I DUE TEMPI DEL CINEMA NAPOLETANO

 

di Antonio Tedesco

 

 

 

Primo Tempo

 

Parlare del Cinema Napoletano delle Origini cercando di far tesoro e, insieme, di sviluppare gli elementi raccolti dalla storiografia più recente, che sta cercando di colmare i vuoti di un lungo e colpevole oblio, non è soltanto raccontare una storia specialistica che si rivolge a pochi addetti ai lavori, né, peggio ancora, una semplice “curiosità” tra le tante che arricchiscono l’aneddotica sulla città.

Significa molto di più.

E’ penetrare – per mezzo di un percorso nuovo - nell’animo della città stessa. Infilarsi attraverso quella porta aperta sull’inconscio che il cinema, in generale, ha contribuito a spalancare agli inizi del secolo scorso.

Ancora, significa utilizzare una chiave di lettura nuova e originale per una storia antica, quella di una città e di un popolo la cui cultura e le cui tradizioni sono radicate nei secoli, ma che trovano subito, in questo nuovo mezzo, uno strumento per esprimerle ancora una volta in maniera nuova, diversa eppure strenuamente coerente e fedele a sé stessa. Quasi fosse un modo per comprenderle meglio. Per fissarle, laddove anche il teatro, pur appartenendo alla vocazione profonda della città, è per sua propria natura volatile e transitorio.

Non è un caso che nei tempi in cui il Cinema non era ancora “globalizzato” e la sua produzione era ancora un’esperienza “decentrata”, frammentata in tante piccole realtà locali, il Cinema Napoletano è quello che esprime una sua più compiuta e caratterizzata personalità. Che scaturisce direttamente dalla propria cultura antica, dalle proprie tradizioni, dai propri luoghi, fisici e mentali.

Mentre in altre città italiane (Torino, Milano, Roma) si produceva un cinema culturalmente più omologato, e quindi più neutro, basato su parametri più facilmente condivisi in quanto espressione diretta della cultura imperante in quel tempo, che si fondava su ascendenze letterarie tanto conformiste quanto altisonanti (i “protokolossal” Cabiria, Inferno, Gli ultimi giorni di Pompei ne sono un esempio lampante), Napoli mise subito in gioco nel cinema la sua anima più antica, la sua cultura popolare più vera e più radicata, trovando in quello strumento originale e inatteso quasi uno sbocco naturale alle istanze che ribollivano da secoli nel suo corpo (o meglio, ventre) sociale.  

Ma quale tipo di esperienza offriva il cinema al pubblico di quegli anni abituato ad altre modalità di fruizione dello spettacolo, e in particolare ad una fascia “turbolenta” di pubblico come era quello napoletano, almeno nelle sue espressioni più popolari?  

Per capire realmente il valore di quel cinema bisogna spogliarsi della propria competenza di spettatori contemporanei e smaliziati e (ri)vivere quest’avventura con l’occhio vergine e puro di chi all’epoca (che fosse dietro la macchina da presa o davanti allo schermo) si poneva di fronte a questo mezzo espressivo rivoluzionario e per certi versi sconvolgente, che sembrava dotato di un magico e meraviglioso potere, quello di dar vita alle fantasie e ai sogni.

L’immagine in movimento, vista con gli occhi di un uomo dei primi del Novecento, non era cosa da poco. E poi a distanza di qualche anno vennero il montaggio, l’uso consapevole della luce, la varietà di prospettive in cui le immagini potevano essere riprese, il tutto ad arricchire ulteriormente quella originaria, quasi fanciullesca, sensazione di meraviglia che il cinema destava.

La tendenza dello spettatore contemporaneo è quella di porsi con sguardo sufficiente e divertito di fronte ai reperti del cinema muto. Bisognerebbe, invece, imparare a guardare quei primi tentativi, a volte ingenui, a volte approssimati, con rispetto e ammirazione. Sono i primi coraggiosi passi di un’arte chiave che avrebbe segnato tutto il secolo a venire.

 

 

Secondo tempo  

La vera Storia del Cinema Napoletano, cioè di un cinema realizzato a Napoli e principalmente per i napoletani, coincide, a rigore, con la storia del Cinema Muto, o delle Origini, così come fu vissuta, verrebbe da dire quasi, interpretata, in città nei primi decenni del Novecento. In quell’arco di tempo ci fu un approccio spontaneo, originale e non occasionale, anzi sistematico, con il nuovo mezzo di comunicazione che si affacciava al mondo e si candidava a diventare arte e industria fondamentali per il secolo che si apriva. Dopo, prosciugato dal filtro del fascismo e dalle esigenze industriali e produttive sopravvenute con l’avvento del sonoro, non si potrà parlare più di un cinema napoletano nel senso di un cinema che nasce e si sviluppa dalle viscere stesse della città, quanto piuttosto di un cinema che trova in Napoli una sua particolarissima e peculiare ambientazione, dove la città è oggetto di narrazione piuttosto che fonte produttrice autonoma di quella narrazione stessa.

Quindi vanno ben distinte le due fasi. La prima, irripetibile, in cui Napoli si appropria del cinema come strumento narrativo e lo fa suo, piegandolo alle proprie esigenze espressive, alle proprie istanze culturali, addirittura alle sue specifiche capacità di fruizione. Una seconda (prevalente, che dagli anni Trenta perdura ancora oggi) in cui Napoli più che produrre uno sguardo autonomo, lo subisce, diviene un luogo che il Cinema - il quale, ormai, “abita” altrove - frequenta e a volte predilige, per la vasta gamma di possibilità espressive e narrative, nonché di resa spettacolare, che offre. Dunque, in questa seconda fase Napoli viene “attraversata” dal Cinema che pure ne dà, con le sue immagini, un’ampia e articolatissima lettura. Mentre diverranno davvero rarissimi e circoscritti i casi in cui sarà la città stessa a esprimere in maniera ancora completamente autonoma e, per così dire, autogestita una sua originale anima cinematografica.

Ma anche così, seppur in maniera meno diretta, la traccia che la città imprime sulla pellicola rimane sempre viva e palpitante. E molte cose ha ancora da dirci su di sé e sul popolo che la vive.

 

 

Luglio 2012

 

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