CINEMA E CANZONE

4^ Puntata

di Antonio Tedesco

 

Fin dalle sue origini il Cinema Napoletano ha sempre mantenuto uno stretto legame con la canzone dialettale. La quale (insieme ad un certo teatro e alla letteratura popolare di autori come Mastriani o Davide Galdi) costituisce di sicuro la parte più cospicua di un ricco patrimonio di cultura e tradizioni popolari che erano lì da sempre e parevano non aspettare altro che di essere tradotte in immagini.

La perfetta sintonia che si creò tra questo cinema e il suo pubblico si concretizzò in una produzione cinematografica che ebbe essenzialmente una portata e un rilievo di carattere regionale. Questo cinema, infatti, risultava poco esportabile nel resto d'Italia anche se era  molto richiesto all'estero, soprattutto in America, dove più forte erano le comunità di emigranti.

Furono proprio le canzoni, caposaldo della tradizione culturale partenopea, con la quale si erano cimentati nei secoli autori e poeti di gran valore, a rivelarsi una miniera pressoché inesauribile di storie, soggetti intrecci che non era difficile sceneggiare e trasformare in film. Nel particolare contesto napoletano la canzone rappresentò per il cinema uno sbocco spontaneo, quasi una risorsa naturale che fornì un vantaggio non da poco sulla cinematografia prodotta nel resto d'Italia,   afflitta proprio, tra le altre, da una crisi di idee definita: "crisi dei soggetti".   Strettamente collegato a manifestazioni quali la Piedigrotta (dove tradizionalmente venivano presentate le nuove canzoni) e al Festival della Canzone Napoletana, il rapporto cinema-canzone (che produsse ai tempi del muto film tratti da Fenesta ca lucive, Lucia Lucì , Torna a Surriento, ecc.) avrebbe continuato a mantenersi forte anche nei decenni successivi. Dagli anni cinquanta, in cui conobbe grande rilievo, fino a tempi a noi più vicini con, per fare solo qualche esempio, i film ispirati al repertorio del primo Nino D'Angelo, negli anni ottanta, e a quelli che, nella seconda metà degli anni novanta si sono rifatti alla voga neomelodica. Generando a volte, "casi" cinematografici esplosi e consumatisi quasi esclusivamente a Napoli e in alcune altre città del meridione. E' il caso di Nannaré, di Gigi D'Alessio o di film come Pazzo d'amore  e T'amo e t'amerò  che sfruttavano il fulminante successo ottenuto dal neomelodico Luciano Caldore.

Ma, tornando all'espressione "storica" di questo connubio tra cinematografia e canzone dialettale, è interessante notare come questo procedimento messo a punto dal cinema di sceneggiare in forma drammatica i testi delle canzoni sia stato mutuato, qualche anno più tardi, dal teatro.  E' intorno al 1919, infatti, che, complice una tassa imposta sugli spettacoli di varietà, la sceneggiata  irrompe sui palcoscenici teatrali. Questa nuova forma di spettacolo pur presentando tanti punti in comune con il varietà (stacchi musicali, canzoni, coreografie, recitativi ecc.) seguiva gli sviluppi di un testo scritto e all'uopo preordinato, risultando quindi, a tutti gli effetti, spettacolo drammatico. La qual cosa consentiva agli impresari di sfuggire al pagamento della tassa supplementare.

 

Le cronache dell'epoca raccontano dell'intensa partecipazione emotiva, e a volte anche fisica, con la quale il pubblico viveva  gli spettacoli cinematografici. Taluni erano molto critici nei confronti delle scene di violenza che spesso venivano "mostrate dal cinematografo": duelli al coltello per difendere amori e/o onori, sfregi, omicidi e suicidi passionali.  Tali scene venivano considerate all'epoca diseducative ed istigatrici, in maniera non dissimile da quanto avviene oggi nei confronti di certo cinema o di certa televisione. E a ben vedere quegli spettatori di inizio secolo, che si infervoravano alla visione di film intitolati Core furastiero, Carnevale tragico, O' schiaffo,  non sono molto diversi da certi cinephile di oggi cresciuti a dosi massicce di horror e di trash. Allora, come oggi, la carne  e il sangue  erano elementi indispensabili per il pieno coinvolgimento passionale ed emotivo del pubblico. Intorno ad essi si sono costruiti intensi melodrammi di amore e morte, allora, e raccapriccianti e catartiche, danze macabre  oggi. Si è passati da una sorta di pornografia  dei sentimenti che infiammava l'animo dei primi spettatori ad una pornografia della visione sfrenata tout court, che esalta ed entusiasma gli spettatori contemporanei. In entrambi i casi scattano meccanismi che sostanzialmente sono rimasti immutati nel tempo.

