NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

16^ Puntata

NAPOLI CHE SE NE VA’
Miseria e Nobiltà e L’oro di Napoli

di Antonio Tedesco

Gli anni ’50 sono, non solo per Napoli, un decennio di passaggio che dalla disastrosa crisi del dopoguerra porta il Paese verso il “boom” economico degli anni ’60. Un decennio in cui molte cose cambiano e forse cambiano troppo in fretta, causando all’Italia intera una sorta di shock sociale e culturale. Restringendo il nostro campo di osservazione a Napoli, e in particolare al cinema che la esprime, possiamo vedere come in questo decennio ancora sopravviva un senso e un’immagine della città legati ad una sua visione più tradizionale e idealista. Non a caso sono gli anni in cui imperversano, sulla scia di film come ‘O sole mio e Malaspina, gli innumerevoli “cloni” generati dalla “formula Amoroso”, di cui abbiamo parlato qualche puntata fa, le cui storie, spesso tratte da famose canzoni, sono ancora incentrate su un certo romanticismo partenopeo, nutrito di passionalità e melodramma, che si stagliano su uno sfondo paesaggistico ancora, per certi versi, edificante.

Ma sono due film che si trovano al di fuori dei “canoni” della “formula” che ci pare esprimano al meglio, non tanto il passaggio epocale di cui sopra, che sarà, per molti versi, brusco e imprevisto, quanto la cesura, o forse sarebbe meglio dire, il commiato da un mondo che di lì  poco non sarà più lo stesso. E questo avviene fin dai titoli fortemente evocativi dei film di cui parliamo, e cioè Miseria e nobiltà di Mario Mattoli e L’oro di Napoli di Vittorio De Sica.

Opere entrambe, meritatamente, molto famose, soprattutto per le loro qualità artistiche ed espressive, ma che ci pare interessante vedere anche sotto una prospettiva legata a questo momento di passaggio storico, in cui sono state realizzate. L’anno di produzione di entrambi i film è il 1954. Siamo dunque a metà del decennio. Il dolore, il disagio, la povertà sopraggiunti alla tragedia della guerra sono ancora vivi e presenti, ma forse già si intravedono i segnali di un futuro dove le possibilità di riscatto e di benessere sembrano aumentare. Ma a prezzo di qualche perdita, che forse, al momento, non era stata nemmeno considerata. Bisognerà lasciare per strada certi modi di vivere, certe tradizioni, forse i presupposti stessi di un assetto sociale rimasto più o meno invariato per secoli. Miseria e Nobiltà è, in questo senso, un film nostalgico. Che dichiara apertamente la sua natura teatrale, e attraverso di questa indaga, con scarpettiana leggerezza, alcuni dei motivi più radicati nella tradizione sociale e culturale napoletana. A partire dalla fame ancestrale del popolo. Una fame che, si potrebbe dire, affonda le sue radici nei secoli. Per arrivare alla prossimità e alla interscambiabilità dei ruoli fra le classi sociali che, come si sa, non sono mai state divise, qui, da compartimenti stagni, ma vivono, storicamente, in una sorta di contigua promiscuità. Miseria e Nobiltà ci parla del teatro. Del teatro come rappresentazione sociale prima ancora che scenica. Una dimensione in cui la città ha vissuto a lungo e nella quale ha maturato, nei secoli, i suoi elementi di massima riconoscibilità. Il campionario di luoghi, situazioni, personaggi, rappresentati qui, come già in Carosello napoletano, in maniera non certo realistica, richiamano ad un mondo “altro” che riesce a convivere con i suoi problemi e le sue miserie senza perdere il proprio spirito originario, e cioè la consapevolezza radicata di essere parte di un piccolo universo che, con la sua cultura e le sue tradizioni, ha radici solide e antiche. Ma quel commiato finale, in puro stile scarpettiano, nel quale, come avveniva a teatro, Totò, che del film è uno dei principali protagonisti, saluta il pubblico ringraziandolo e augurandosi di averlo fatto divertire, ha un sapore amaramente definitivo. E’ la piroetta finale prima di un radicale cambio di scena.

E che cos’è L’oro di Napoli se non una sorta di canto del cigno di una città che, di lì a breve, non sarà più quella che nel film stesso ci viene mostrata? L’opera di Vittorio De Sica, strutturata in episodi tratti dai racconti di Giuseppe Marotta raccolti nel libro che porta lo stesso titolo, è quasi una ricapitolazione di luoghi, figure, ambienti, personaggi e tradizioni. E, allo stesso tempo, è un commiato, appunto, un modo per salutare un intero mondo che se ne và. Quasi un catalogo, che si dispiega da un capitolo all’altro. Il guappo e il pazzariello del primo episodio con Totò, la bella e fedifraga pizzaiola interpretata da Sofia Loren, nel secondo episodio (in cui si rievoca la famosa pizza “oggi ‘a 8” ), il vecchio nobiluomo, interpretato dallo stesso De Sica, giocatore incallito, interdetto dalla famiglia, ma che si ostina a giocare e a perdere anche con il figlioletto del suo portinaio. E  l’episodio finale, Il professore, interpretato da Eduardo De Filippo, nel ruolo di don Ersilio, che dispensa, dietro esiguo compenso, alla piccola popolazione del vicolo che lo rispetta e lo segue, le sue perle di saggezza e di buon senso. E poi ci sono i due episodi più amari, quello di Teresa, interpretata da Silvana Mangano, una prostituta sposata da un uomo che crede così di espiare una sua presunta colpa, e Il funeralino, il più triste, ma anche il più emblematico di tutti. Proprio quest’ultimo episodio, infatti, che è il terzo nella sequenza del film, ma che forse sarebbe stato il caso di collocare alla fine,  sembra racchiudere in sé questo senso della perdita, del distacco definitivo, che avviene attraverso un preciso rituale, che si compie con un suo percorso, con dei suoi gesti e delle sue azioni specifiche. E’ il funerale di un bambino, raccontato da De Sica con una essenzialità e una potenza di natura quasi espressionista. La piccola bara portata giù per le scale fin dentro il carro. La madre, che segue partecipe, con il suo composto dolore. I vicoli, prima, poi la “strada grande”, Via Caracciolo, il lungomare, mestamente vuoti, con quella stessa solare bellezza che si trasforma d’improvviso in una nota di insostenibile malinconia. Un piccolo seguito, oltre la madre, dietro al carro, e null’altro. Solo l’incedere cadenzato del “tiro a due” di cavalli, che quasi sembrano ballare una danza triste. Poi la madre che comincia a lanciare confetti tutt’intorno ai bambini che si sono accodati al funerale. Altri si aggiungono, i classici scugnizzi, a raccogliere e contendersi quel povero, misero, tesoro. Intanto la donna continua a lanciarne piccole manciate da un lato e dall’altro, come se seminasse speranza per i piccoli che sono rimasti. Poi arriva, finalmente, il pianto liberatorio. E la città intera sembra andarsene con quel carro così cupo e pieno di fiori bianchi. La città con le sue storie e i suoi personaggi radicati lì da secoli, e così ben rappresentati nel film. Poi tutto comincerà a correre. Francesco Rosi ci racconterà La Sfida  e Le mani sulla città. L’oro diventerà ingombrante come il cemento e pesante come il piombo. La faccia di Napoli cambierà, e con essa anche le sue storie e, forse, la sua gente.

 

Marzo 2013

 

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