NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

13^ Puntata

La città palcoscenico
CAROSELLO NAPOLETANO di Ettore Giannini

di Antonio Tedesco

Con Carosello napoletano si compie un piccolo miracolo. Ettore Giannini, già sceneggiatore (aveva lavorato anche a Processo alla città), dirige questo film nel 1953, e riesca a raccontare Napoli (o meglio, lo spirito che la pervade) servendosi proprio del linguaggio specifico della città.  Teatralizzando, cioè, fortemente la narrazione. L’operazione viene condotta consapevolmente, con oculatezza e grande controllo dei mezzi espressivi, allo scopo di indirizzare la scontata retorica dei classici luoghi comuni, verso un discorso su Napoli più complesso, profondo e articolato. Il film è un musical, forse l’unico vero musical che sia stato mai prodotto in Italia. Che Giannini ricavò da uno spettacolo teatrale di grande successo da lui stesso messo in scena nel 1950. Ricco di musiche, di canti, di balli e ravvivato ancor più da un sapiente utilizzo del colore, Carosello napoletano è ambientato in una Napoli più immaginaria che reale. Rigorosamente ricostruita in studio senza alcun intento realistico, attraversata, però, dalle sue voci, dalle sue canzoni, dai suoi personaggi più tipici, l’opera riesce, pur se in un’atmosfera generale vivace e festosa, a far trapelare, tra le righe, tutto il disagio, la drammaticità, la complessità storica e sociale derivante dalla molteplicità di eventi che hanno caratterizzato la sua storia. Tutto quel magma ribollente, insomma, che si agita sotto la superficie spesso troppo oleograficamente levigata cui, con consapevole ironia, alludono le ricche scenografie. E va detto che al buon esito del risultato finale ha sicuramente contribuito l’apporto in fase di sceneggiatura di un importante scrittore e conoscitore della città come Giuseppe Marotta.

Salvatore Esposito, con il suo pianino elettrico e la sua numerosa famiglia, attraversa la storia di Napoli dai tempi delle sanguinose incursioni dei turchi sulle sue coste fino al secondo dopoguerra.

Tutto parte, ovviamente, da uno sfratto. Quello imposto allo stesso Salvatore e famiglia, scacciati dalla povera baracca in cui abitavano. Unici sfrattati, per di più, tra i molteplici “residenti”. Alle (deboli) proteste di Salvatore le guardie rispondono con la frase che diventerà un po’ il tormentone di tutto il film: “E che volete… voi siete abusivo”.

Da questo ordinario spaccato di vita vissuta (siamo, infatti, nel secondo dopoguerra, quando Napoli pullulava di baracche) si parte per questa lunga cavalcata nella storia della città. Ogni episodio è caratterizzato da una musica, da una canzone, da un’atmosfera sulla quale si innestano ricche e mirabolanti coreografie. Proprio l’episodio iniziale, incentrato sulla delicata melodia di Michelammà che, “violentata” e stravolta da una ennesima incursione dei mori, si trasforma in una feroce danza di morte, sembra definire il tenore di tutta la storia, quella del film e quella della città, con il suo essere continuamente in balia di invasioni e capovolgimenti di potere. Salvatore Esposito possiede quale sua unica ricchezza la musica e le canzoni (i cui spartiti, non a caso, volano spesso via trascinati dal vento), ma non ha una casa dove ritirarsi la sera. “Con le canzoni il ricco gioisce e il povero si nutrisce” dice, mentre si avvia, con malcelata rassegnazione, per le strade con il suo pianino. Vive insieme alla sua famiglia di carità e di espedienti, eppure, in qualche modo, non è mai disperato, sempre fiducioso che un evento, provvidenziale e imprevisto, possa giungere da un momento all’altro a cambiare la sua vita. Anche se è evidente che questo suo trasporto, questa sua fiducia, sono solo un modo per farsi coraggio, per avere la forza di andare avanti e di ricominciare ogni giorno. Il film racchiude epoche ed eventi l’uno nell’altro, come in una sorta di scatole cinesi, dalla rivoluzione di Masaniello (il quale, afflitto dalle troppe “cannonate di beneficenza” si riduce a fare da semplice e immobile statua) alla morte in scena di Petito che affida a suo figlio l’eredità e la maschera di Pulcinella. Venditori ambulanti, guappi, “belle figliole” e focose popolane, attraversano la scena come figure di un unico grande teatrino delle marionette, palesemente finti, eppure più veri del vero. C’è uno spruzzo di Belle Epoque (le sciantose, i varietà) ma subito la Prima Guerra Mondiale rompe l’incantesimo. E poi vengono i tempi bui, e un’altra guerra, e con essa gli americani, “… E c’è sempre qualcuno che si preoccupa di venirci a salvare” dice il cantastorie dall’alto della sua plurisecolare esperienza di miseria e sopravvivenza. E, con questa ineluttabile consapevolezza nel cuore, dopo aver attraversato fatti ed eventi che hanno segnato la storia di questa città e del mondo intero, non gli resta altro da fare che continuare a trascinare il suo pianino di strada in strada, seguito da una famiglia che si allarga sempre di più, e tenendosi stretto le sue canzoni, che di sicuro riscalderanno il cuore a chi le ascolta, ma che non sono riuscite, e forse mai riusciranno, a risolvere le sue secolari difficoltà.

Questo film ci dice ancora una volta che Napoli si spiega solo con Napoli. In esso si dimostra, infatti, come nella sua ostentata teatralità la cultura popolare napoletana esibisca tutta la retorica di questo “teatro” trasformato in vita quotidiana (o viceversa), ma anche tutto il dramma che questa stessa retorica produce e nasconde allo stesso tempo. Salvatore Esposito (un bravissimo Paolo Stoppa), il suo pianino, la sua famiglia, sono il simbolo della città, ma soprattutto della sua immobilità, del suo attraversare immutata, nello spirito se non nella forma, la storia e i secoli, sorretta soltanto da un tenace e incrollabile istinto di sopravvivenza.

Basato su questo forte impianto teorico-spettacolare che lo pone in grado di confrontarsi senza alcun timore con i grandi musical prodotti in America in quegli stessi anni (per “rigore, felicità nell’invenzione coreografica, ricchezza di costumi, legami forti con la tradizione musicale”, come è stato detto) il film ottenne successo internazionale e importanti riconoscimenti (Nastro d’argento al Festival di Cannes del 1954 a Mario Chiari per le scenografie) e il supporto di un cast tecnico e artistico di grande levatura. Oltre al citato scenografo, c’è la splendida fotografia di Giorgio Sommer, le coreografie del grande ballerino russo Léonide Messine, che ha ritagliato per sé il toccante ruolo di Pulcinella-Petito, corpi di ballo di grandi teatri d’opera, e un nutrito gruppo di grandi interpreti che vanno da Sofia Loren al già mensionato Paolo Stoppa, da Achille Millo a Tino Buazzelli, da Tina Pica a Giacomo Rondinella, da Dolores Palombo a Aldo Giuffrè, e l’elenco potrebbe ancora continuare, per questo piccolo-grande capolavoro che rimane uno dei capisaldi imprescindibili della storia del cinema napoletano.

 

Febbraio 2013

 

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