 

 

Box: IL CINEMA CHANTANT

 

Abbiamo già accennato nel numero precedente a come il cinema avesse fatto le sue prime fugaci apparizioni all'interno degli spettacoli di varietà. Una sorta di ciliegina sulla torta che veniva presentata il più delle volte nel finale per suscitare lo stupore e la meraviglia degli spettatori.

Ebbene in poco più di un decennio questa situazione si capovolse. I gestori di cinematografi, alla costante ricerca di soluzioni per mantenere alto l'interesse del pubblico presero ad arricchire i loro spettacoli servendosi di numeri dal vivo.  Suonatori, ballerine, cantanti, fantasisti, attrazioni di ogni tipo partecipavano al Cinema Chantant.  Questo, rispetto ai classici Varietà e Cafè Chantant risultava essere molto più economico tanto da diventare una forma di intrattenimento molto diffusa e popolare.  Incentrata, per di più, su di un'interessante commistione che consentiva al pubblico di inframmezzare con momenti di intrattenimento ad esso più noto e familiare la novità affascinante, ma non di rado stancante del cinema, che si proponeva allora con brevi film fatti di immagini ancora incerte e malferme.

Il Cinema Concerto, come anche era chiamato, si diffuse soprattutto nell'Italia meridionale ed ebbe a Napoli il suo luogo di massimo sviluppo. Si trattava, infatti di una forma di spettacolo che si combinava a meraviglia col carattere particolare del pubblico napoletano. La parte non cinematografica, che spesso aveva il suo punto di forza nel cantante-dicitore, o di giacca, come era anche detto, veniva recepita come una sorta di appendice, o di prosieguo naturale delle storie viste sullo schermo. Specie quando, com'era frequentissimo, la trama del film si ispirava alle canzoni di più antica tradizione e di più vasto successo popolare. Il cinema-concerto raggiunse una tale popolarità da meritarsi rubriche fisse sui giornali e persino qualche rivista ad esso completamente dedicata. A Napoli il fenomeno si radicò e durò per qualche decennio. Ancora negli anni trenta in alcuni locali, come l'Apollo, nei pressi della Stazione Centrale, allo spettacolo cinematografico erano abbinate esibizioni di artisti come quelle del famoso cantante Enzo Romagnoli, o le irresistibili parodie di Dante Maggio, esponente della gloriosa famiglia di teatranti napoletana.

E' significativo notare come mentre a Napoli si inventava e praticava diffusamente il Cinema Chantant, nelle altre capitali del cinema italiano a cavallo degli anni dieci, si tentava di rilanciare lo spettacolo cinematografico sperimentando soluzioni che sarebbero risultate poi più vicine a quanto il cinema mondiale avrebbe espresso più tardi e cioè il kolossal ad alto tasso di spettacolarità (Cabiria  -1914 -, Gli ultimi giorni di Pompei -1913 -) e lanciando un fenomeno destinato a fare grande presa sul pubblico: il divismo, che ebbe soprattutto in attrici come Lydia Borelli e Francesca Bertini i suoi grandi prototipi.

Questo non significa che la strada intrapresa dal cinema napoletano fosse sbagliata, ma solo che era la più consona alle proprie specifiche caratteristiche. Alle quali, come è successo per tante altre piccole vitali cinematografie sparse per il mondo, ha dovuto rinunciare per piegarsi alle esigenze imprescindibili dell'industria.

 

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