NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

17^ Puntata

LA CITTA’ “MUTANTE”


La sfida di Francesco Rosi

di Antonio Tedesco

Dopo un tirocinio piuttosto lungo come sceneggiatore e assistente alla regia, Francesco Rosi esordisce con il primo film da lui interamente diretto, La sfida. Siamo nel 1958, quindi verso la fine di quel decennio che sta traghettando l’Italia in una dimensione nuova nella quale, in maniera piuttosto veloce, si va affermando un diverso assetto sociale ed economico.

Mutamenti radicali avvengono, non senza causare traumi e contraccolpi. Si aprono nuovi spazi, ma anche crepe, nel tessuto sociale e Rosi li esplora scrupolosamente con la sua macchina da presa. Va a cercare il rovescio della medaglia, perché capisce presto che è soprattutto da quella parte che si decidono i giochi, in questo nuovo mondo che si sta rapidamente trasformando sotto i suoi occhi.

La sfida è, in un certo senso, un film di raccordo. Ci mostra ciò che c’era prima, e come si avvia il processo di trasformazione per arrivare a ciò che abbiamo oggi. Il regista definisce subito quale sarà il suo stile nel trattare argomenti di attualità, trasformando la cronaca più scottante in avvincente racconto cinematografico. La sfida è quindi, allo stesso tempo, un film di denuncia, ma anche un coinvolgente gangster-movie. Rosi ci fa vedere quali meccanismi economici, sociali e malavitosi si stavano mettendo in moto in quegli anni. E allo stesso tempo ci propone un classico e solido schema narrativo hollywoodiano, una sorta di Scarface ambientato a Napoli e nei suoi dintorni.

La storia racconta di Vito Polara (l’attore spagnolo José Suàrez), un piccolo contrabbandiere di sigarette che tenta il gran salto cercando di inserirsi nel giro che controlla il mercato ortofrutticolo. E’ giovane, ambizioso e audace, e non teme di confrontarsi con i mammasantissima che controllano la produzione agricola alla fonte e decidono quando, come e a che prezzo inserirla sul mercato.

Ma i successi iniziali e la sua spavalderia lo faranno sentire onnipotente e, a un certo punto, oserà troppo, farà il classico passo più lungo della gamba, e pagherà con la vita. Ma la via, comunque, è tracciata. La vecchi camorra rurale non è più una fortezza inaccessibile e ben presto dovrà adeguare i suoi obiettivi e i suoi sistemi ad esigenze nuove e regole mutate. Gli anni Sessanta incombono, e non saranno più i camion di frutta e verdura a trasportare ricchezza, ma le betoniere che impastano il cemento.

Pur con tutta la sua crudezza e il suo stringente realismo c’è qualcosa di nostalgico in questo film. La città, molto presente, così come i suoi dintorni, all’epoca a forte vocazione agricola, conserva ancora i suoi caratteri tradizionali. Vito Polara vive in un contesto sociale “comunitario”, in un palazzo del centro storico di Napoli, in una sorta di famiglia allargata dove è difficile distinguere i vicini dai parenti. Dove può corteggiare la bella ragazza della porta accanto (una giovanissima Rosanna Schiaffino) e seguirla sul terrazzo comune quando lei va a stendere il bucato. Sposarla, dopo averla compromessa, e rendere partecipe tutto il vicinato del suo matrimonio. Ma già nella casa che sceglierà, per portarci a vivere sua moglie, ora che i suoi affari gli consentono di avere una certa disponibilità, c’è il primo elemento di rottura con la sua realtà di origine, un segno radicale di cambiamento. Un appartamento di nuova costruzione, moderno, panoramico, troppo grande per le sue esigenze, ma rappresentativo per la posizione che lui mira ad assumere. Un appartamento che lascerà spaesate sia la futura moglie che la mamma di lui, quando lo visiteranno. Ma che Vito Polara si ostinerà a volere, come un segno, un simbolo della sua ascesa negli ambienti della malavita.

L’ambizione, oltre e al di là delle regole. E’ questo il vero segno distintivo dei tempi nuovi, ben individuato da Rosi in questo film. E i vecchi camorristi di campagna sembrano percepire il pericolo. Vito Polara verrà ucciso per il suo sgarro, per aver lanciato la sua “sfida” ai capi della camorra, ma la roccaforte, comunque, è violata, i nuovi equilibri nella malavita, così come nella società civile, di lì a poco, si giocheranno altrove.

Francesco Rosi coglie perfettamente con questo film, il momento di transizione epocale. La città ha ancora un sapore antico, ma lungo le sue strade (I Granili, Via Marina, Porta Capuana, Via Ponte di Casanova) i camion e le auto (ancora poche) cominciano a contendere lo spazio alle carrette trainate dai cavalli che arrivano dalle campagne limitrofe cariche dei prodotti della terra. Si percepiscono ancora in questo film, le tracce di un equilibrio sociale, che però comincia ad incrinarsi. A spostare il suo asse che, di lì a breve, sarà completamente rivoluzionato. La parabola che parte da La sfida si chiude, probabilmente, ai giorni nostri con Gomorra. Con tutto quello che c’è in mezzo di degenerativo in questo lungo arco. Rosi ci racconta gli inizi della “nuova storia”. E lo fa con un film teso e avvincente. Già pieno di tutta quella tensione umana e sociale che caratterizzerà le sue opere successive. A cominciare da quella che, di lì a qualche anno, racconterà del “travaso” avvenuto. Dello spostamento definitivo del baricentro degli interessi economici e di potere. Di quella ambigua combinazione di imprenditoria, politica e malaffare che allungherà, senza scrupoli e senza ritegno, le sue Mani sulla città.

 

Marzo 2013

 

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