STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

 

di  Antonio Tedesco

6^ Puntata 

Cinema e censura di regime       

Nell’arco di circa due decenni di attività la Dora Film di Elvira e Nicola Notari ha prodotto più di duecento film tra documentari e opere di finzione. La gran parte di questi film si ispiravano ad un immaginario popolare colorito e vivace, dove la passione e il sentimento assumevano sempre toni enfatici ed erano pervasi da un fatalismo quasi trascendentale che incombeva costantemente sul destino dei personaggi. Ciò che veniva messo in atto, più o meno consapevolmente, era un gioco di rimandi tra immaginario e realtà che, come abbiamo già sottolineato nei numeri precedenti di questa rubrica, fece la differenza e la fortuna del cinema napoletano di quei primi decenni del novecento.

Questo cinema andava decisamente contro corrente rispetto agli orientamenti tenuti dalla cinematografia nazionale in quegli stessi anni. Il Regime, infatti, aveva perfettamente intuito quali potenzialità fossero contenute nel mezzo cinematografico. Tanto che di lì a poco tutte le attività inerenti questo settore sarebbero state accentrate e tenute sotto stretto controllo dal Regime stesso.

Ma il cinema muto napoletano è recalcitrante ad allinearsi. Forte di un pubblico numeroso quanto caloroso e partecipe, resta ostinatamente legato alla propria cultura e della propria tradizione. Continua a muoversi, essenzialmente, all’interno di una propria specifica e riconoscibile verità che si contrappone apertamente alla “grande menzogna” di un cinema finto, edulcorato, indirizzato e ispirato dai censori di Regime.

Con la censura Elvira e Nicola Notari ingaggiarono una battaglia lunga, più o meno, quanto la storia della Dora Film.

Nel mirino dei funzionari addetti al controllo finivano sia talune scene, specie quelle relative ai delitti passionali e ai duelli al coltello (la cosiddetta “zumpata”), sia le didascalie in lingua napoletana che  venivano osteggiate in nome di una lingua nazionale ritenuta garanzia di controllo e di unità. 

Man forte alla censura veniva data dalla stampa, specie quella settentrionale, più lontana per inclinazioni e per cultura dalla realtà espressa in quei film. Certe riviste, in particolar modo alcune stampate a Torino, si impegnavano a demolire sistematicamente e, si direbbe, per partito preso, le produzioni cinematografiche partenopee. Ciò che infastidiva particolarmente censura e stampa di Regime sembrava essere il grado di realismo, a volte esasperato, che questi film esprimevano. Una realtà che molti, fuori da Napoli, sembravano considerare degradata e offensiva rispetto all’immagine edulcorata e grossolanamente superficiale della città che in Italia si amava presentare come biglietto, anzi “cartolina” da visita.

Il confronto teso e continuo tra la censura e la Dora Film si trasformò nel tempo in una vera e propria guerra di nervi. Da principio i Notari riuscirono a cavarsela abbastanza bene adottando rimedi e accorgimenti grazie ai quali cercavano, alla meno peggio, di aggirare limitazioni e divieti. Uno dei sistemi più usati era quello di sottoporre il film al vaglio della censura solo quando il suo sfruttamento commerciale era già avvenuto. In tal modo si riuscivano almeno a recuperare i costi di produzione, dopo di che bisognava tagliare o rigirare alcune scene, riscrivere tutte le didascalie in “corretto italiano”, come era caldamente raccomandato, con dispendio di tempo e di soldi non indifferente. Queste pellicole, inoltre, erano molto apprezzate e richieste negli Stati Uniti e in Canada, tra le comunità di emigranti, ma spesso non ricevevano il visto necessario per l’esportazione e dovevano essere inviate all'estero attraverso canali clandestini.

Questa situazione andò avanti per un po’ e si può dire che il successo di pubblico che i film dei Notari ottenevano fosse direttamente proporzionale agli ostacoli che la censura frapponeva alla loro circolazione.

Ma l’azione sistematica e sempre più decisa che gli uffici di governo esercitavano, alla lunga cominciò a fiaccare anche la dura tempra dei coniugi Notari. Stanchi di dover lottare accanitamente per ogni metro di pellicola uscito dai loro studi, Elvira e Nicola cominciarono a variare la loro produzione allargando il campo a soggetti di natura diversa da quelli fino allora praticati. Produssero così alcuni film a sfondo patriottico ed edificante (Fantasia e’ surdate, tra i più noti) che non servirono molto, per la verità, ad addolcire la cattiva disposizione della censura nei loro confronti.

Nel 1928 ci fu una specie di tracollo psicologico, un cedimento alle imposizioni operate dai funzionari del regime. I coniugi Notari produssero un film intitolato Napoli terra d’amore, un esempio da manuale del cinema politicamente corretto raccomandato dai censori. Molte riprese in studio, ambienti “ripuliti”, levità, cura formale, retorica trita, vuoto sostanziale di contenuti. Il film ottenne il beneplacito della censura e per la prima volta una produzione Dora Film circolò senza tagli. Ma al botteghino fu un tonfo. Un insuccesso clamoroso. Il pubblico napoletano non si riconosceva in quell’opera che avvertiva falsa, artefatta, e disertò le sale. Per la Dora Film che aveva impegnato ingenti capitali in questa impresa fu l’inizio di una grave crisi. Che avrebbe portato, nel giro di soli due anni, Elvira e Nicola Notari ad abbandonare del tutto l'attività cinematografica e a ritirarsi a vita privata.

Era il 1930.  Una data fatidica per il cinema mondiale che chiudeva la prima parte della sua storia e si apprestava al gran salto verso il sonoro.

 

Box – Il dettato della censura 

Una circolare diramata dall’ufficio della censura dimostra chiaramente come il Regime tenesse in maniera particolare a salvare una certa immagine del Paese,  non esitando, a tal fine, a reprimere e soffocare le espressioni più autentiche e viscerali del cinema napoletano, e in special modo le produzioni della Dora Film che di questo cinema rappresentavano, in un certo senso, la frangia più estrema.

Tale circolare che riprendiamo da  Il mare la luna e i coltelli ,  di Stefano Masi e Mario Franco, edito da Tullio Pironti nel 1988,  si esprime in questi termini:

“ Non sarà più concesso il nulla osta a film che risultino indegni della bellezza che la natura ha prodigato alla terra di Napoli, che offendono la dignità della città con scene di ambienti napoletani che, se non ancora scomparse dalla vita della città, non rappresentano più la caratteristica di quella popolazione”.

“ Non saranno più tollerati film che a base di posteggiatori, pezzenti, scugnizzi, di vicoli sporchi, di stracci e di gente dedita al dolce far niente, sono una calunni per una popolazione che pur lavora e cerca di elevarsi nel tono e nella vita sociale e materiale che il Regime impone al paese”. 

Ecco invece un brano tratto da una recensione al film Varca napulitana, apparsa sulla rivista Il Mondo e lo Schermo, a firma di tale Graffiacane, pseudonimo dietro il quale pare si nascondesse addirittura Alessandro Blasetti:

“Seriamente, non vi sembra, cari signori cinemato-folkloristi italiani, che sarebbe ora di finirla di mostrare all’Italia e al mondo Napoli, l’altra Napoli, regina del mare, incoronata di fuoco, ammantata di sole, adagiata sulla spuma delle onde, Napoli di cui ogni italiano è fiero, di mostrarla, ripetiamo, come la patria degli straccioni, dei sudicioni, dei morti di fame! Smettetela signori miei, e se non avete altro da fare, andate a suonare l’organetto per strada” .

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