STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

di Antonio Tedesco

 

20^ puntata

GIOVANNI RAICEVICH

Un "maciste" a Napoli  

 

   

Ma se Leda Gys all'interno della Lombardo Film brillava di luce propria, le attività intraprese dalla più solida e rappresentativa casa di produzione cinematografica napoletana spaziavano in innumerevoli altre direzioni.

Come Elvira Notari era ferma nella sua determinazione, quasi una missione (benemerita) di fare “o' cinema dé napulitane”, Gustavo Lombardo, mosso da ambizioni imprenditoriali più ampie, puntò sempre su una diversificazione della sua produzione.

Al “cinema dei napoletani”, che pur produsse in gran quantità, seppur con piglio meno “verace” e crudo di quello della Notari, seppe costantemente alternare una quantità di altre produzioni, opportunamente mirate a soddisfare le aspettative di svariate fasce di pubblico. Pronto a cogliere e ad assecondare i gusti, le mode, le novità che maggiormente incuriosivano, sempre attento, insieme ai suoi collaboratori, a ciò che succedeva altrove avendo già intuito che il cinema era un fenomeno globale che difficilmente si sarebbe lasciato ingabbiare in una realtà limitata e localistica.  

Non gli poteva certo sfuggire, quindi, quello che fu uno dei fenomeni più popolari nelle produzioni cinematografiche di quegli anni, che ebbe vasta eco nell'immaginario degli spettatori e vantava origini lontane che il cinema seppe cogliere e riproporre in vesti nuove e originali, quello degli eroi “forzuti”. Che potevano contare su una lunga tradizione che va dalle nobili ascendenze mitologiche  alle manifestazioni più prosaiche dell'ottocentesco fenomeno da baraccone.

Il forzuto per eccellenza del cinema italiano fu Maciste. Figura comparsa per la prima volta nel grande kolossal di ambientazione storica Cabiria, diretto nel 1914 da Giovanni Pastrone.

Maciste è personaggio ricco di richiami nobili, appunto, basti pensare ai precedenti di Ercole e Sansone, ma allo stesso tempo slegato da vincolanti riferimenti mitologici o letterari, che gli hanno consentito di svilupparsi in maniera libera e autonoma riproponendosi nei più svariati contesti storici e ambientali, pur conservando sempre intatte le sue qualità e le sue caratteristiche. L'eroe impavido che mette la sua forza sovrumana al servizio del bene e della giustizia, pronto a combattere, con il solo ausilio dei suoi potenti muscoli, contro prepotenti, usurpatori, tiranni, in difesa dei più deboli.

Una figura, quella di questo eroe forte e impavido (il cui nome, pare, fosse invenzione di D’Annunzio, che firmò le liricheggianti didascalie del film), per molti versi necessaria all'immaginario popolare che, dagli antichi miti e leggende si trasferisce, attraverso il cinema, ai moderni supereroi che popolano il fumetto e il cinema contemporaneo. Ma a differenza di quest'ultimo, il Cinema delle Origini non poteva contare su mirabolanti effetti speciali e i personaggi cui venivano affidati questi ruoli erano effettivamente dotati di caratteristiche fisiche eccezionali. Bartolomeo Pagano, ad esempio, il Maciste originale, faceva lo scaricatore nel porto di Genova e grazie alla sua prestanza fisica ottenne, in Cabiria, il ruolo del fedele servitore che salva la piccola Cabiria, appunto, dal sacrificio cui era stata destinata. Pagano “bucò lo schermo”. Il suo personaggio che in questo film svolgeva un ruolo funzionale, ma non era certo il protagonista, acquistò un rilievo tutto suo, svelando la grande potenza che gli archetipi dell'immaginario più antico e stratificato potevano ancora sprigionare attraverso il cinema. Con un procedimento che oggi chiameremmo spin-off, molto praticato nei serial televisivi, quello che nasce come personaggio secondario o di contorno, diventa il protagonista assoluto di altri film, anzi, di una lunga serie di altri film, nei quali si ripropone sempre uguale a se stesso ma in contesti e situazioni del tutto differenti. Che travalicano lo stretto ambito del cinema muto per giungere fino alla metà degli anni Sessanta, al cosiddetto genere “peplum”, sostituendo alla figura di Pagano quella di altri interpreti (Mark Forest, tra i più noti e frequenti) il cui fisico scultoreo, però, rimane sempre e comunque l'elemento distintivo indispensabile. Ma per soffermarci all'ambito del Cinema delle Origini e alle interpretazioni di Bartolomeo Pagano basta citare alcuni titoli per comprendere quanto fosse “flessibile” e “adattabile” questa ideale figura di gigante buono e invincibile. Si va dal classico Maciste, del 1915, al famoso Maciste alpino, del 1916 che, con Maciste atleta del 1918, furono diretti ancora da Giovanni Pastrone. E ci sono poi, in stretta sequenza, Maciste poliziotto, Maciste innamorato, e un'infinità di altri Maciste riproposti in ogni contesto e situazione che, attraverso il cinema creano le basi di un vero e proprio mito della modernità.  

