NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

15^ Puntata

La città “avvolgente”
VIAGGIO IN ITALIA di Roberto Rossellini

di Antonio Tedesco

Viaggio in Italia, realizzato da Roberto Rossellini nel 1953 fu, all’epoca della sua uscita, un film molto controverso. Non amato da gran parte della critica italiana che accusò Rossellini di aver deviato dai canoni del Neorealismo (di cui era considerato uno dei padri fondatori), e acclamato, al contrario, dai giovani critici francesi (Truffaut, Rohmer, Rivette, tra i primi, che avrebbero dato vita di lì a poco alla grande stagione della Nouvelle Vague) per i quali questo film era un vero e proprio spartiacque, il punto d’inizio del cinema moderno.

Si tratta, senza dubbio, di un’opera articolata e molto complessa nella quale concorrono molteplici suggestioni e vengono messi in gioco grandi temi.

Una coppia di coniugi inglesi, Katherine e Alex Joyce (Ingrid Bergman e George Sanders), che stanno attraversando un momento di “stanchezza” nel loro rapporto coniugale, vengono a Napoli per occuparsi della vendita di una villa ricevuta in eredità. L’edificio si trova nella zona di Torre del Greco, situato in splendida posizione panoramica tra il mare e il Vesuvio. Katherine si scopre subito sensibile al fascino dei luoghi. Ma, più in generale, il contatto con Napoli, la sua realtà sociale, la sua cultura, le sue tradizioni ancestrali, eppure ancora vive e palpitanti, mettono a dura prova il già traballante rapporto della coppia di inglesi, facendone esplodere tutte le contraddizioni latenti o, più o meno, sopite.

Rossellini sceglie Napoli, dunque, come elemento di contrasto. Ne fa il luogo fisico che induce ad una vera e propria verifica esistenziale questa coppia di personaggi così lontani e diversi dallo spirito della città. Ma ne fa anche il luogo del caos elevato a sistema. Punto di rottura, forse irreversibile, per una certa mentalità schematica e raziocinante cui sono riconducibili i due protagonisti e in special modo Alex. Quest’ultimo, infatti, comincia a manifestare subito insofferenza per quello stile di vita e di pensiero così incomprensibile e lontano dal suo, ed è preoccupato solo di concludere al più presto la vendita per poter tornare ai suoi affari, a Londra. Katherine, invece, prova una sorta di guardinga curiosità per l’ambiente in cui si trova e comincia a visitare da sola i luoghi di interesse naturale, artistico, storico o archeologico. La città assume, così, attraverso queste sue località più rappresentative, un forte valore simbolico. Diventa, agli occhi di Katherine, avvolgente, magmatica, quasi tentacolare. Un luogo dalle forti valenze metafisiche dove vita e morte incontrano il loro punto di fusione e procedono amalgamati e indistinti al di là di ogni tentativo di sistemazione razionale (non casuale, a questo proposito, sembra la citazione, fatta da Katherine, del racconto I morti che conclude la raccolta Gente di Dublino di James Joyce, così come anche il cognome della coppia sembra allusivo in questo senso).

Attraverso lo sguardo attonito e, a volte, circospetto della protagonista, passano luoghi ed immagini pieni di significati ambigui e contrastanti. Dalla terra ribollente della Solfatara, alle incantevoli vedute del golfo, dall’antro della Sibilla Cumana ai pomposi funerali di “prima classe” incontrati per le strette vie cittadine, dall’inquietante, ma per altri versi pacificato, Cimitero delle Fontanelle, all’esplosione di vitalità delle orde di ragazzini che sciamano per strade e per vicoli e al continuo via vai delle numerose donne incinte che sembra incontrare ad ogni angolo. E ancora, dai corpi pietrificati estratti dagli scavi di Pompei alle plastiche e sensuali forme di altri corpi fissati nelle statue presenti al Museo Archeologico Nazionale. Fino alle solenni, affollatissime processioni religiose dove si manifesta una partecipazione quasi mistica (o forse sarebbe meglio dire miracolistica) come segno evidente di uno speciale modo di concepire la devozione popolare. Tutto un ribollire e un confondersi di queste due dimensioni in apparenza opposte e inconciliabili (la vita e la morte) che iniziano, in breve, a gravare come un peso insostenibile sull’animo di Katherine, che se ne sente attratta e respinta allo stesso tempo, come colta da una vertigine sull’orlo di un baratro. Viaggio in Italia rimanda, inoltre, all’idea del Grand Tour effettuato dai numerosi viaggiatori nordeuropei del Settecento e dell’Ottocento, e che vedeva spesso proprio nella città partenopea il suo punto d’arrivo. Alludendo, infatti, a questa specifica qualità del viaggio come fatica e scoperta, i due coniugi giungono in auto, come per percorrere materialmente la strada, per “sentire” la distanza, rinunciando (pur se Alex se ne rammarica) al più comodo, ma neutro e, in un certo senso, anonimo, viaggio in aeroplano.

Il film ha avuto molte interpretazioni. Fa parte (con Stromboli ed Europa 51) della trilogia rosselliniana definita “della solitudine”. E’ stato letto anche come metafora della crisi della borghesia, e anticipatore di tematiche che saranno poi care al cinema di Michelangelo Antonioni.

Ma ciò che ci pare interessante sottolineare ancora qui è proprio la funzione che è stata chiamata a svolgere Napoli come città. Quasi un terzo personaggio (come molta critica ha osservato) che Rossellini rende con ammirevole plasticità. Facendone un luogo “altro”, lontano, fuori dai parametri e dagli schemi e, seppur in maniera diversa per ognuno di essi, poco praticabile e comprensibile per due raffinati esponenti della buona società britannica. Un contrasto che può funzionare anche all’inverso e offrire la misura di una città nella quale i segni di una cultura antica, profondamente radicata nella millenaria civiltà mediterranea, si producono in una esplosione di umanità primordiale e irriducibile a una visione compassata e ipocrita dell’esistenza. Ma sarà proprio perdendosi nel “magma” umano di una affollata e movimentata processione rituale nella quale i due vengono casualmente coinvolti, che alla fine Katherine e Alex riusciranno a ritrovarsi e a ricongiungersi come coppia. Il loro abbraccio finale tra la folla che sciama intorno inneggiando al miracolo ha le sembianze di un lieto fine. Ma si può leggere anche come un estremo tentativo di proteggersi da un mondo “di natura” che sentono più forte e più radicato del loro mondo falso e sofisticato, e verso il quale hanno scoperto, specie Katherine, di avere pochi strumenti di difesa e, forse, un’inconfessabile voglia di abbandonarsi, lasciandosi risucchiare pienamente nel suo vortice stordente.

 

Marzo 2013

 

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