STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

 

di Antonio Tedesco

32^ puntata

 

I SUONI DEL SILENZIO

La nuova era e la fine del sogno “senza parole”

 Una delle peculiarità del cinema muto napoletano (come abbiamo già visto nelle puntate precedenti di questa rubrica) è stata quella di legarsi alla canzone, antico e collaudato mezzo espressivo, profondamente radicato nella cultura della città.

Sembra quasi una contraddizione in termini che “l’arte muta”, come era definito il cinematografo nei primi decenni del Novecento, affidasse tanta parte della sua popolarità all’arte canora che, da sempre si praticava a Napoli.

Eppure, se proviamo a calarci nella psicologia del pubblico di quegli anni possiamo capire come le due cose si combinassero in maniera perfettamente armonica.

Era proprio quella voce dal vivo, infatti, il cantante che, in gran parte dei casi, accompagnava con le sue esibizioni le immagini sullo schermo, il punto di contatto, il trait d’union, fra due forme espressive così diverse, fra la tradizione e la modernità.

Se le immagini davano una rilevanza plastica alle vicende narrate dalle canzoni, le rivestivano di una certa concretezza, per l’appunto, visiva, la canzone, o meglio la voce del cantante,  concretamente ascoltabile in quel momento lì, viva e presente, dava a sua volta legittimità a quelle immagini.  Le affrancava da un indefinito e lontano altrove, le riscattava dal loro sfarfalleggiare luminoso, e le riempiva di concretezza, le caricava di sentimenti che, con una specie di gioco di sponda, dalla voce in sala rimbalzavano sullo schermo e da questo di nuovo in sala, diritto al cuore degli spettatori.

Era un modo nuovo di fruire di uno spettacolo antico.

La voce era il rassicurante riferimento alla tradizione che riscattava con la sua presenza l’elemento rivoluzionario delle immagini in movimento sullo schermo. Agevolando così l’interpretazione dei nuovi codici di comunicazione che il mezzo imponeva rendendolo, in un certo senso, più familiare e controllabile.

Fu forse proprio questo, probabilmente involontario, escamotage, che rese fin da subito il cinema popolare a Napoli. Attraverso gli strumenti espressivi che da secoli quello stesso popolo padroneggiava, la città se ne appropriò e lo fece suo. Lo adattò alle sue esigenze, lo plasmò sulla forma dei suoi gusti. Ne fece qualcosa di unico e di diverso nel panorama cinematografico, in quegli anni ancora agli albori. Ne acquisì una dimestichezza che gli consentì di trascendere i luoghi comuni (quelli consolatori e di comodo universalmente apprezzati) ed esprimere, invece, i propri lati oscuri, l’animo tragico che si traveste nel gioco delle passioni e che, come tutte le manifestazioni di sfrenata vitalità, nasconde invece un sentimento (un impulso) autodistruttivo, lo spossamento di una civiltà stremata, forse proprio da quell’indistinguibile intreccio di bellezza insostenibile e di morte incombente.

Quella del cinema muto, dunque, a Napoli forse più che altrove, fu una fase intermedia, un momento di passaggio (graduale) verso nuovi stadi della comunicazione e, dunque, verso nuove evoluzioni della civiltà. L’impulso a salvaguardare elementi della tradizione (il cantante e la musica dal vivo) che rendessero intelligibile  (e sopportabile) la modernità, dovette arretrare di fronte all’avanzare incalzante del progresso tecnologico.

Il cinema divenne sonoro e non fu mai più la stessa cosa.

Napoli avrebbe conservato certe sue specifiche caratteristiche anche all’interno di questo nuovo modo di fare cinema, caratteristiche che sono peculiari alla città e che appartengono da sempre, e per sempre, alla sua storia e alla sua identità.

Ma da allora, sarebbero stati, come sono ancora oggi, film su Napoli e non più film di Napoli.

Non sarebbe esistito più, infatti, un cinema che nasce e si produce  dalle viscere stesse della città. Che ne esprime dall’interno con il suo linguaggio, l’animo e i sentimenti veri e originali. Sarebbe stato sempre e comunque, tranne in casi rari e legati a realtà marginali, un cinema fatto altrove, che usa la città come oggetto-soggetto, riuscendo spesso anche ad analizzarne acutamente taluni aspetti. Ma non è mai (e forse non sarà mai più) la città che esprime sé stessa e vomita fuori la sua anima come fosse un’eruzione del Vesuvio.

Anche nei momenti più felici della sua storia cinematografica successiva all’avvento del sonoro, Napoli rischia di diventare un “genere”. Soprattutto quando sono la musica e le canzoni a farsi (a ritornare) protagoniste degli schermi, ormai pienamente sonorizzati.

Con qualche eccezione, forse, come Carosello napoletano realizzato nel 1952 da Ettore Giannini, che riesce ad esprimere, enfatizzandola con un’ironia che non manca di risvolti tragici, questa contraddizione. Ma anche quello, fatalmente, è un film su Napoli.

Il suono, dunque, è un momento di discrimine epocale. La modernità che avanza e tutto travolge. E che fa di quel suono stesso, dell’acquisita capacità del controllo sonoro, un mezzo di accentramento e uno strumento di condizionamento potentissimi (l’Industria Cinematografica che ha messo nelle mani di pochi il controllo della produzione e della distribuzione).

Il cinema sarà grande e, per certi versi, quando sarà usato come strumento di propaganda, anche terribile.

Mai più, però, potrà esprimere quella magia così impalpabile e suggestiva che scaturiva dalla sua originaria capacità, e forse vocazione, di raccontare sullo schermo i suoni del silenzio.  

 

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Giunti, quindi, fatalmente all’avvento del sonoro anche questa rubrica dalle prossime puntate modificherà la sua forma e la sua struttura.

Non sarà più un excursus – visto con gli occhi non dello storico, ma di un appassionato osservatore contemporaneo che al lavoro di illustri storici si è rifatto – su quei due decenni di inizio Novecento nei quali la storia artistica e sociale della nostra città fu segnata dallo sviluppo del cinema (di uno speciale tipo di cinema come era quello che si realizzava a Napoli).

Dalle prossime puntate ci concentreremo sul cinema del “dopo”. Quel cinema che, come detto, non ha più la città come soggetto attivo che si pone in gioco direttamente scommettendo su sé stessa e sulle proprie risorse, ma che diventa oggetto di racconto. Un racconto che si arricchisce delle sue particolari caratteristiche storiche, culturali, sociali, umane. Ma che, quasi sempre, viene narrato dall’esterno.

Anche qui, comunque, si snoda una lunga storia che dagli anni Trenta arriva fino ai giorni nostri. E della quale cercheremo di volta in volta di analizzare gli esiti prendendo in considerazione i film che ci sembreranno, per un motivo o per l’altro, più interessanti o significativi. Proveremo così, a riscoprire Napoli ancora una volta (consapevoli del fatto che non si può mai finire di (ri)scoprire questa città) e cercheremo di farlo da una prospettiva particolare, facendo passare, cioè, il nostro sguardo Attraverso il Cinema.  

 

Giugno 2012    

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