NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

12^ Puntata

LA CITTA' ORIZZONTALE 
Filumena Marturano e Napoletani a Milano

 

di Antonio Tedesco

 

Dopo i buoni esiti ottenuti con Napoli Milionaria, che fu presentato al Festival di Cannes nel 1951 e distribuito all’estero in diversi paesi ottenendo un buon successo internazionale (che contribuì anche ad estendere la sua fama fuori dai confini dell’Italia) Eduardo rafforzò ulteriormente il suo impegno in campo cinematografico.

Decise, così, di portare sullo schermo (nel 1951) un altro dei suoi capolavori teatrali, Filumena Marturano, interpretato da egli stesso nei panni di Domenico Soriano e dalla sorella Titina nel ruolo della protagonista.

Anche per la versione cinematografica, come già per quella teatrale, Filumena Marturano sembra, a una lettura più superficiale, chiudersi nei confini di una coinvolgente quanto intricata e melodrammatica vicenda familiare. In realtà il discorso di Eduardo riguarda soprattutto la stratificazione dei rapporti sociali, così come si sono configurati nella complessa realtà napoletana.  Dove risulta estremamente difficile stabilire delle classiche relazioni “verticali”. Le corrispondenze “alto-basso” tendono inevitabilmente a livellarsi.  Le dinamiche sociali si rappresentano essenzialmente come un magma intimamente, se non esteticamente, indistinto. La storia di Filumena Marturano è, in questo senso, fortemente emblematica. E non certo, o non solo, perché  “e figlie so’ figlie”. Ma soprattutto per il fatto che, questa donna che viene dal popolo “basso” e miserabile, ma dotata di una ferrea volontà e di una forte consapevolezza di sé, delle sue origini e delle sue ragioni, sa piegare ai suoi bisogni di sopravvivenza, e a quelli dei suoi figli (illegittimi) un rappresentante della borghesia agiata, un commerciante senza problemi economici. E non perché  sia una qualunque profittatrice, ma perché sa, che in quel contesto, è un suo preciso diritto. Mentre Domenico Soriano, il benestante, rappresenta una classe sociale che, per grettezza, egoismo o superficialità, ha tentato di rimuovere le proprie radici.  Fingendo di ignorare i legami indissolubili di appartenenza a quel tessuto connettivo sociale e culturale, il quale, però, ritorna, ineluttabilmente, a far valere i propri diritti.

Anche questo film è, ovviamente, impreziosito delle magistrali interpretazioni, oltre che dei due protagonisti, di comprimari del calibro di Tina Pica, Aldo Giuffré, Luigi De Filippo e molti altri ancora. Però, a differenza di Napoli Milionaria, la versione cinematografica di Filumena Marturano resta fortemente debitrice del suo impianto teatrale. E le “aperture” agli esterni non sono significative come nel primo film,  ma si riducono, piuttosto, a puro sfondo di una vicenda che resta indissolubilmente legata alla dinamica del confronto-scontro tra i due protagonisti.

 

Qualche anno dopo, invece, nel 1953, Eduardo si cimenta con un film, intitolato Napoletani a Milano, basato su un soggetto originale, elaborato in collaborazione con la celebre coppia di sceneggiatori Age e Scarpelli, tra i massimi autori di testi per quell’aureo filone denominato Commedia all’Italiana. 

Si tratta di una storia concepita, si direbbe, con intenti conciliatori. Che, in perfetta armonia con un certa filosofia tipica di Eduardo, si propone apertamente di superare preconcetti e pregiudizi relativi all’eterna diatriba Nord-Sud e, nella fattispecie, milanesi-napoletani. Vengono, così, messi in evidenza non solo i difetti, ma anche gli aspetti migliori che caratterizzano i due popoli, dimostrando alla fine che la ricerca di un’armonia è possibile. La parte più interessante del film è comunque quella iniziale, che si svolge a Napoli, ed è impostata come una sorta di docufiction, con tanto di finte interviste, sulla realtà cittadina dell’immediato dopoguerra. Il film, in questa prima fase, rifacendo un po’ il verso ai primi documentari televisivi dell’epoca, illustra la vita di un gruppo di baraccati che si sono costituiti quasi come una piccola comunità autonoma, guidata da un proprio “sindaco” locale interpretato, ovviamente, da Eduardo. L’equilibrio, se pur precario e costantemente mutevole, di questa piccola comunità, viene seriamente compromesso quando il territorio su cui risiedono con le loro baracche sarà dichiarato edificabile e dato in concessione ad una ditta milanese che intende impiantarvi una fabbrica. Sloggiando, ovviamente, i già abusivi abitanti del luogo.

Le vicende del film (il crollo di un edificio pericolante in seguito ai lavori per impiantare la fabbrica, la conseguente richiesta di risarcimento per le vittime, eccetera) porteranno un folto gruppo di baraccati napoletani a Milano. Qui, in maniera inattesa e sorprendente,  per rispondere ad una sfida lanciata dai vertici dell’azienda milanese che dovrebbe risarcirli, finiscono per inserirsi brillantemente nel contesto lavorativo locale, pur non rinunciando agli immancabili guizzi di pura “creatività” partenopea. E stabilendo anche un rapporto di solidarietà che li porta a far causa comune con i lavoratori locali in un momento di grave difficoltà della fabbrica.

Eduardo cerca, a modo suo, di sposare la “filosofia” partenopea con il rigore milanese (“…sarebbe strano che al momento della creazione fossero stati messi tutti i buoni da una parte e i cattivi dall’altra” dice in una delle battute chiave del film), in un’opera corale, dove gli intenti di denuncia vengono ammorbiditi in una sorta di realismo fantastico che propugna, senza avere l’aria di fare grandi proclami, un’unione dei popoli che parta dal basso, dalle classi lavoratrici, nella fattispecie, che condividono, al di là dei pregiudizi “localistici”, problemi, speranze, aspirazioni.

Una Napoli da esportazione quella proposta da Napoletani a Milano, una Napoli che sa (o prova) a dialogare con tutti, ed è disponibile all’impegno e al sacrificio.

E’ come se quell’unione indelebile tra “alto” e “basso”, propugnata in Filumena Marturano, si estendesse ora orizzontalmente travalicando i confini di una città e di una cultura. Una unione ideale simboleggiata da quel familiare tram che, nel finale di Napoletani a Milano, sostituisce il treno (mezzo di trasporto che allude al collegamento tra luoghi distanti) e unisce Piazza Duomo al Lungomare di via Caracciolo. Come fossero, semplicemente, due fermate di una sola grande città. Che si congiungono in un unico luogo dell’anima, al di là delle differenze di cultura e delle distanze geografiche.

 

 

Febbraio 2013

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