NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

14^ Puntata

MALASPINA

La Napoli di Roberto Amoroso

di Antonio Tedesco

Il sogno di una Napoli capitale del cinema che rinverdisse i fasti musical-popolari di certo cinema muto partenopeo, continuava a covare sotto la cenere di un progresso che, per dinamiche sue proprie, tendeva ad uniformare e livellare sia i processi produttivi che le aspettative del pubblico.

Le forti pulsioni autonome e peculiari della cultura e della tradizione napoletana continuavano a rappresentare una spinta decisa, insofferente all’omologazione delle strutture centralizzate che tentavano di contenerle e di incanalarle in percorsi già preordinati.

Queste istanze che gli eventi storici e politici non erano mai riusciti a soffocare del tutto, poterono riemergere in un particolare momento, a cavallo fra gli anni ’40 e i ’50, nei primi tempi del dopoguerra, quando, uscito dal disastro bellico e dal fascismo, il Paese si stava riorganizzando e anche Cinecittà era ferma in attesa di nuovi criteri di gestione. Si aprì, così, uno spazio nel quale  quelle spinte autonome di produzione cinematografica “regionalistica” poterono nuovamente tornare in auge. Come se la forza di certe tradizioni popolari e culturali, solo sopita, si risvegliasse. E insieme ad essa la necessità di riempire un vuoto di rappresentazione di quegli anni difficili, e per certi versi terribili, dai quali non si era ancora del tutto usciti.

Parallelamente al celeberrimo Roma città aperta, girato “a caldo” da Rossellini, nel 1945, ci fu a Napoli un film, ‘O sole mio, diretto da Giacomo Gentilomo, che a dispetto del titolo accattivante e oleografico, raccontava la città martoriata e ribelle delle “Quattro Giornate”, in maniera cruda e realistica, pur prendendo spunto da una storia d’amore dai toni pesantemente melodrammatici.  Con, in più, un’intuizione che meriterebbe analisi approfondite, e cioè la canzone popolare napoletana utilizzata come codice per trasmettere messaggi segreti. Il film, infatti , attraversa il periodo dell’occupazione nazista, la liberazione, la venuta degli americani, tocca problemi scottanti come quello del collaborazionismo e, insomma, unisce storia (come esperienza vissuta) e sentimento, dramma e melodramma, attualizzando i codici classici della tradizione popolare e ponendosi per molti versi come un importante documento storico. Dopo un iniziale successo che lo vide in concorrenza diretta proprio con Roma città aperta, il film non ebbe molta fortuna. Sparito dalla circolazione e introvabile per molto tempo, solo di recente se ne è potuta reperire una copia. Ma la lunga assenza, e forse anche la sua scarsa inquadrabilità in una forma, o genere, ben definibile, hanno fatto sì che l’immaginario collettivo non se ne appropriasse.

Diversa la sorte di Malaspina, realizzato più o meno in quello stesso periodo dal regista e produttore napoletano Roberto Amoroso (anche se nei titoli la regia del film è attribuita al suo collaboratore Armando Fizzarotti), che si affermò come campione d’incassi e risvegliò quell’orgoglio di cinema autoctono che aveva animato il pubblico napoletano ai tempi gloriosi del muto.

Amoroso rispolverò una formula antica, ma sapendola riadattare molto bene ai suoi tempi.

Affacciatosi molto giovane al mondo della comunicazione, Roberto Amoroso cominciò negli anni ’30 come fotografo e documentarista. Si occupò di sport (le sue foto apparivano su La Gazzetta dello Sport) e fu procuratore di Primo Carnera. Del grande pugile favorì la non folgorante carriera cinematografica. Lavorò per l’Istituto Luce, e continuò la sua attività anche in tempo di guerra. Prima in maniera clandestina, poi, dopo la Liberazione, con gli Alleati di stanza a Napoli. In quel periodo raccolse materiali ed esperienze che gli risulteranno preziosi per il futuro, e che continueranno a mostrare le loro tracce anche nel suo lavoro successivo. Quando, cioè, verso la metà degli anni ’40 si cimenterà con il cinema di finzione, scrivendo, producendo e girando, in qualità di direttore della fotografia, Malaspina, appunto.

