Le crisi del cinema italiano

2^Puntata

di Antonio Tedesco

 

Le frequenti crisi che hanno costellato la storia del cinema italiano dagli anni dieci ad oggi si possono ricondurre, nella gran parte dei casi, alle croniche carenze strutturali e organizzative che in questo, come in altri settori, tranne che in rari momenti, affliggono da sempre il nostro paese. Nel caso specifico, non si riuscì ad incanalare in maniera funzionale un flusso creativo a volte tanto consistente da risultare eccessivo e debordante.

Il rapido sviluppo di una fitta rete di sale di proiezione incoraggiò il moltiplicarsi delle "manifatture" (che in seguito si sarebbero chiamate case di produzione). Tra la produzione e il consumo si creò la necessità di una  struttura intermedia in grado di occuparsi della commercializzazione, o distribuzione, delle pellicole. Ma, in assenza di regole e di ogni benché minima volontà di organizzazione, tutto rimaneva affidato all'iniziativa dei singoli operatori, ognuno dei quali impegnato soprattutto a difendere gelosamente il proprio ambito di azione.

Sul breve periodo questo stato di cose riuscì a favorire l'affermazione dell'estro individuale e quindi la realizzazione di prodotti originali e innovativi che sarebbero stati presi a modello anche dalle cinematografie, come quella americana, affermatesi, in seguito, come egemoni. Ma sulla distanza emersero inesorabilmente quelle debolezze strutturali che alla lunga fiaccarono le potenzialità artistiche e produttive del nostro cinema.

Il cinema napoletano, pur  muovendosi in particolari condizioni   produttive e di mercato non poteva certo tenersi fuori da queste problematiche né dal dibattito che intorno ad esse si andava sviluppando.

La questione fu presa a cuore particolarmente da Gustavo Lombardo, singolare figura di tycoon  napoletano, imprenditore  di larghe vedute, che si rivelerà tra i principali artefici del  cinema napoletano, pur rimanendo molto attento alle esigenze del mercato nazionale e internazionale. Lombardo scelse subito, e tra i primi, di agire nel campo della distribuzione pur essendo perfettamente consapevole che nella grande frammentazione e nell'assoluto disordine che imperavano in questo settore stava uno dei motivi principali di debolezza del cinema italiano. Egli denunciò più volte questo stato di cose attraverso la sua rivista Lux, fondata nel 1908, e fu tra i primi a tentare l'avventura della grande distribuzione fondando una società, S.I.G.L.A., che si proponeva di agire su vasta scala distribuendo il prodotto in maniera razionale e in regime di uniformità tariffaria. La società ebbe vita breve per le resistenze incontrate specie da parte dei produttori che preferivano commercializzare in proprio i loro film. Ma servì, anche se in anticipo sui tempi, a indicare la strada che sarebbe stata percorsa in futuro.

Pur essendo molto legato alle tradizioni napoletane Lombardo rimane, nel complesso, una figura anomala nel contesto dell'imprenditorialità cinematografica partenopea. Comincia la sua attività come concessionario distribuendo film prodotti a Torino e a Roma. Si mette in proprio quasi subito acquistando l'esclusiva mondiale per la distribuzione di molti prodotti. Il suo primo grande successo è Inferno (1911) della Milano Film a cui egli riuscì a dare ampio rilievo e diffusione. Era una sorta di prototipo di kolossal, ispirato alla Divina Commedia, che avrebbe aperto la strada a film come Quo Vadis  (1913) e Cabiria (1914) - quest'ultimo distribuito dallo stesso Lombardo. Si trattava dei primi complessi esperimenti di lungometraggio che portarono, momentaneamente, il cinema italiano fuori dalla crisi e fecero scuola a quel cinema americano che si preparava ad invadere massicciamente il mercato mondiale.

Dal 1918 Gustavo Lombardo affiancò all'attività di distribuzione quella produttiva. Rilevò la Polifilm, fondata nel 1914 dal suo amico Giuseppe Di Luggo (stabilimenti al Vomero, prospettive più ambiziose rispetto alla media delle pur numerose produzioni napoletane) e ne fece la Lombardo Film.

