STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

di Antonio Tedesco

 

22^ puntata

IL VOMERO.

Una Hollywood napoletana?

 

 

Quando il cinema cominciò a crescere, e con esso le ambizioni di chi lo realizzava, il primo problema che ci si dovette porre fu quello di trovare luoghi adeguati che offrissero le condizioni favorevoli a soddisfare le particolari necessità che questo nuovo genere di attività produttiva richiedeva. Non erano più sufficienti gli spazi angusti che offriva il centro della città con il suo groviglio di vicoli e i cortili dei palazzi che si aprivano fra Piazzetta Nilo e Via Egiziaca a Pizzofalcone. Occorreva un luogo che avesse aria, spazio, luce, e allo stesso tempo non fosse troppo distante e quindi, facilmente accessibile dalla città stessa.

Da quella città in cui, è bene non dimenticare, avevano sede gli uffici, quelli pubblici e quelli di rappresentanza delle stesse società di produzione, dove vi erano i servizi necessari e, soprattutto, quell’inesauribile fonte di approvvigionamento di attori, cantanti e comparse che era la Galleria Umberto I.

Un luogo, dunque, dove le sempre crescenti esigenze di un’industria e un’arte in crescita esponenziale, com’era il cinema in quegli anni, potessero pienamente essere soddisfatte sia dal punto di vista organizzativo che da quello logistico.

 Questo posto Napoli ce l’aveva, era il Vomero.

Verso la fine dell’ottocento la collina che sovrasta la città e che aveva avuto fino a quel tempo una spiccata vocazione agricola, cominciò a subire un graduale processo di urbanizzazione. Sviluppandosi, però, secondo criteri che privilegiavano una dimensione abitativa elitaria che, prima ancora che residenziale, si attestava tra il buen retiro e la seconda casa in campagna. La sua struttura abitativa era costituita essenzialmente da architetture umbertine e ville liberty che, facendo salva l’  ampia disponibilità di spazi fisici, lasciavano intatte quelle caratteristiche di ariosità e luminosità che tanto necessarie risultavano al cinema di quegli anni. Insomma, una destinazione d’uso che, a quel tempo poteva dirsi quasi vocazionale.

Non molto differente, a ben vedere, da quanto aveva determinato la scelta di quell’altra celeberrima collina situata dall’altra parte dell’oceano, in Californi, che i suoi primi colonizzatori, verso la metà dell’Ottocento, avevano battezzato Hollywood (“Bosco di Agrifogli”, anche se, pare di agrifogli non ce ne fossero mai stati molti). Anche in America, per fare un parallelo più vasto, in quegli anni pionieristici il cinema si faceva altrove. A New York e a Chicago, soprattutto. Ma anche lì le esigenze via via crescenti, di una espansione e razionalizzazione della produzione richiesero presto un tipo di collocazione più adeguata. La collinetta che sorgeva nei pressi di Los Angeles (e che aveva tentato di farsi città autonoma ma che aveva, ad un certo punto, dovuto rinunciarvi per motivi di approvvigionamento idrico) fu reputata luogo ideale. La prima ragione furono certe  particolari agevolazioni legislative presenti nello stato della California che mettevano al riparo i produttori da tutta una serie di complicazioni legali. Poi, in un epoca dove si girava per la gran parte con la luce naturale, quella zona della California assicurava tempo mite e condizioni metereologiche favorevoli per la stragrande maggioranza dell’anno. A questo si aggiunga una collocazione geografica che offriva una varietà di ambientazioni naturali che andavano  dalla costa oceanica alla collina boscosa senza farsi mancare, a poche decine di chilometri di distanza, il deserto. Tale concomitanza di condizioni favorevoli incoraggiarono l’accentramento di attività produttive finalizzato alla realizzazione di pellicole cinematografiche. Un’attività che si è talmente radicata in quel luogo nei decenni successivi che, pur tra alterne vicende, ha fatto di quello stesso luogo il mito che ancora oggi tutti conosciamo.

Per il Vomero, come si sa, non è andata così. Il cinema ha potuto attecchire solo per qualche decennio, prima che l’avvento del sonoro e l’accentramento delle attività produttive a Cinecittà, lo esautorassero da questa risorsa, così come è stato per tanti altri luoghi “cinematografici” d’Italia.

