NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

10^ Puntata

NAPOLI MILIONARIA
Ovvero: Miseria e grandezza della città di Napoli

di Antonio Tedesco

L'attività cinematografica di Eduardo De Filippo riveste sicuramente un ruolo di secondo piano rispetto all’importanza del suo lavoro teatrale. Eppure ha segnato una fase precisa e non certo trascurabile nella carriera artistica del grande attore e drammaturgo. Che, se negli anni '30, ancora condizionata dal fascismo, poteva rivestire una funzione per lo più alimentare, negli anni a cavallo tra il 1940 e il 1950 va assumendo, invece, connotazioni espressive molto più personali e decise. Ma sappiamo che Eduardo, pur considerando il teatro come suo territorio elettivo di espressione, sapeva utilizzare con acume e intelligenza anche gli altri media che, con l'avanzare del tempo si rendevano via via disponibili. Ne è esempio evidente il lavoro meticoloso di registrazione televisiva di tutta la sua opera drammaturgica (intesa non solo come autore, ma anche come interprete e regista) che lo impegnò per tutti gli anni '60 e '70 e anche oltre. Lasciando così una testimonianza preziosa e inoppugnabile della sua arte.

Al cinema Eduardo fu sia interprete (dagli anni '30 in poi) che soggettista e sceneggiatore e infine regista. Ovviamente sono proprio le opere di cui ha firmato anche la regia quelle a risultare, oggi, più significative e personali. In particolare fu nei primi anni '50 che il suo impegno cinematografico si fece più intenso fino a portare, tra il ’51 e il ’53, ad una temporanea sospensione della sua attività teatrale.

Già dalla metà degli anni '40 le sue commedie (da Questi fantasmi a Filumena Marturano a Napoli Milionaria) riscuotevano molto successo nei teatri di tutta Italia. Proporne, quindi, una versione anche per il grande schermo dovette sembrare come un passaggio ovvio e naturale.

La prima di queste commedie a diventare film fu Napoli milionaria, realizzata nel 1950 e coprodotta da Dino De Laurentiis. Che rimane anche la più significativa, o quantomeno la più soddisfacente da un punto di vista prettamente cinematografico, in quanto il testo teatrale non si sovrappone né acquista preminenza, ma si amalgama perfettamente in una struttura filmica autonomamente compiuta. Negli anni successivi Eduardo girerà anche  Filumena Marturano (nel 1951, con la sorella Titina nel ruolo della protagonista) e, nel 1954, Questi fantasmi, interpretato da Renato Rascel. Entrambi i film, però, sia pur per diversi motivi, non daranno esiti altrettanto compiuti del primo.

In Napoli milionaria Eduardo sfrutta il più ampio respiro offertogli dal mezzo cinematografico per fare della sua opera teatrale una storia corale, dove i personaggi vengono sviluppati in maniera più articolata, e l'intera città, degnamente rappresentata dal vicolo in cui la vicenda è ambientata, ne resta coinvolta. Si potrebbe dire, quindi, che la versione cinematografica è un ulteriore sviluppo dell’idea di partenza, una sua elaborazione più approfondita, che abbraccia il fatidico decennio (1940-50) in cui si inserisce la tragica esperienza della Seconda Guerra Mondiale, di cui l’autore analizza i segni e le conseguenze che essa lasciò sulla popolazione napoletana.

Il film (di cui lo stesso Eduardo è protagonista nel ruolo di Gennaro Iovine, contornato da un buon numero di valentissimi attori e caratteristi) è girato soprattutto in esterni. Il vicolo, pur se in parte  ricostruito negli studi cinematografici di Roma, è molto presente, con la sua umanità varia e colorita. Eduardo non esita a mostrare la lotta, sorda e non dichiarata, che avveniva quotidianamente in quegli stessi vicoli dove, fino a prima dello scoppio della guerra, pattuglie di camice nere si proponevano di reprimere ogni manifestazione di vita popolare tradizionalmente condivisa dalla piccola comunità che quei vicoli abitava. Dalle misere attività commerciali legate alla mera sopravvivenza quotidiana, al bucato fatto all’aperto, ai panni stesi, al semplice, tradizionale, sedersi fuori alla porta del “basso”. Ma quella piccola folla, come un organismo elastico e vischioso si apre e si chiude intorno ai fascisti, recuperando con degli stratagemmi più o meno fantasiosi il maltolto (tutto quello che questi passando sequestravano) e ritornando subito dopo alle proprie immarcescibili abitudini.