La produzione napoletana grazie alle sue peculiari caratteristiche viveva un periodo di grande prosperità. Il fatto di avere così forti radici nella cultura e nella tradizione popolare consentiva, infatti, al cinema napoletano di ammortizzare abbastanza agevolmente i contraccolpi delle frequenti crisi che colpivano la cinematografia nazionale. La quantità di produzione fu, per un certo periodo in crescita costante e in controtendenza con la vertiginosa caduta produttiva subita dalla cinematografia italiana in seguito al primo consistente attacco del cinema hollywoodiano giunto a cavallo degli anni venti.

Di questa florida produzione (nel 1924-25 circa un terzo dei film prodotti in Italia erano realizzati a Napoli) la Lombardo Film è una delle principali artefici. Pur rimanendo in molti casi fedele a certi parametri legati alla cultura e alla tradizione partenopea i film prodotti da Gustavo Lombardo si attestano su di un livello di qualità mediamente più elevato (basti ricordare tra le decine di titoli il celeberrimo I figli di nessuno, diretto da Ubaldo Maria Del Colle nel 1921). Il produttore napoletano si circonda di collaboratori di gran valore. Scrittura attori e registi anche all'estero. Sua moglie, Leda Gys, sposata nel 1920, è una delle massime dive del cinema di quegli anni. Lombardo riesce ad aggirare anche uno dei maggiori ostacoli che si opponevano all'espansione del cinema napoletano: la censura fascista. Motivi ideologici legati all'accentramento culturale perseguito dal regime, timori di una "crisi d'immagine" dovuti alla scarsa addomesticabilità di una cultura così variegata e "pittoresca", facevano sì che le produzioni cinematografiche napoletane fossero osteggiate con ogni mezzo. Ma Lombardo, che si era inserito anche negli apparati di regime, riusciva a dare ai suoi film il giusto tocco che permettesse loro di non essere "sgraditi" al sistema. Intorno al 1930, quando la nuova e stavolta definitiva crisi, quella conseguente alla rivoluzione del sonoro, stava per mettere definitivamente la parola fine alla multiforme esperienza del cinema muto, Lombardo trasferì i suoi studi a Roma dove il fascismo stava creando le infrastrutture necessarie per l'accentramento di tutte le attività cinematografiche del paese. Nel frattempo, nel 1928 aveva fondato la Titanus, gloriosa casa di produzione e distribuzione che, fra alti e bassi, e sotto la gestione, dal dopoguerra in poi, del figlio Goffredo, avrebbe per lungo tempo, fino agli inizi degli anni novanta, rappresentato un pezzo tra i più rilevanti della storia del cinema italiano.

 

Box - Il cinema: nuova forma d'arte o semplice intrattenimento?

La questione all'inizio fu molto dibattuta. Il cinema poteva aspirare a diventare arte o era solo un fenomeno da dare in pasto alle masse popolari di bocca buona? Cultura "alta" o cultura "bassa"? Semplice intrattenimento per il popolino o in grado anche di soddisfare le esigenze di un pubblico più sofisticato? Dapprincipio nessuno aveva le idee molto chiare in proposito. Lo stesso commediografo Roberto Bracco in un'intervista rilasciata nel 1908  ad un redattore della rivista Lux (riportata in Il mare, la luna e i coltelli, di Stefano Masi e Mario Franco, Pironti 1988) si mostra non del tutto convinto. Pur se, di lì a qualche anno, lui stesso avrebbe collaborato alla riduzione di alcune sue opere per il cinematografo e scritto alcuni soggetti originali. Il commediografo in quell'intervista pone dei puntelli, delle condizioni da rispettare (un soggetto fatto bene, immediatezza d'espressione, verosimiglianza di atteggiamenti, chiarezza nello svolgimento ecc.), ma comunque lascia intendere tra le righe che la superiorità artistica e rappresentativa del teatro non si pone neppure in discussione. Meno intransigente Eduardo Scarpetta, intervistato per quello stesso numero di Lux, che crede invece nel buon esito di un connubio artistico cinema-teatro. E dice tra l'altro "(...) gli artisti di teatro farebbero bene a lavorare per il cinematografo. Ormai esso è penetrato nelle abitudini del popolo ed è bene migliorarlo anziché ostacolarne il cammino".

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