sofferenza Nanni Loy descrive con tocchi precisi, anche se, a volte, con qualche ridondanza, affidandosi soprattutto alle emblematiche figure delle “madri” napoletane. Al dolore di queste mamme che vedono cadere i propri figli nella confusione e nel caos della guerra. Pupella Maggio e Regina Bianchi sono nel film due esempi diversi, ma ugualmente efficaci di “Mater dolorosa”. Attraverso di esse, quasi fossero due Madonne laiche, si esprime tutta la sofferenza e la costernazione di una città che pagò in quegli anni, a partire dalle centinaia di bombardamenti subiti, un contributo di vite umane elevatissimo. Regina Bianchi, in particolare, interpreta la madre di Gennarino Capuozzo, il ragazzino di dodici anni che si immolò negli scontri lanciando bombe a mano contro i carri armati tedeschi, guadagnandosi una medaglia d’oro al valor militare alla memoria, e la dedica del film di Nanni Loy.

Il forte valore di testimonianza storica e umana rivestito dalla pellicola è confermato dalla presenza dei numerosi grandi attori, non solo napoletani, che vi parteciparono e che chiesero alla produzione (Goffredo Lombardo per Titanus) di non comparire con i propri nomi né nei titoli di testa né in quelli di coda del film. Un vero e proprio omaggio al popolo napoletano, unito al rispetto per la sofferenza che gli eventi della guerra avevano portato in quegli anni. Ricordare i nomi di alcuni di questi attori, oggi, significa anche ricordare i personaggi spesso anonimi e “invisibili”, eppure vivi e presenti, della storia, che essi hanno interpretato: oltre a Pupella e Regina Bianchi, già citate, c’erano Jean Sorel, Gian Maria Volontè, Lea Massari, Aldo Giuffré, Enzo Cannavale, Luigi De Filippo, Franco Sportelli, Carlo Taranto, e molti altri ancora, a dare il loro contributo. Per onorare e perpetuare la memoria dei fatti e l’orgoglio della città che insorge.

Aprile 2013

 

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