NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

11^ Puntata

Un mondo a parte?  

PROCESSO ALLA CITTA’ di Luigi Zampa

di Antonio Tedesco

Nei primi anni del ‘900 un famoso fatto di cronaca, accaduto a Napoli, passato alla storia come “il processo Cuocolo” scosse profondamente l’opinione pubblica cittadina e quella nazionale. I risvolti che la vicenda assunse andarono ben più in là di quanto, pur grave, era accaduto. I coniugi Cuocolo, a vario titolo legati con le organizzazioni di camorra, furono trovati entrambi assassinati, ma in giorni e luoghi diversi. Le indagini portarono a scoprire una rete fittissima di relazioni e connivenze che sfociarono in quello che oggi si chiamerebbe un maxiprocesso, con decine di condanne sia per responsabilità diretta nel duplice omicidio che per associazione a delinquere. Scattò in questa circostanza una vera e propria controffensiva dello Stato, secondo alcuni effettuata anche con metodi non proprio ortodossi, nel tentativo di contrastare quella stratificata organizzazione a delinquere che si poneva a livello locale, ma non solo, come un vero e proprio contropotere. La cosa ebbe grande risalto sui giornali dell’epoca e si trasformò in un dibattutissimo caso politico. La stessa fantasia popolare ne restò fortemente impressionata, e il cinema in più occasioni vi si è ispirato.

Anche Luigi Zampa prese spunto da questo episodio traendone, nel 1952, un film (sceneggiato insieme a Suso Cecchi D'Amico e Ettore Giannini) che, pur serrato e avvincente, lavora soprattutto sui risvolti simbolici della storia, eletta quasi a paradigma di quello che sarebbe diventato (non solo a Napoli) l’intreccio tra malaffare, società civile e politica che ha segnato, si può dire, la storia di tutto il Novecento italiano e anche oltre. Nel film di Zampa, intitolato, appunto, in maniera esplicita, Processo alla Città (interpretato oltre che da Amedeo Nazzari, nel ruolo principale, da Paolo Stoppa, Franco Interlenghi, Silvana Pampanini, Dante Maggio, Tina Pica) ciò che emerge con più forza è il lato torbido, oscuro e sotterraneo di Napoli. I luoghi, interni o esterni che siano, sembrano ammantati di cupezza, impregnati di una pesantezza barocca. Nomi, luoghi e date appena modificati rispetto alla storia (Cuocolo, ad esempio diventa Ruotolo, l’anno il 1905 invece che il 1906 e così via). Ma ciò che più conta e impressiona è che la trama dell’intrigo e della corruzione, più che dipanarsi, si ingarbuglia con il proseguire delle indagini, giungendo a livelli sempre più elevati di corresponsabilità e connivenza. Protagonista è un magistrato, il giudice Spicacci (Amedeo Nazzari, appunto), che non si accontenta della facile conclusione cui la polizia sarebbe giunta con l’arresto, per altro casuale, del “pesce piccolo”, ma intuisce che la responsabilità va molto oltre e insiste per proseguire le indagini anche contro il parere dei propri superiori e nella più o meno malcelata ostilità delle autorità cittadine. Fino a scoprire che il cerchio, allargandosi sempre più, include anche persone molto vicine alla sua famiglia, cosa che destabilizzerà oltre che la sua vita professionale anche la sua vita privata. Alla fine, il “pesce piccolo” da cui l’indagine era partita diventerà una sorta di agnello sacrificale. Il clamoroso processo, come avvenne nella realtà, verrà celebrato. Il film si chiude con il giudice che, contro il parere generale, al cospetto della vittima innocente, decide di firmare i mandati di arresto per tutti i numerosi implicati. Ma la strada della compromissione, dell’intrigo, delle connivenze, come sappiamo, non sarà interrotta lì.

Funzionale a questa visione di un ambiente sociale tentacolare e sottilmente opprimente, è la rappresentazione della città. Una Napoli fatta di scalinate impervie e insicure, gradoni, gradinate, salite e discese. Una città inospitale, a tratti quasi ostile. Un labirinto di scale che collegano e confondono continuamente “l’alto” e il “basso”, come fossero i fili di una ragnatela che cattura e trattiene nella sua trama fitta uomini e donne, che sembrano diventare come insetti impazziti. Unica via di fuga, giù in fondo, dove queste scalinate convergono, il mare, il porto con i suoi “bastimenti” che partono per altri mondi. Una via di salvezza che però, per chi rimane impigliato in quella tela, non sempre è facile raggiungere.

Tutti i tasselli della complessa indagine sembrano, infine, andare al loro posto nel ristorante di Pozzuoli, anche questo sul mare. Dove alla grande tavolata ricostruita per le indagini, viene riprodotto quello spietato tribunale che, proprio lì, aveva sancito la condanna a morte dei coniugi Ruotolo. Vi siedono, fianco a fianco, notabili e guappi, rappresentanti della “buona” società borghese e tagliagole che si aggirano abitualmente di notte nei vicoli bui. Il tutto arricchito da un gruppo di allegre signorine che fanno da ornamento e diversivo. Un patto trasversale e fortissimo quello della società “onorata”, che supera e travalica quello della società civile. Una Napoli che si rappresenta vischiosa, sorniona e melliflua, come i notabili che gestiscono il malaffare servendosi della manovalanza dei vicoli per i lavori sporchi. E dove anche la musica e le canzoni, lontano dall’evocare “’o sole” “’o mare”, diventano messaggi inquietanti, dichiarazioni d’intenti, strumenti per sancire condanne, che sono, ineluttabilmente, condanne a morte.

E’ una Napoli nera e cupa quella del film. Una Napoli di miserie estreme e di ricchezze equivoche che convivono l’una a fianco all’altra. Che collaborano e interagiscono, che si nutrono e si sostengono reciprocamente. Che costituiscono un ordine diverso, autonomo, che risponde solo alle proprie regole. E che si sente estraneo agli influssi e alle direttive del potere esercitato dalle istituzioni e dai governi. La città irriducibile, che si nutre delle sue storie e delle sue tradizioni e che mal tollera ingerenze esterne. Come mossa da un impulso anarchico primordiale, come per un surplus di energia (vulcanica?) che le scorre dentro, e non sempre può, o riesce, a incanalarsi nella direzione migliore.

La città ha molte facce e, contrariamente alla frattura che tra queste potrebbe manifestarsi altrove, qui trovano una coesione, un elemento di continuità, una possibilità di relazione trasversale. Che si concretizza nella costituzione di un ordine proprio, basato su altri principi, fondato su altre leggi.

In un confronto diretto tra il giudice Spicacci e Alfonso Navona, che è il gestore di un banco dei pegni e tra i capi della complessa organizzazione, quest'ultimo dice al giudice: “Noi siamo due uomini di legge. Soltanto che io la legge la sento e la faccio in un modo diverso dal suo (…) io la sua giustizia non la conosco. So soltanto che è molto più complicata della mia”. In pratica una manifestazione di orgoglio. Una dichiarazione di pari dignità e di palese irriducibilità. L'espressione di una realtà troppo complessa per essere ridotta (come alcuni politici, anche di recente, hanno tentato di fare) nel comodo schema della “città normale”.

 

Febbraio 2013

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