STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

di Antonio Tedesco

 

24^ puntata

VITALITA’ E DECADENZA DEL CINEMA NAPOLETANO.

Parte seconda

 

Intorno alla metà degli anni Venti del Novecento Napoli si poteva, quindi, considerare una piccola oasi nel panorama piuttosto decadente, se non in disfacimento, del cinema nazionale.

La peculiarità dei suoi meccanismi produttivi e la forza (anche autoreferenziale, se si vuole) delle sue tradizioni culturali, fattori cui abbiamo già accennato nella precedente puntata, si posero come solidi baluardi che arginarono, almeno in parte, lo straripante diffondersi del cinema che veniva da oltre oceano.

Nel 1925, mentre la produzione cinematografica nel resto d’Italia si trovava inesorabilmente risucchiata nel vortice della crisi, a Napoli non solo si continuavano a produrre film a tutto spiano, ma, come vedremo, continuavano a nascere nuove, piccole ma attivissime case di produzione.

In quegli anni (e proprio nel 1925, in particolare) l’incontenibile Ubaldo Maria Del Colle, cui abbiamo già dedicato ampio spazio in altre parti di questa rubrica, alternava sempre più spesso l’attività, per così dire, più commercialmente mirata che svolgeva per la Lombardo Film, con incursioni compiute insieme e per conto di società produttive più piccole e agguerrite che lasciavano maggiore spazio alla sua vena espressiva più libera e creativa.

Così, in quel – per certi versi fatidico – 1925, Del Colle diresse e interpretò tre film per la società di produzione di Vincenzo Pergamo, la Any Film. I titoli erano Varca napulitana, …te lasso, Chiagne pe’ te. I soggetti, e in particolare quello di …te lasso, che le cronache riportano come il più significativo tra questi, ripercorrevano sempre il tema della contesa amorosa, della bontà e della purezza dei sentimenti che sembra dover soccombere alla cattiveria e alla malvagità, ma che alla fine riesce a trionfare, pur superando ostacoli e sofferenze notevoli.

Ma, come non ci stanchiamo mai di ripetere, il vero punto di forza stava nell’ambientazione realistica, concreta, riconoscibile, che permetteva al pubblico di “specchiarsi”, ritrovando in queste storie la propria vita di ogni giorno.

La fonte di ispirazione inesauribile era sempre la stessa, la canzone. Il suono e il verso che si facevano immagine. Che acquistavano concretezza visiva. Era questa la “grande magia” che il cinema a Napoli era riuscito ad operare. E che legava con tanta forza il pubblico in un cerchio che sembrava contenere e chiudere secoli di autentica tradizione popolare.

Ancora canzoni e ancora Del Colle in questo 1925. In un iperattivismo che possiamo solo immaginare frenetico, l’attore regista (che neanche in quell’anno aveva smesso di lavorare per Lombardo) realizza come regista e interprete altre due pellicole per la Del Gaudio Film, Mamma mia che vo’ sapé e Mamma sfurtunata, ispirate, rispettivamente a canzoni di Ferdinando Russo e di E.A. Mario.

Ma dicevamo di nuove case di produzione che si aggiungono alle già non poche esistenti. Una di queste era la Ital-Film, fondata da Alfredo Morvillo, ex collaboratore di Gustavo Lombardo. Morvillo, avvalendosi della collaborazione di personalità già note nell’ambiente come Peppino Amato, nel ruolo del protagonista, e Miquel Di Giacomo, produsse un film intitolato Napoli è sempre Napoli, la cui regia fu affidata a Mario Negri. Il film circolò pure con un altro titolo, Core ‘e guappo, abbastanza esplicito, tanto da rendere superfluo approfondire la trama.

Ma tra le società di produzione di nuova costituzione una delle più attive in quell’anno fu la Astra Film, che produsse (sempre nel 1925) tre lungometraggi che riscossero notevole successo. Si tratta di Amalia Catena, Luna nuova e Fenesta ca lucive. Il primo film era tratto da un dramma di Salvatore Ragosta, mentre gli altri due, manco a dirlo, da note canzoni (Luna nuova era in realtà Piscatore ‘e Pusilleche), rispettivamente di Ernesto Murolo e Vincenzo Bellini. I film avrebbero dovuto essere diretti tutti e tre da Mario Volpe, ma in realtà gli ultimi due furono completati e firmati da Armando Fizzarotti, in seguito ad un violento litigio incorso tra Volpe e la produzione. Per quanto riguarda, invece, Fenesta ca lucive, ci erano state già altre riduzioni cinematografiche (anche da parte dei Troncone e di Notari), ma pare che il soggetto fosse talmente appetibile da prestarsi a sempre nuove rivisitazioni.  

Ma, come abbiamo già accennato, in tutto questo rigoglio produttivo sviluppatosi nel cinema napoletano della prima metà degli anni Venti, c’era anche molta superficialità e approssimazione, che si manifestava tanto più decisamente quando alcune realtà produttive piccole o piccolissime abbandonavano la sponda sicura della tradizione popolare nutrita dal teatro e dalle canzoni e si avventuravano nel mare infido del genere esotico e avventuroso. Così fu per Il Mostro indiano, diretto da Mario Casaula per la Mare Film, e I tre malvagi prodotto dalla Campania Film.

Un caso a sé, ma molto significativo – e che parla anche a noi contemporanei – è quello messo su da una casa produttrice dall’altisonante nome di Nobilissima Istruenda Film. Questa società nacque per produrre un film dal titolo anch’esso pomposo e ricco di promesse, I cavalieri del ferro d’oro. L’operazione sembrava effettivamente muovere da nobili intenti, ma si rivelò, alla fine, un fiasco completo. Sotto questo titolo da film d’avventura si celava, in realtà, una pellicola che si proponeva soprattutto di indagare la condizione umana e sociale dei minatori impegnati nelle miniere di ferro. Ciò che ne venne fuori, secondo il parere di molti critici dell’epoca, fu un’opera scalcinata e sgrammaticata, dozzinale e mal fatta, mal girata e peggio recitata da attori improvvisati, reclutati, probabilmente, sui luoghi delle riprese. Che erano le miniere dell’Elba, le acciaierie di Piombino, o i cantieri di Castellammare. Luoghi, quindi, dove il metallo si estraeva o si lavorava. Sospeso tra documentario e fiction, mescolando rivendicazioni sociali e vicende amorose, con inserti, pare, montati a casaccio, sui procedimenti di lavorazione dei materiali estratti, e con tanto di sventolio di tricolore finale, il film fu un fallimento totale. Ma questa volta, e qui viene il bello, non fu dovuto, o almeno non solo, a semplice imperizia dei realizzatori quanto ad una azione preordinata e finalizzata a scopi truffaldini, come racconta lo storico del cinema Vittorio Martinelli.

Il progetto del film, infatti, date le sue nobili finalità, aveva goduto di cospicui contributi da parte del Ministero della Pubblica Istruzione. Al fine di ottenere i quali, l’azione era stata accuratamente preparata, per mezzo di un gran battage pubblicitario, che si era servito anche di appoggi e adesioni autorevoli. Ma il completo disastro al botteghino mandò in bancarotta la società produttrice. Le indagini che seguirono svelarono che del sostanzioso finanziamento pubblico ottenuto solo un quarto era stato realmente utilizzato per il film. Mentre il resto della somma era stato, ovviamente, “distratto” in altre direzioni. Accertata, quindi, la truffa ai danni dello stato, che aveva finanziato l’opera, gli amministratori della Nobilissima Istruenda Film finirono in galera. 

Era il 1921, ma sembra ieri. Anzi, oggi.

 

(febbraio 2012)

 

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