Un fenomeno di tale rilevanza, quindi, che, anche oltre il Maciste originale, si diffuse come un vero e proprio genere nel cinema di quegli anni, non poteva passare inosservato a un attento produttore quale era Gustavo Lombardo che, con il fido Ubaldo Maria Del Colle, progettò la realizzazione di una serie di film che avessero al centro, appunto, la figura di un forzuto dai buoni sentimenti e dai modi spicci, da lanciare in una serie di più o meno verosimili e mirabolanti avventure. E destino volle che il Maciste napoletano, o almeno l'epigono di Maciste prodotto dal cinema napoletano, fosse un triestino, il campione di lotta greco-romana Giovanni Raicevich.

Raicevich era un atleta eccezionale. Fu campione mondiale e conservò il titolo di campione italiano nella sua specialità dal 1907 fino al 1930. Non molto alto, ma dotato di muscolatura solidissima, Lombardo e Del Colle videro in lui le potenzialità per farne uno dei più quotati “forzuti” del cinema di quegli anni. Il produttore seppe fargli un'offerta piuttosto convincente che, nel giro di poco lo portò a Napoli. Il soggetto per il suo debutto fu buttato giù dalla stesso Del Colle e per molti versi aveva a che fare più con Tarzan che con Maciste. Infatti l'idea si ispirava proprio ad un film su quel personaggio che si stava girando nello stesso periodo in America. Il film, uscito nel 1922, si intitolava L'uomo della foresta e la trama non spiccava per originalità. C'era una principessa insidiata da un perfido ministro che, dopo una serie di vicissitudini, viene messo a mal partito dall'intervento di questo supereroe antelitteram, tanto forte quanto leale e di buoni sentimenti. Più interessanti per noi, oggi, sono le location in cui il film viene girato. Occorrevano luoghi che dessero l'idea del selvaggio e dell'incontaminato quali habitat naturali dell'eroe, che vi si aggirava coperto solo da una pelle di leopardo. Niente di meglio dunque (all'epoca) della Villa Floridiana al Vomero e di Capri. Come dire, un esotismo fatto in casa, quando ancora ce lo si poteva permettere. Un film facile, popolare ma efficace, che riscosse grande successo di pubblico. Vittorio Martinelli, nelle sue cronache sul cinema muto napoletano, parla di entusiasmo alle stelle e ressa alla porta delle sale, tanto da richiedere spesso l'intervento della polizia per disciplinare gli ingressi.

In quello stesso anno Del Colle diresse Raicevich in un altro tipico film “muscolare”, Il colosso vendicatore. A dispetto del titolo che sembra avere rimandi mitici, si tratta, invece di un film di ambientazione urbana, il cui protagonista è un robusto ma sempliciotto campagnolo che, giunto in città, viene raggirato da una banda di delinquenti. Resosi conto dell'accaduto l'uomo (Raicevich, ovviamente) si mette a caccia degli imbroglioni, riacciuffandoli uno ad uno e suonandogliele di santa ragione, non lesinando in sfoggi di potenza muscolare che giungono fino al ribaltamento, a braccia, di un autocarro.

In un altro film, Il re della forza, diretto nel 1920 dal solito Del Colle, gli fu trovato anche un degno antagonista, Carlo Reiter, che fu a sua volta protagonista di un ulteriore film del genere “uomini forzuti” intitolato Nigrus, nel quale, per dare un tocco di esotismo in più, recitava truccato da negro.

Anche Napoli, dunque, grazie a Lombardo, ha avuto i suoi Maciste, seppur di importazione.

E quel bambino che alligna sempre nel fondo più nascosto e segreto dell'animo dello spettatore cinematografico, non poteva che rimanerne appagato e soddisfatto.

Ma, soprattutto, si divertiva un mondo. 

 

Gennaio 2012

 

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