STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

di Antonio Tedesco

26^ puntata

IL DESTINO DEI REDUCI.

Parte Prima  

E’ successo così anche a George Méliès. L’uomo che ha letteralmente inventato il cinema di finzione. Il primo ideatore dei cosiddetti “trucchi cinematografici”, che hanno fatto volare in alto, a dimensioni stratosferiche, la meraviglia e la fantasia dei primi spettatori. E che hanno fatto scuola diventando imprescindibili per le successive evoluzioni del linguaggio cinematografico.

Méliès, un genio assoluto del cinema, che fu tanto più grande in quanto fu il primo ad esplorare  le innumerevoli possibilità creative del mezzo attraverso la realizzazione di centinaia di pellicole, finì a fare il commesso, a Parigi, nel negozio di giocattoli che apparteneva alla moglie. Fu rovinato dalla guerra, quella del '15-'18, e dalla progressiva industrializzazione del cinema che tendeva a lasciare da parte gli artigiani di genio come lui.

In The Artist il film di Michel Hazanavicius, vincitore di ben cinque statuette nell'edizione 2012 degli Oscar, si racconta la storia emblematica di George Valentin, grande divo del cinema muto americano ridotto in rovina, come realmente è successo a tanti, dall'avvento del sonoro. Ovvero, dall’ impossibilità e, a volte, dall’ incapacità, di adattarsi ai nuovi criteri e alla nuova realtà che il cinema esprimeva.

E’ come una sorta di destino traditore che spesso incombe sui pionieri, su coloro che per primi si addentrano, a diversi livelli e con diverse competenze, ad esplorare un territorio sconosciuto.

Un destino che, facendo le dovute differenze, è toccato anche a molti dei più intraprendenti artefici del Cinema Napoletano delle Origini.

Un velo di oblio, infatti, calò su molti di questi personaggi in quel fatidico passaggio che, allo scoccare degli anni Trenta, causò un totale mutamento nel modo di fare e concepire il cinema.

Furono messi da parte come qualcosa di vecchio, di superato, che fosse improvvisamente divenuto obsoleto. Travolti dai tempi, da un nuovo entusiasmo un po’ tronfio, un po’ retorico, per molti versi pretenzioso e miope. Il cinema stesso, in seguito, ha riflettuto su questo passaggio epocale con opere che hanno a loro volta lasciato il segno, dal celeberrimo Cantando sotto la pioggia al recente, e sopra citato, The Artist, appunto.

Al Cinema Napoletano, e forse a quello italiano, in generale, manca un’opera che ne celebri i fasti dell’epoca del muto. Eppure materia ce ne sarebbe in abbondanza. Ciò che è effettivamente mancato, invece, e soprattutto per il cinema napoletano, è stata la consapevolezza del valore che, considerata nel suo complesso e a prescindere dalla qualità delle singole opere o di ciascun personaggio, l’esperienza ha rivestito.

Forse vale per tutti la celebre battuta pronunciata da Gloria Swanson in Viale del Tramonto, dove interpreta, appunto, una grande diva del muto decaduta con l’avvento del sonoro, “Io sono ancora grande. Sono i film ad essere diventati piccoli”.

E così, personaggi iperattivi, ribollenti di iniziative e creatività, ispirati dagli innumerevoli stimoli provenienti dalla Nuova Arte che si affacciava al Nuovo Secolo, si ritrovarono, da un giorno all’altro, disoccupati e dimenticati.

Quasi nessuno di loro, sia per i mutamenti sociali e politici che si andavano definendo, sia (soprattutto) per il sopraggiungere delle nuove tecnologie che avevano completamente rivoluzionato i processi di lavorazione cinematografica, riuscì a trovare una collocazione nuova nella diversa realtà che si andava sviluppando.

Qualcuno ritornò alle proprie precedenti attività, altri vivacchiavano alla meno peggio ai margini di un mondo che non li riconosceva più, che li aveva rimossi e superati.

I Notari, con la loro Dora Film, la cui attività, per la verità, si era già andata spegnendo a poco a poco dalla seconda metà degli anni Venti, condussero a Roma, per qualche anno, una piccola società di distribuzione che importava dagli Stati Uniti filmetti di serie B, prima di ritirarsi definitivamente a Cava dei Tirreni, città natia di Donna Elvira.

