STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

di Antonio Tedesco

28^ puntata

RITORNO DALL’OMBRA

Alla riscoperta del Cinema degli Esordi

Parte prima

 

 

Trascorsero così alcuni decenni, durante i quali l’avvento del sonoro sembrò aver cancellato d’un colpo tutto quanto era avvenuto in precedenza. Il cinema “parlava” e, come abbiamo visto, pochi furono i suoi divi (o almeno, quelli che fino ad allora lo erano stati) che ebbero la forza o la capacità di mantenere il suo passo. Qualche fuoriclasse ce la fece confermando, rafforzando e, per molti versi, meritando, il proprio essere “mito”. “Garbo talcks!” fu lo slogano pubblicitario con il quale fu lanciato il primo film sonoro di Greta Garbo negli Stati Uniti. Ma per tutti gli altri, quelli che restarono “muti”, incombeva un tragico oblio. Che all’inizio, e per lungo tempo, non ha riguardato solo la loro persona come attori o artisti in generale, ma andò estendendosi anche all’opera, gettando un velo su molta parte di quanto era stato prodotto nel Cinema delle Origini.

Il Cinema, infatti, è arte moderna, per la gran parte votata ad un consumo ampio quanto veloce. E per di più, segnato da un’evoluzione tecnologica e linguistica rapidissima. Una specie di continuo work in progress che, soprattutto prima che si prendesse coscienza del suo valore, tendeva a cancellare in maniera quasi automatica quanto, in quello stesso campo, era stato realizzato fino a quel momento Come ha osservato qualcuno, negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, doveva sembrare “come se fossero trascorsi secoli” e non soltanto uno o due decenni dall’epoca del Cinema Muto.

E’ stato nel secondo dopoguerra, quando l’arte cinematografica è cominciata a giungere nella sua fase di piena maturità, che i critici e gli storici dell’arte e della comunicazione hanno iniziato a porsi in maniera seria e articolata il problema delle origini. Ricercando testimonianze, ricostruendo  esperienze, dedicandosi alla valorizzazione di quanto prodotto. Un’impresa che si è rivelata subito complicata quanto affascinante. Forse quasi quanto quella stessa (la nascita del cinema e i primi decenni della sua storia) che era adesso oggetto di indagine.

C’era, all’epoca, ancora una grande ricchezza cui poter attingere ed era costituita dalle testimonianze dirette di chi quegli anni li aveva vissuti partecipando dall’interno alla grande avventura del cinema. Ma fu presto chiaro che si trattava di una fonte da cui attingere con grande cautela perché proprio in quelle testimonianze potevano celarsi  tranelli e false piste. Si trattava, infatti, per molti versi, di esplorare una specie di “mondo perduto” del quale erano rimaste poche tracce, e chi ne aveva avuto esperienza diretta tendeva spesso a confondere i ricordi con la nostalgia e le aspirazioni deluse.

Era, insomma, il lavoro di ricostruzione di un intero mondo da affrontare con piglio quasi archeologico, quello in cui si avventurarono i primi valorosi storiografi del cinema muto.

Quasi un controsenso se si considera che il tempo trascorso, in termini storiografici, appunto, poteva dirsi decisamente breve.

Il discorso sulla ricerca intorno al Cinema Muto, quello italiano e quello fatto a Napoli, in particolare, si fa articolato e complesso (come del resto quello che riguarda il Cinema Muto più in generale, ma qui bisogna necessariamente circoscrivere il campo d'interesse).

Il primo approccio servì essenzialmente a rompere il ghiaccio e ad aprire la strada ad una ricerca che si sarebbe poi meglio affinata e definita nelle fasi successive.  

I primi tentativi di dare una sistemazione storiografica compiuta a questa materia, che da un punto di vista storico e scientifico risultava ancora avvolta dalle nebbie e dal caos, furono fatti negli anni Cinquanta, da due valenti studiosi, pionieri anch’essi nel loro campo come lo erano stati coloro che avevano fatto il Cinema delle Origini.

