STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

di Antonio Tedesco

 

21^ puntata

I CONIUGI KRAUSS

I francesi nel cinema napoletano

 

 

Ciò che differenziava Lombardo da altri pur valentissimi produttori di cinema che agivano a Napoli in quegli anni, era proprio questa capacità di considerare il pubblico cinematografico nella sua totalità, ma anche nelle diversificazioni che lo caratterizzavano.

Accompagnando tale capacità con la consapevolezza che per ogni fascia di questo stesso pubblico, contraddistinta da diversi status sociali e culturali, bisognava confezionare un prodotto che fosse adeguato alle relative, specifiche, esigenze.

Quindi, se Raicevich, il maciste triestino-napoletano, faceva impazzire il popolino di bocca buona che andava in delirio per le sue stupefacenti performance atletico-muscolari, c’era un’altra fascia di pubblico dai gusti più sofisticati che richiedeva, invece, una forma diversa, e per certi versi meno grossolana, di intrattenimento. Qualcosa che risultasse, in definitiva, più gratificante e più adeguato alla propria posizione sociale e culturale, che fosse in grado di soddisfare certe aspettative in un certo senso, più elaborate. Il che non significa che fossero necessariamente, più profonde o importanti, ma semplicemente che si legavano ad un tipo di immaginario più evoluto, in certi casi più colto, in altri solamente più snob.

In ogni caso, anche per loro Lombardo aveva la risposta giusta. Una risposta che si era andato a cercare direttamente in Francia, a Parigi. La Parigi degli anni Venti, la capitale mondiale della cultura e dell’arte. Città ribollente di artisti e letterati di ogni specie e nazionalità. Proprio lì Lombardo, che vi si recava ogni anno per visionare le novità cinematografiche, scritturò i coniugi Krauss e li portò a Napoli.

La coppia di attori, lui anche regista, attraversava un momento artisticamente molto felice. Il loro film Les trois masques (Le tre maschere) uscito nel 1920, aveva riscosso in Francia grandissimo successo.

Charles Krauss, viene descritto come uomo raffinato, quanto estroverso e stravagante, dalla recitazione contenuta e stilizzata, molto moderna, per l’epoca e per questo non sempre pienamente apprezzata. Sua moglie, Maryse Dauvray, è, dal canto suo, donna bellissima che vanta importanti esperienze artistiche con vari registi, tra cui Abel Gance, l'autore del celeberrimo Napoleon, uno dei capolavori assoluti del cinema muto. I due riuscirono a stabilire un buon feeling con il pubblico napoletano. La Dauvray, soprattutto, seppe conquistare il cuore degli spettatori e fu molto amata.

Il contratto stipulato con Lombardo prevedeva, in primo momento la realizzazione di cinque film. Ma visto il successo ottenuto fu rinnovato per altrettante opere. Alla fine i film realizzati da Krauss a Napoli furono in tutto undici.

A loro, esponenti di un certo tipo di società raffinata e cosmopolita, furono affidati, dapprima,

film di respiro più internazionale, sia per ambientazione che per tipo di storie narrate. Erano, per la casa di produzione napoletana, una sorta di fiore all'occhiello che ne nobilitava l'immagine e, soprattutto, garantiva, grazie alla consolidata fama dei due anche in altri paesi europei, solidi canali di esportazione.

Il debutto avvenne nel 1920 su un soggetto elaborato da Amleto Palermi, che sarebbe diventato, a sua volta, un famoso regista attivo anche nel cinema sonoro. Il titolo del film era L’ultimo romanzo di Giorgio Belfiore. E’ il caso di sottolineare, a questo proposito che, sostanzialmente, le storie, non erano molto diverse da quelle delle produzioni più ordinarie. Ciò che cambiava era la qualità dell’ambientazione e il tenore dei personaggi, che erano sempre di estrazione alto borghese o, in alternativa, legati in qualche modo al mondo della cultura e dell’arte.

Come nel caso di questo film, in cui Giorgio Belfiore, interpretato dallo stesso Krauss, che cura anche la regia del film, è un famoso scrittore che prende sotto la sua protezione, per poi invaghirsene, un’orfanella di nome Marisa (interpretata da sua moglie Maryse Dauvray). La ragazza, pur affezionandosi al suo benefattore si innamora di un giovane che ne frequenta la casa, provocando le ire dello scrittore. Questi, ossessionato da una morbosa gelosia, perseguita in mille modi i due ragazzi e, alla fine, non trovando altra via d’uscita, si toglie la vita.

Su questo schema di melodramma sofisticato, e sulle sue possibili varianti, ruotavano, più o meno,  anche gli altri film girati dalla coppia per le produzioni di Lombardo. Il tema ricorrente era il confronto tra l’uomo maturo, dotato di senso estetico e alla continua ricerca di un ideale, spesso astratto, di bellezza e purezza, e la fanciulla che ai suoi occhi incarnava proprio questo ideale, ma finendo per diventarne, in un certo senso, vittima sacrificale e subendo, suo malgrado, le pulsioni, anche ossessive, del suo anfitrione-persecutore.