L’attività di cineoperatore svolta per l’Esercito Americano, gli consentì di disporre di buana quantità di pellicola, rarissima in quei tempi. Circostanza che gli permise di cominciare le riprese del suo film già nel 1945. L’opera, però, potrà essere messa in circolazione solo nel 1947 ottenendo, come detto, grande successo e un seguito popolare travolgente. La sua forza stava, probabilmente, nell’aver trovato il giusto equilibrio tra melodramma e realismo. La storia d’amore di una donna (Maria, detta, appunto, Malaspina) contesa tra due uomini, con tanto di fatidico omicidio passionale e il ritiro in convento della protagonista, nel finale, era  pienamente calata nella realtà di quegli anni, tanto da portare il pubblico (quello napoletano, ma anche quello italoamericano d’oltreoceano) ad un totale processo di identificazione. Non solo con i personaggi e con i loro stili di vita, ma anche con i luoghi (gli esterni girati tutti nella città devastata dalla guerra), con le facce familiari della gente (non di rado si riconosceva qualche volto fra le comparse) e per la forza di un “cinema verità”, dovuto ai molti inserti realistici,  frutto della precedente attività documentaristica di Amoroso. La musica, o meglio la canzone, dalla quale il soggetto era stato ricavato, partecipava a questo insieme aumentandone il senso di realtà percepito dal pubblico, piuttosto che manifestarsi come momento di sospensione o di straniamento. L’uscita di Malaspina in quel determinato frangente storico, segnò per la città un piccolo evento epocale. Assunse un forte valore simbolico. Si fece espressione di un sentimento, di una presa di coscienza, di liberazione avvenuta. Dopo il lungo “esilio” del fascismo prima, e della guerra poi, fu come se il popolo di Napoli, in Malaspina,  ritrovasse finalmente sé stesso, le proprie radici, la propria tradizione e, soprattutto, la libertà di esprimersi. Il successo fu tale da generare un nuovo filone, in equilibrio, spesso un po’ precario, tra melodramma popolare e sceneggiata. Si costituirono a tal fine numerose piccole case di produzione locali che sfornavano prevalentemente pellicole incentrate intorno al tema di una qualche canzone popolare (Napoli eterna canzone, Luna rossa, Monastero e’ Santa Chiara, Napoli canta, per citare solo qualcuno fra i titoli più espliciti tra quelli prodotti tra il 1947 e il 1953). Si definirono, quindi, dei veri e propri criteri di serialità, con tipologie di personaggi e snodi narrativi ricorrenti e di collaudato effetto. Qualche critico l’ha definita la “formula Amoroso”, la quale, però, sfuggita di mano al suo stesso ideatore (i suoi titoli successivi, Nennella, Zappatore, Femmina senza cuore, conobbero un successo via via decrescente, con una nuova impennata per Città canora e Siamo ricchi e poveri rispettivamente del ’52 e del ’53, ma che già tradivano alcuni dei presupposti della “formula”) e persa anche la freschezza documentaristica dei primi tempi, andò in breve deteriorandosi ed esaurendosi nel giro di pochi anni. Le esigenze produttive e distributive ne edulcorarono inevitabilmente i toni. La “veracità” degli ambienti e delle situazioni si trasformò a poco a poco in “colore” (e per di più, dai toni pastello, vedi film come Maruzzella e Lazzarella, tratti dalle famose canzoni di Carosone). Gli interpreti non avevano più le facce del popolo, che per Malaspina avevano fatto parlare già di Neorealismo, e spesso non erano neanche più napoletani, come del resto gli stessi registi. Eppure il principio che aveva generato questo piccolo filone non si estinse del tutto, ma si trasferì in un’idea di cinema popolare più adeguata ai tempi e diffondibile su scala nazionale e legata agli idoli nascenti della musica leggera, da Gianni Moranti a Rita Pavone, lasciando tracce evidenti di sé nel filone dei cosiddetti “musicarelli” , in gran voga nei cinema italiani degli anni Sessanta.

 

Marzo 2013

 

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