STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

 di Antonio Tedesco

9^ puntata

 

Due idee di cinema

Parte prima

 

 

Come abbiamo già accennato in qualcuna della precedenti puntate, nel ribollente e creativo calderone che fu il cinema napoletano dei primi anni del Novecento, due scuole, due idee di cinema, si delinearono e si andarono affermando con una certa precisione.

 Due modelli diversi di concepire l’esperienza  cinematografica, entrambi, però, dotati di fenomenali intuizioni sulle potenzialità che offriva il mezzo (che allora si andava ancora esplorando) e che si delineavano già come le tendenze principali che nel tempo si sarebbero riproposte, ovviamente adattate, ai relativi progressi ed evoluzioni. 

Possiamo dire, in sintesi, che le loro espressioni più significative furono rappresentate dalla Lombardo Film di Gustavo Lombardo e dalla Dora Film della famiglia Notari.

Due concezioni del fare cinema che, per certi versi, fin da allora si sono fronteggiate rappresentando scelte di campo artistiche e produttive molto diverse tra loro.

E’ evidente che il modello più  ampiamente diffuso e conosciuto e che in definitiva si è universalmente affermato, è stato quello della produzione razionalizzata su scala industriale, organizzata secondo precisi e adeguati criteri di commercializzazione che tengono conto di un mercato ad ampio raggio e cercano di soddisfarne il più possibile le variegate esigenze. Questo modello, a Napoli, è stato rappresentato fin dagli albori del cinema dalla Lombardo Film.

La Dora Film, invece, rappresenta un’altra strada possibile, che solo in parte e in maniera più limitata, è stata seguita dal cinema. Quella, cioè, dove il cinema stesso si lega ad una espressività più immediata e spontanea, più personalizzata, spesso molto vicina ai linguaggi e alle tradizioni culturali in cui, in quel dato luogo, si è sviluppato. Questo, però, da un punto di vista di organizzazione produttiva e diffusione commerciale lo rende, proprio per i presupposti su cui si basa, più marginale e appartato.

Ciò non significa che in quegli anni anche la Dora Film non facesse incassi notevoli con le sue produzioni. Resta, però, il fatto che il suo orizzonte di riferimento era relativo ad un pubblico, e dunque a un certo tipo di cultura, ben individuato e circoscritto. Che si concentrava, ovviamente, a Napoli e in altre città del meridione, ma anche, come abbiamo visto, tra le comunità di emigranti che risiedevano in USA, e in altri paesi stranieri.

C’è da dire, d’altro canto, che nel tempo e nelle sue svariate manifestazioni, questo modo di fare cinema più apparentemente artigianale, individualistico, localizzato (di cui la Dora Film è stata tra i primi consapevoli rappresentanti) si è rivelato sempre un prezioso terreno di ricerca, sperimentazione e rinnovamento artistico di cui anche il cinema più diffuso e “ufficiale” si è ampiamente avvalso (vedi i citati influssi sul neorealismo che proprio la Dora Film, secondo alcuni, avrebbe avuto), e si è strettamente imparentato nel tempo, con forme di cinema più raffinate, quali il cinema documentaristico, quello sperimentale, fino a spingersi in  alcuni casi verso il cinema underground.

 

In ogni caso, sia la società di produzione di Lombardo che quella dei Notari, sono da considerarsi dei pionieri a tutti gli effetti. Hanno infatti aperto la strada, anticipando metodi e criteri che avrebbero caratterizzato, in un senso o nell’altro, il futuro percorso del cinema, così come si è sviluppato fino ai giorni nostri.

Del piglio imprenditoriale, dell’intraprendenza e dello spirito di iniziativa di Gustavo Lombardo abbiamo già accennato, seppur brevemente, nella 2^ puntata di questa rubrica. Possiamo aggiungere solo che il suo istinto finissimo di distributore gli aprì le porte della produzione, che concepì subito come operazione da avviare su vasta scala. Egli si presentò fin dagli esordi come una figura di produttore moderno dalle vedute ampie e cosmopolite. Anche nello stile di vita. Dal matrimonio con la diva Leda Gys ai frequenti viaggi all’estero (Parigi soprattutto), per visionare pellicole da importare in Italia e vendere le proprie, ma anche per cercare facce nuove, interpreti da lanciare nelle sue produzioni.

Non bisogna credere per questo che Gustavo Lombardo disprezzasse i soggetti legati alla napoletanità. Tutt’altro. Basti citare alcuni titoli che ebbero buon successo e ampia risonanza nella seconda metà degli anni ’20, come Napoli è una canzone, diretto da Eugenio Perego, o La madonnina dei marinai di Ubaldo Maria del Colle, o Napule…e niente cchiù, ancora di Perego. Tutti interpretati dalla brava Leda Gys, efficace sia nei ruoli brillanti che in quelli drammatici. Ciò che differenziava questi film dalle altre produzioni, e in particolare da quelle della Dora Film, era il modo in cui la città veniva presentata. Anche se non si eccedeva nel decorativismo cartolinesco, quella dei film di produzione Lombardo era comunque una Napoli meno cruda, più moderna e “digeribile”, buona anche per palati difficili come quelli della censura e della stampa “nordista” che tanto si affannavano a stroncare senza pietà i film della Notari. Anche in un melodramma a suo modo classico, come il citato La madonnina dei marinai, dove i sentimenti e le passioni messi in campo non erano da poco (qualcuno l’aveva definito una sorta di Promessi Sposi napoletano), si badava, però a mantenere una certa “pulizia” dell’ambiente, un certo decoro di contorno che rendesse la città, che sempre faceva da “coro” a questi film, più “normale” agli occhi di un pubblico anche non partenopeo. A conferma che è il “cuore buio” di Napoli, il suo nocciolo profondo più eversivo e ingovernabile, quello che maggiormente spaventa, e che la Notari, invece, sviscerava a fondo, rivendicandone la piena e assoluta legittimità.

 

Lombardi, insomma, aveva ben intuito le grandi possibilità che si aprivano al cinema come vera e propria industria, operante nel settore dello spettacolo e dell’intrattenimento. E soprattutto aveva capito come bisognava muoversi perché queste possibilità potessero svilupparsi in armonia con l’ambiente circostante, che poteva favorirle o stroncarle. Diciamo, quindi, che il suo intuito di produttore si unì ad una notevole abilità diplomatica, che lo portò ad essere presente, anche con ruoli di primo piano, negli apparati del Regime.

 

Gli storici del cinema, Aldo Bernardini e Vittorio Martinelli, in un loro testo che ricostruisce la storia della Titanus, la grande casa di produzione e distribuzione che Lombardo fondò nel 1928, quando chiuse l’esperienza napoletana della Lombardo Film e trasferì a Roma le sue attività, così definiscono in sintesi, il grande produttore:

“Con la sua lungimiranza mise in evidenza nuove idee ed esigenze battendosi contro il dilagare di prodotti di bassa qualità e per la costruzione di un organismo unitario, capace di eliminare la concorrenza straniera e di imporre al mercato criteri di razionalità”.

( da Titanus, la storia e tutti i film di una grande casa di produzione).

 

   Condividi

<<

precedente

>>

successivo