STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

di Antonio Tedesco

27^ puntata
IL DESTINO DEI REDUCI. 

Parte seconda

Alcuni avevano avuto la forza, e forse la lungimiranza, di tornare indietro. Erano quelli che avevano capito di trovarsi al tramonto di un’epoca e avevano realisticamente considerata chiusa quella fase della propria vita. Chi tra loro aveva potuto era tornato all’attività che aveva lasciato prima di lanciarsi nella (esaltante) avventura del cinematografo. In altra puntata abbiamo già detto di Rosé Angione, la flessuosa attrice di tanti film dei Notari, che riprese a svolgere la sua professione di insegnante di matematica e fisica nella scuola. Allo stesso modo Vincenzo Pergamo, che con la Any Film, aveva diretto numerosi film tratti da famose canzoni napoletane, riprese il suo vecchio mestiere di mobiliere, abbandonato prima di intraprendere l’attività cinematografica.

Quelli che avevano acquisito una certa esperienza tecnica e godevano di una qualche disponibilità economica si riproposero in attività  attinenti a quella cinematografica, come il commercio di prodotti ottici, mentre gli attori più capaci cercarono nuove collocazioni nelle Compagnie teatrali dialettali.

 

C’erano però, gli irriducibili. Quelli che avevano consacrato indissolubilmente la propria vita al sogno del cinema. Quelli che più degli altri avevano vissuto sulla propria pelle, in maniera traumatica, quel passaggio epocale che li aveva estromessi in maniera perfino brutale. Quel salto in avanti così lungo che li aveva lasciati smarriti e senza fiato.

Abbiamo già detto di Ubaldo Maria Del Colle e dei partecipanti alla AVACI, una sorta di vera e propria associazione di reduci.

Ma c’è stato anche chi ha preferito chiudersi in un dignitoso silenzio, come in una sorta di fatalistica accettazione della propria condizione di escluso, di “lasciato fuori” dalla rapida evoluzione dei tempi.

Emblematica, in questo senso, la vicenda di Emanuele Rotondo, il “produttore-regista” (cui abbiamo dedicato una puntata di questa rubrica) che con piglio audace e creativo aveva rivaleggiato da pari a pari, per qualche tempo, con il colosso produttivo del  Cinema Napoletano, Gustavo Lombardo.

Appartato, dimenticato, esiliato dal cinema ufficiale, fu rintracciato, nei primi anni Sessanta, da alcuni giornalisti che partecipavano ad un concorso indetto da Il Mattino dedicato proprio alla riscoperta e alla valorizzazione del periodo d’oro del Cinema Muto Napoletano, una delle prime iniziative in tal senso che furono intraprese, bisogna dire. I tre giovani giornalisti erano Paolo Foglia, Ernesto Mazzetti e Nicola Tranfaglia, che realizzarono un piccolo quanto prezioso reportage sull’argomento, in un periodo in cui la storiografia muoveva, in questo settore, i primi stentati passi. Una importante testimonianza che, di recente, è stata raccolta e pubblicata in un ben curato volume da Colonnese Editore, con il titolo di Napoli Ciak.

Uno di questi tre giornalisti riuscì fortunosamente a rintracciare proprio Emanuele Rotondo e, recatosi nella sua casa per intervistarlo, ce ne ha potuto lasciare un ritratto molto umano che è anche una preziosa testimonianza su cosa fosse stato per molti dei protagonisti di quegli anni vivere quel fatidico passaggio epocale. Quella che il giornalista si trovò di fronte era una persona provata nel corpo, ma ancora viva e battagliera nello spirito (Rotondo era all’epoca settantenne, e sarebbe morto pochi anni dopo),  capace di rivendicare con orgoglio il proprio operato, mostrando di avere piena consapevolezza del valore che questo stesso operato aveva rivestito.

Quando il giornalista lo incontrò viveva in misere condizioni in una piccola casa al Vomero, quasi sempre a letto, accudito da una moglie di alcuni anni più giovane. Era pieno di ricordi che, però, secondo l’intervistatore, riaffioravano a fatica. Ma l’orgoglio per ciò che era stato era ancora vivo dentro di lui e il suo sguardo non smetteva di essere acuto e critico verso il cinema che era venuto dopo.