Si tratta della piemontese Maria Adriana Prolo e del napoletano Roberto Paolella. E non è un caso che proprio Torino e Napoli erano stati due dei principali poli produttivi del Cinema Muto italiano.

 

Maria Adriana Prolo fu studiosa, bibliotecaria e archivista, fondatrice, tra l’altro, di un importantissima istituzione quale il Museo Nazionale del Cinema di Torino.

La Prolo, fervida ricercatrice, si imbattè quasi per caso, nel corso di alcune ricerche bibliografiche, in certi volumi rilegati che contenevano annate di riviste cinematografiche pubblicate nei primi anni del secolo. Da lì, dove si citavano e pubblicizzavano le pellicole in programmazione nelle sale dell’epoca, scattò la scintilla per organizzare la ricerca su di un argomento che, come risultò immediatamente, era stato fino ad allora così trascurato e sottovalutato. Ricerca che divenne ben presto capillare e sistematica.  Fu grazie a lei, infatti, che in questo campo si superò la fase dei ricordi e degli aneddoti e si cominciò a lavorare sui documenti. Fu lei ad intuire che il primo passo per una credibile storia del cinema di quegli anni doveva passare per una cronologia e un’accurata filmografia. Infatti, la sua Storia del Cinema Muto Italiano, pubblicata nel 1951 dall’Editore Poligono, di Milano, è la prima a contenere una lista ragionata di tutti i film prodotti in Italia tra il 1904 e il 1915. Fu solo su questa solida base, poi, che ritenne possibile utilizzare le testimonianze dirette dei protagonisti di quegli anni, ancora in vita, come ulteriore arricchimento della sua ricerca.

La qual cosa le valse anche la possibilità di reperire una quantità di materiali e ricevere generose donazioni che hanno costituito una delle basi per la costituzione del suddetto Museo.

Poco spazio, però, nella sua Storia, viene lasciato al cinema realizzato a Napoli. Complice, probabilmente il tipo di documentazione cui la Prolo poteva avere accesso, la sua ricerca si incentrò soprattutto su altri “luoghi” cinematografici, quali Torino, soprattutto, ma anche Milano e Roma.

 

Fu Roberto Paolella, a colmare, almeno in parte questo vuoto, alcuni anni dopo, pubblicando, nel 1956, la sua Storia del Cinema Muto.

Paolella fu giornalista, studioso e critico. Promotore e animatore dei primi Circoli Cinematografici che nascevano nella Napoli del Secondo Dopoguerra e che richiamavano, all’epoca, intellettuali, giornalisti e scrittori di fama, non solo cittadina. Egli fu tra i primi, inoltre, ad ottenere la libera docenza in Storia e Critica del Cinema.

Nella sua opera, pubblicata a cura dell’Editore Giannini, dedicò al Cinema Napoletano delle Origini lo spazio che questo meritava. E del quale, essendo nato nel 1896, aveva potuto avere esperienza diretta come spettatore.

Riportiamo di seguito, come esempio di come la sua tenacia di ricercatore si combinasse ad un raffinato spirito critico, poche righe tratte da un suo articolo pubblicato negli anni ’40 sulla rivista Bianco e Nero, nelle quali la sua analisi sulla particolare qualità del Cinema Napoletano delle Origini viene espressa in una sintesi lucidissima:

“Il film partenopeo era straordinario per il troppo di odio, di ardore, di disprezzo, di malefizio, che era capace di assommare. Tutto un complesso patetico che per via della messinscena truculenta e sommaria, della gesticolazione folle e declamatoria, della fotografia inverosimile, delle bizzarre imbibizioni all’inchiostro viola e rosso cocomero, valeva a creare il gusto delle atmosfere sinistre e assurde le quali traevano la loro inaccettabile realtà dal solo fatto di essere impresse su pellicola…

Ma ciò che soprattutto impressiona dei film napoletani è lo strano affiorare in essi di un’atmosfera terribilmente tesa, dilaniata e fatalistica… Ciò che appunto dà senso è la persistente correlazione delle opposte immagini evolventi nella speciale atmosfera sensualistica e visionaria” .

 

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