STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

di Antonio Tedesco

 

23^ puntata

VITALITA’ E DECADENZA DEL CINEMA NAPOLETANO.

Parte prima

 

 

Nei primi decenni del Novecento il cinema sembrava aver ben attecchito nel tessuto sociale ed economico della città. Pur rimanendo, ovviamente, una risorsa marginale, legata all’estro e la creatività – artistica e imprenditoriale – di chi vi si cimentava. In particolare, quelli che potremmo definire gli anni d’oro del Cinema Napoletano li possiamo collocare nel periodo che va tra il 1919 e il 1925. Con una produzione complessiva annua che tocca quota 36 film nel 1920 e si attesta sui 16 nel 1922, riprendendo, però, a crescere negli anni successivi. Un risultato che riveste tanto più valore se si pensa che in quegli stessi anni, e a partire proprio dal biennio 1921-1922, per molti versi ancora prolifico, il cinema prodotto nel resto d’Italia si trovò ad attraversare un grave momento di crisi. Una crisi che trovava le sue motivazioni principali in un’azione incrociata dovuta sia al vertiginoso aumento dei costi di produzione per ogni pellicola, sia all’assalto sempre più massiccio che la cinematografia americana stava portando al resto del mondo, Italia inclusa, iniziando quella sorta di colonizzazione dell’immaginario globale che per certi aspetti perdura ancora oggi.

Ma tornando al Cinema Napoletano e alla capacità di resistenza che dimostrò in questo particolare frangente, ci sono almeno due considerazioni da fare.  Innanzitutto bisogna ribadire quanto già detto più volte nella varie puntate di questo rapido excursus storiografico, e cioè che il cinema prodotto a Napoli in quegli anni seppe farsi espressione di una cultura e di una tradizione popolare profondamente radicate nel suo territorio, trovando di conseguenza, proprio nel pubblico napoletano, nella sua quotidianità, nelle sue storie, nella canzoni che appassionatamente cantava, una fonte di approvvigionamento continua e, allo stesso tempo, un destinatario sempre attento e disponibile ad accogliere l’ennesima variante su di un tema che ben conosceva o che forse, sarebbe meglio dire, gli apparteneva profondamente.

Detto questo, è chiaro, però, che alla quantità di pellicole prodotte non sempre corrispondeva anche  un elevato livello di qualità. E la grande frammentazione produttiva, che spesso rivestiva caratteri di occasionalità o di velleitarietà, quando non di opportunismo profittatore, come vedremo, lavorava proprio nella direzione opposta, alimentando un gran calderone dove si poteva trovare di tutto. La qual cosa offriva spunti persino troppo facili a chi per partito preso o per motivi politici, al di fuori della città, si impegnava costantemente a denigrare il cinema che si faceva a Napoli.

Se le produzioni di case più rappresentative come la Lombardo e la Dora Film di Elvira Notari, potevano contare su un livello qualitativo mediamente costante e, nella maggior parte dei casi, abbastanza elevato, non sempre si poteva dire lo stesso per tutte le altre manifatture piccole e piccolissime che operavano in quegli anni. Solo il tentativo di elencarle tutte, insieme alle relative opere che ognuna di esse produsse, risulterebbe  qui lungo e difficoltoso. Possiamo azzardare, però, un breve resoconto per rendere almeno parzialmente l’idea di quante iniziative si sviluppassero intorno al cinema in quegli anni, concentrandoci soprattutto su quelle case di produzione che fino a questo momento non abbiamo ancora avuto modo di citare o alle quali abbiamo potuto accennare solo di sfuggita. Una di queste è stata la Tirrena Film che nel 1920 produsse ben tre lungometraggi, tutti di ambientazione più o meno esotica (la Spagna, l’Oriente, la Russia). I titoli erano Tua soltanto tua, La danzatrice ignota, La sorella minore. Ma, a quanto riportano le cronache, proprio in queste ambientazioni, piuttosto approssimative, se non sciatte, stava il principale punto debole di tali opere, che non riscossero, per la verità, grande successo. Di Alexandre de Varennes, uno dei numerosi francesi in forza al cinema napoletano di quegli anni, e della Paris Film con la quale produsse La donna di trent’anni da Balzac, abbiamo già accennato in altra puntata di questa rubrica. Ancora, c’era la Mare Film, che realizzò un’opera dai risvolti drammatici intitolata La  perla di Posillipo, con Mario Casula e Oreste Tesorone. Lo stesso Casula lavorò anche per la Saffi Film, realizzando, sempre nel 1920, La cieca del molo. Sempre Casula, qualche anno dopo (1922), diresse, per un marchio nuovo di zecca, la Edera Film una pellicola intitolata Misteri di terra e di mare, mentre Umberto Mucci (detto Max) per la Falero Film produsse un film intitolato Nu voto a Mamma Schiavona. Ma fu in quello stesso 1922 che in questo turbinio di iniziative, spesso arraffazonate e avventurose, nacque il fenomeno Miramar, legato al grande successo di Lucia Lucì, e alla capacità del suo fondatore, Emanuele Rotondo, di gestire con acume e raziocinio le varie fasi della produzione cinematografica, come abbiamo già sottolineato in una precedente puntata a lui dedicata.