Lui che tra i primi aveva compreso che il cinema non era soltanto una “meraviglia della tecnica” ma uno strumento espressivo che godeva di una sua precisa dimensione estetica, che egli stesso aveva voluto privilegiare in film come Lucia Lucì, Storia di una peccatrice, Si ve vulesse bene, non risparmia velenose frecciatine al cinema contemporaneo di quegli anni (“Maurizio Arena, ai miei tempi, gli avrei fatto scaricare sacchi di patate”). Ma la dimensione estetica nel cinema di Rotondo non era certo banalmente consolatoria. Egli rifiutò quello che definiva “cinema da salotto” che tentava di addolcire una realtà, negli anni a cavallo della Grande Guerra, dura e spietata. Così, insieme ad altri gloriosi esponenti del Cinema Napoletano delle Origini, cominciò a narrare “fatti veri” e il successo che ne ottenne (Si ve vulesse bene fu un vero e proprio “campione d’incassi” per i suoi tempi) confermò che quella era la via giusta.

Lucidissima la sua analisi che vede nell’azione combinata a tenaglia della censura fascista con il quasi simultaneo avvento del sonoro, la fine di una cinematografia, quella napoletana, che avrebbe ancora avuto molto da esprimere.

Con medesima lucidità, così Rotondo riassume la propria storia: “Il cinema, vedete, è stato per me una grande passione, peggio di un virus, mi è entrato nel sangue e non sono mai riuscito ad estirparne la radice. Mi ha bruciato tutto quello che avevo. Io lo amavo e ho fatto come quelli che in prima linea servono ad aprire un varco e spesso non hanno poi la forza di proseguire.”  

Ancora una volta, dunque, sulle parole di Rotondo, ci viene in soccorso The Artist, il film di Michel Hazanavicius, fresco vincitore di Oscar, che è a sua volta una approfondita analisi, condotta con strumenti squisitamente cinematografici, di questo fatidico passaggio epocale e delle vittime sacrificali che si è lasciato dietro.  Ci sono due scene, in particolare che racchiudono il senso profondo di questo evento. La prima è un sogno, anzi, un incubo. Il protagonista del film, George Valentin, comincia a sentire i suoni del mondo intorno a sé (ricordiamo che il film è muto, e ricalcato sugli stilemi di quel tipo di cinema). Si tratta di piccoli rumori quotidiani, fruscii, sibili, il tintinnio di un bicchiere. Ne rimane interdetto. Tanto da provare egli stesso a emettere suoni. Ma per quanto si sforzi non vi riesce, la sua bocca resta muta. Si risvegli dall’incubo di soprassalto, inquieto e agitato. Nella seconda scena, invece, Valentin si ferma a guardare una vetrina. Un poliziotto di quartiere gli si avvicina e gli parla amichevolmente. Valentin, perplesso, sembra non comprendere. Si guarda intorno, puntando verso il basso, come a cercare una didascalia che però non compare. La bocca del poliziotto, che continua ad articolare parole, viene ripresa in primo piano, fino a farsi enorme, mostruosa. La cosa sembra generare molta angoscia in Valentin. Specularmene alla scena del sogno, in quest’altra sequenza sembra che non solo non riesca ad emettere suoni, ma che non possa neppure comprendere, o sentire, quelli emessi dagli altri. Sopraffatto dal panico e dall’angoscia non gli resta altro da fare che scappare precipitosamente.  

Ecco, in questa sorta di afasia, in questa incapacità o impossibilità di adeguarsi (e comprendere) i nuovi canoni espressivi, in questi suoni che sembrano venire da un altro mondo, in queste parole che non si possono sentire, e che soprattutto non si possono neanche più leggere, sta tutto il dramma, e forse anche la grandezza, di uomini come Emanuele Rotondo, ma anche di Ubaldo Maria Del Colle e tanti altri, racchiusi in The Artist nella simbolica figura di Gorge Valentin (lieto fine a parte), protagonisti di un passaggio epocale che ha volgarmente dimenticato di rendere loro (che “in prima linea avevano aperto il varco”) il doveroso e sacrosanto “onore delle armi”.

 

(marzo 2012)

 

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