Ma in quei pochi anni in cui ha rivestito un ruolo centrale nelle attività produttive legate al cinema napoletano, il Vomero ha saputo dimostrarsi all’altezza di questo compito, forse non da meno di come lo abbia fatto Hollywood per la città di Los Angeles e per il cinema americano in generale, offrendo oltre che spazi adeguati per le produzioni artistiche e tecniche, anche set naturali di grande rilevanza (abbiamo visto qualche puntata fa come un “maciste” selvaggio, che riscosse grande successo di pubblico fosse stato girato nei boschi della Villa Floridiana).

Non è secondario, nella valutazione della praticità che il luogo offriva, la considerazione che proprio in quegli anni si inauguravano le prime due funicolari (Chiaia e Mergellina) che univano in tempi molto brevi, in modo da soddisfare le esigenze più sopra esposte, il centro della città con la collina vomerese.  

La prima pietra simbolica di questa Hollywood napoletana fu posata dai fratelli Troncone. Questi, intorno al 1906, trasferirono la loro sede dal cortile di Piazzetta Nilo in Via Solimene, al Vomero appunto, in una villetta che offriva spazi dove era possibile allestire teatri di posa. Qui la loro attività si sviluppò e la Fratelli Troncone & c. divenne la Partenope Film, che svolse la sua attività produttiva in campo cinematografico fino al 1926, anno in cui, come abbiamo visto in una delle puntate precedenti, il cattivo esito del rifacimento del film Funesta ca lucive coronò, con la chiusura delle attività, il lento e progressivo declino che la casa di produzione aveva conosciuto fin dallo scoppio della prima Guerra Mondiale.

Ma la vera “hollywoodizzazione” del Vomero avvenne quando Gustavo Lombardo rilevò gli studi della Polifilm di Giuseppe Di Luggo che erano siti in via Cimarosa e rilanciò, con la sua abilità imprenditoriale quegli stabilimenti che parevano già condannati ad una ineluttabile chiusura.

La produzione che Lombardo mise in campo negli stabilimenti vomeresi, che battezzò, appunto, Lombardo Film, era variegata e rigogliosa e, come abbiamo visto nelle precedenti puntate, assai diversificata. Sfiorando veri e propri piccoli record, per l’epoca, come dimostra la produzione degli undici film realizzati nel 1921.

Tra questi, specie quelli che si attestavano su di un versante più spettacolare e avventuroso, ve ne erano alcuni che davvero sembravano richiamare un vago sapore hollywoodiano, o quanto meno quel tocco all’americana che sapeva rapire l’interesse e la curiosità di un certo tipo di pubblico. E’ il caso, ad esempio, di un film intitolato L’Altro, una sorta di Face-off antelitteram (quello con John Travolta e Nicholas Cage, diretto da John Woo), in cui si racconta di uno scambio di persona e di ruoli tra due personaggi perfettamente somiglianti. Mentre un altro film, intitolato Il disco d’oro si incentrava su di una vicenda avventurosa ambientata a Napoli e riferita alla ricerca di un misterioso tesoro nascosto da secoli. Entrambi i film furono diretti da Francesco Bertolini, regista che per un breve periodo collaborò con la Lombardo Film.

Ancora più “americani”, a quanto ci riportano le cronache, altri due film diretti in quello stesso anno, sempre per Lombardo, da un altro regista, Ugo Uccellini. Si Tratta di La figlia del Fuoco e La congiura della morte. Nel primo in particolare, l’eroina del film si chiama Desy (l’attrice Gisa-Liana Doria) e il malvagio che attenta alla sua vita per i propri subdoli interessi, Jake. Un po’ di America fatta in casa, insomma, o se si vuole, di Hollywood vomerese.

Anche case di produzione più piccole, come quella fondata dai coniugi francesi Xavier e Vivienne Héraut de la Révèrie (in via Bernini) si attestarono in collina. Come amavano stabilire in quel luogo le loro residenze, anche artisti di provenienza diversa da quella cinematografica. Valga per tutti Scarpetta che vi si fece costruire la sua famosa villa che battezzò, La Santarella.

Insomma il Vomero si giocò, in quegli anni, la possibilità di svolgere un ruolo diverso e importante per la città, quasi un sobborgo artistico, di cui forse Napoli aveva bisogno. Ma che il concatenarsi successivo degli eventi, e le note gestioni “allegre”  nello sviluppo edilizio della città, gli hanno negato.

Ma questo sarà materia di altro cinema. Ne riparleremo quando sarà il momento di Le mani sulla città.

 

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