Gustavo Lombardo, il più solido tra tutti, forte delle sue sostanze finanziarie e dell’organizzazione industriale che si era dato, si era trasferito per tempo a Roma, dove però anch’egli fu costretto ad un lungo periodo di stasi produttiva prima di riuscire a riorganizzare la sua attività e di affermarsi, con la Titanus, come una delle realtà più importanti del futuro cinema italiano. Mantenne, però, ancora per un certo periodo gli stabilimenti al Vomero, affidati alla cura di Ubaldo Maria Del Colle che impossibilitato, ormai, quasi del tutto a svolgere la sua attività di regista e attore, si occupava per il momento di mantenere in efficienza gli studi e di fittarli, saltuariamente, a troupe di passaggio che avessero bisogno di un punto di appoggio per riprese napoletane. Tra questi ci fu anche la  Universal che si servì proprio di quegli studi per le riprese italiane di due sue produzioni. Per le quali affidò la direzione degli attori locali allo stesso Del Colle.

Nei successivi anni Trenta Del Colle si adattò a girare alcuni documentari turistici in varie e rinomate località italiane, su commissione di una società di produzione italo-americana. Più avanti, ai tempi della seconda Guerra Mondiale, ritornò in Liguria, dove la sua carriera di produttore e regista era cominciata molti anni prima e si fermò a Rapallo, dove gestì per un periodo una piccola

sala cinematografica, l’Eden. Riuscì ancora, ma in modo molto sporadico, ad ottenere qualche piccolo e saltuario incarico nell’ambiente del cinema. Nel 1951 fu proprio Lombardo a nominarlo consulente di Raffaello Matarazzo per il remake di I figli di nessuno, uno dei cavalli di battaglia di Del Colle che l’aveva diretto e interpretato ai tempi della Lombardo Film, mentre l’anno successivo, nel ’52, risulta regista di un film, Menzogna che in realtà fu diretto da Giuseppe De Santis.

Al contrario di Gorge Valentin, il protagonista di The Artist, che riesce alla fine a trovare la strada per il riscatto umano e professionale, Del Colle, il frenetico protagonista di un glorioso decennio di cinema napoletano, è costretto in età avanzata a fare i conti con la dura realtà e a lottare per la propria sopravvivenza. E non è il solo. Un nutrito drappello di reduci di quella gloriosa stagione si trovano a tirare avanti in condizioni misere, senza alcun riconoscimento per il lavoro prezioso e appassionato svolto in quei primi decenni del secolo, decisivi per lo sviluppo del cinema. Quelli che ancora hanno voglia di lottare, Del Colle davanti  tutti, si riuniscono a Roma e fondano, nel 1956, un’associazione, l’AVACI (Associazione Veterani Artisti Cinematografici). L’Associazione è molto battagliera ma dispone di scarsissime risorse e vivacchia di piccoli contributi, spesso offerti

da privati, continuando a inseguire promesse non mantenute, specie da parte delle istituzioni. Vi partecipano reduci provenienti da ogni settore del cinema muto italiano, compresi attori e attrici che avevano goduto a loro tempo di una certa fama, come Rina De Liguoro o anche Elena Sangro che era stata Poppea in una famosa edizione del Quo Vadis?. Ma vi erano pure operatori gloriosi come Giovanni Vitrotti, ad esempio, che aveva lavorato a più di 1500 film, e ogni altro genere di artisti, artigiani, maestranze specializzate, che non erano più riusciti a trovare una collocazione nel rinnovato mondo del cinema. Le cronache parlano di tumultuose riunioni nella sede romana di Via Del Corso dove si cerca di mettere a punto strategie atte a far valere i propri diritti. Nessuno di loro, ovviamente, si illudeva di poter rientrare in un mondo che li aveva abbondantemente superati. Ciò che rivendicavano era il diritto ad una pensione, un vitalizio, qualcosa che li aiutasse e sostenesse negli anni della vecchiaia ormai incombente. Sostentamenti che sostanzialmente non arrivarono

mai, o arrivarono tardi e con il contagocce.

Del Colle morì nel 1958 in un ospedale romano dove era rimasto, ormai dimenticato da tutti, per lungo tempo ricoverato.

 

Febbraio 2012

 

 

 

<<

precedente

>>

successivo

 

Condividi