Ma proseguendo nella nostra rapida rassegna sulle produzioni cinematografiche di quegli anni, dobbiamo citare ancora la Any Film, abbastanza attiva nel 1923, quando produsse, tra gli altri, Danza come sai danzare tu, diretto da Nino Giannini e interpretato da Alberto Danza (il titolo del film allude, infatti, al suo cognome), attore molto in voga in quegli anni e attivo soprattutto con la Dora Film dei Notari. Abbiamo anche accennato, in altra puntata, alla Miquel Film, di Miquel Di Giacomo (fratello di Salvatore), con la quale esordì, dirigendo un film dal titolo Sotto ‘e cancelle, un giovanissimo Peppino Amato, che sarebbe diventato una delle figura più importanti del cinema napoletano degli anni Cinquanta. E non poteva mancare una Vesuvius Film, che produsse una pellicola dal titolo Abat-jour, diretto da Aroldo De Santis, la quale riscosse consensi davvero molto scarsi.

Questa fase che si potrebbe definire di riaffermazione della propria identità, e quindi di resistenza del cinema napoletano alla crisi che incombeva in questo settore nel resto del paese, si prolungò ancora negli anni successivi, acquistando, seppur in termini puramente percentuali, ulteriori posizioni di vantaggio sul cinema che ancora si produceva in altre parti d’Italia.

Se consideriamo, infatti, il biennio 1924/25, anni in cui la produzione cinematografica nazionale è in picchiata, vediamo che dalle ipertrofiche cifre del 1921, anno in cui in Italia si produssero ben

372 film, si precipita alle 60 pellicole prodotte nel 1924. Che si riducono ancora ai 38 film realizzati nel 1925. Di questi ultimi ben 13 sono da attribuire a case di produzione napoletane. Cosa che imprime a questa cinematografia, così spiccatamente “cittadina” un valore, nell'ambito sempre dei suddetti termini percentuali, notevolissimo. E' un segnale di vitalità che definisce, allo stesso tempo, una propria specifica autonomia culturale, capace di prendere le distanze dalle lusinghe che vengono dal cinema americano, che in quegli anni andava espandendosi rapidamente sul mercato internazionale, e che attraverso le sue star, utilizzate come testa d’ariete, diffondeva e imponeva nuovi modelli di vita e di costume. La cultura napoletana, però, si dimostrava forte delle sue tradizioni ben radicate e, nel suo nocciolo duro, quello della cultura popolare più autentica e consolidata, resisteva bene, continuando a preferire le pellicole “fatte in casa”, specie quelle maggiormente legate alla propria quotidianità e alla propria esperienza diretta di vita.  Questo fattore, insieme all’altro, importantissimo, dei costi di produzione molto contenuti (una cinematografia che continuava a d essere più artigianato che industria) si rivelò essere la vera forza del cinema napoletano. Le produzioni nazionali, infatti, si erano affidate per gran parte soprattutto all'elemento divistico e al richiamo che questo esercitava sul pubblico. Cosa che, alla lunga, si rivelò estremamente costosa e, tutto sommato, sterile. Esse avevano puntato, inoltre, sulla realizzazione di film magniloquenti ma, nella gran parte dei casi culturalmente neutri, intercambiabili, slegati da ogni riferimento ad una realtà concreta e riconoscibile. Rendendosi, così, vulnerabili al gioco delle pellicole americane che, precedute da un vago alone di leggenda,  potevano contare, in più, su di una componente di glamour di gran lunga più forte.

 

(febbraio 2012)

 

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