Le vicende della famiglia Iovine seguono le stesse vicissitudini del lavoro teatrale. Lo scoppio della guerra, il contrabbando, la lunga assenza da casa del capofamiglia Gennaro, prima internato in un campo di concentramento poi costretto ad una lunga, faticosa fuga. Il suo ritorno quando ormai, forse, nessuno più lo aspettava. Il suo trovarsi in una situazione completamente mutata, segnata dalla venuta dell’esercito alleato, con la presenza in città, in particolare, dei militari americani. Il brusco, per lui inspiegabile cambiamento del tenore di vita della sua famiglia, dovuto essenzialmente al “commercio” della moglie e alla cattiva strada che hanno preso i suoi figli. Quell’atmosfera tutt’intorno, nel vicolo e nella città, che lui percepisce cambiata, ma forse solo in superficie, e sicuramente in maniera non onesta né sana. Dove tutti sembra abbiano voglia solo di dimenticare, di rimuovere radicalmente un passato (quello della miseria, del fascismo, della guerra e dell’occupazione nazista) ancora così recente. Poi la malattia della figlia più piccola e la spasmodica ricerca del medicinale che potrebbe salvarla. Vicenda che assume i contorni di un risveglio brusco e drammatico dalla follia e dall'avidità che ha accecato non solo i componenti della famiglia Iovine, ma forse gran parte dell'intera città. Il film non si ferma, però, con il fatidico “addà passà ‘a nuttata” della commedia teatrale. C’è una coda in cui le situazioni evolvono, la famiglia si stabilizza in un nuovo equilibrio, che per certi versi somiglia a quello antico. I vari componenti, a cominciare dalla moglie di Gennaro, Amalia, si ridimensionano, e i figli, specialmente, trovano nuove strade. Eppure tutt’intorno si percepisce che qualcosa di inquietante, ancora, sta per accadere.  Gli anni ’50 incombono. E se non ci sarà la temuta bomba atomica, sarà invece, un’altra esplosione, quella del “progresso” galoppante e incontrollato, a spazzare via per sempre quel mondo raccontato nel film, o quello che ne resta.  

Ma il ruolo chiave della versione cinematografica di Napoli milionaria Eduardo lo assegna ad un personaggio che nella commedia non è contemplato, quello di Pasquale Miele,  interpretato da Totò. E’ in lui che si racchiude lo spirito della città. L’istinto della sopravvivenza a qualunque costo. La necessità vitale di adattarsi ad ogni situazione. E’ Totò che fa “il morto” di professione per  nascondere alla polizia il “contrabbando” sotto al letto. Ma si assume anche colpe di altri e sconta pene detentive a pagamento, o si finge un politico che arringa la folla quando c’è il rischio che questa stessa folla si rivolti contro il politico. Totò è il simbolo di quella città che si piega, anzi si attorciglia, senza mai spezzarsi e che in questo, al di là della morale del famoso proverbio, trova la forza e la capacità di sopravvivere, reagendo contro ogni offesa e ogni aggressione che la storia da secoli gli riserva. Il personaggio di Totò, nel film, muore e rinasce (in maniera simbolica) continuamente, e lo fa con serena consapevolezza, al di là di ogni illusorio principio di incorruttibilità e di intransigenza. Averlo individuato con tanta chiarezza è il colpo di genio di Eduardo, il suo contributo ad una conoscenza profonda e sofferta del destino di una città segnato, nei secoli, nel DNA del suo popolo, dove la miseria (umana e materiale) sa essere compagna, da pari a pari, con la grandezza. Un popolo che, forte di quell’intuizione che può venire solo da una cultura e una tradizione così antiche, sa che la differenza tra le due cose (miseria e grandezza) può essere, in fondo, davvero infinitesimale. E’ come se questo film chiudesse, idealmente, il cerchio aperto nel 1931 da Raffaele Viviani e Alessandro Blasetti con La tavola dei poveri. Dopo verrà la modernità, verrà una certa idea di politica, verrà la speculazione. E anche questi secolari concetti di miseria e grandezza, perderanno il loro antico valore,  rivestendosi di significati nuovi e sicuramente meno nobili. E un’altra “nuttata” comincia. E un’altra “nuttata” dovrà passare.

   

30 gennaio 2013

 

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