Dato lo schema di base, bisognava variare sul tema, e spesso, a tal fine, si ricorreva a soluzioni non poco fantasiose, come in L’artefice dell’amore, ancora da un’idea di  Palermi, nel quale Krauss è un affermato chirurgo che sperimenta addirittura il trapianto dei sentimenti nel cervello dei pazienti che si affidano alle sue cure.

Sempre attenendosi a tali principi, Krauss girò, poi, Il gatto nero, che ne era una variante avventurosa. In Bolla di sapone, girato nel 1921, invece, c’è una relativa modifica di questo schema, in quanto  la Dauvray, che frequenta personaggi legati al malaffare, viene in qualche modo redenta, più che plagiata, dal personaggio interpretato da Krauss, il quale appartiene ad una associazione, con sede in America, i cui scopi oscillano in maniera piuttosto imprevedibile, tra umanitarismo e giustizialismo. Interessante sottolineare che per l’ambientazione di questo film era stata scelta la suggestiva quanto esclusiva cornice dell’isola di Capri.

Ancor più singolare un'altra pellicola intitolata Li-Pao mandarino nella quale Krauss compare nelle

vesti di un cinese che, in maniera un po' incongrua per i tempi, vive a Napoli dove incontra la bella

Dauvray alla quale dà da fumare delle sigarette oppiate scatenando in lei visioni allucinatorie che costituivano un ottimo spunto da trasporre in altrettanto allucinate visioni cinematografiche.

Quando Krauss tralasciava certe non meglio definite ambientazioni internazionali e collocava a Napoli e dintorni l'azione dei suoi film l'immagine della città che ne veniva fuori era ovviamente condizionata dalla visione che ne aveva un non napoletano legato alla grande cultura europea e filtrata attraverso l'esperienza dei grandi viaggiatori dei secoli precedenti. Un misto di fascinoso esotismo, di seducente bellezza, un po' selvaggia, difficilmente addomesticabile, ma dotata proprio per questo forse, di maggior attrattiva. Un'altra immagine di Napoli che, come sempre, nella sua duttilità, assume i modi e le forme che sono negli occhi di chi la guarda.  

Il secondo ciclo di film che vedono come protagonisti la coppia Krauss – Dauvray non si discosta molto dai precedenti. I protagonisti, in particolare il protagonista maschile, hanno sempre collocazioni sociali di rilievo e professioni qualificanti e prestigiose.

Un grande chirurgo in Un cuore, un pugnale, un cervello del 1922, che si trova ad operare l’uomo che ha insidiato proprio sua moglie e che è stato gravemente ferito da questa. Il famoso avvocato che scaccia la consorte accusandola ingiustamente di averlo tradito in La fiamma sacra (1922), costringendo la donna ad un lungo percorso di sofferenza prima che possa riavvicinarsi alla sua casa e alla figlioletta che è stata costretta ad abbandonare. Seguiranno ancora, fino al 1926 altri film, tra cui La maschera della femmina e La casa dello scandalo. In quello stesso anno Charles Krauss, già ammalato da qualche tempo, morirà, spezzando così il lungo sodalizio artistico e di vita con Maryse Dauvray. In seguito a questo evento l’attrice francese abbandonerà il cinema, ma non Napoli, essendosi legata ad un ricco nobiluomo partenopeo con il quale si unirà in matrimonio.  

Ma i Krauss non furono gli unici francesi ad operare nel cinema napoletano di quegli anni.

Gli storici segnalano varie presenze, tra cui  Francoice Hugon e Alexandre des Varennes. Quest’ultimo, in particolare, produsse un film tratto da un racconto di Balzac, intitolato La donna di trent’anni, realizzato da una piccola casa che si chiamava, appunto, la Paris Film.

E poi c’era anche un’altra coppia, i coniugi Xavier e Vivienne Héraut de la Révèrie, che si dichiaravano innamorati della città e delle sue bellezze, e si lasciarono contagiare dalla febbre del cinema che la percorreva in quegli anni. Fondarono, così, una piccola casa di produzione che portava il loro nome, Héraut, appunto, con la quale produssero un film intitolato Zampognaro ‘nammurato, tratto dalla nota canzone di A. Gill, che riscosse un discreto successo, ma a cui la censura impose un cambiamento di titolo perché potesse circolare nel resto d’Italia, facendolo diventare così Il figlio del sole. Non ci restano molte altre notizie di questa casa di produzione franco-napoletana, se non un indirizzo, anche questo collocato nella zona del Vomero, in Via Bernini 76.

Ma sulla particolare e interessante funzione che svolse il Vomero, come località nella quale per molti anni si accentrarono buona parte delle produzioni cinematografiche napoletane sarà il caso di soffermarsi in maniera più dettagliata in una delle prossime puntate.

 

   Condividi

<<

precedente

>>

successivo