STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

di Antonio Tedesco

 

19^ puntata

LEDA GYS - parte terza

La “Madonnina” del Cinematografo

 

 

Attraverso i film insieme realizzati, la coppia Eugenio Perego - Leda Gys ha esplorato vari aspetti della realtà napoletana scegliendo ovviamente, secondo le precise direttive Lombardo, tra quelli più riconoscibili e ricchi di “colore locale”.

Con Napule… e niente cchiù, del 1928, la coppia si lancia a capofitto nel mondo, quello sì colorito e pittoresco, del varietà. Con un altro ruolo che sembra tagliato su misura per lei, quello della sartina Nennella, Leda Gys ha modo di offrire un’ulteriore prova di recitazione scanzonata ed effervescente.

Brevemente la trama. Innamorata di un giovane e scapigliato pittore, Nennella deve fronteggiare la concorrenza, anche sleale, di una classica “sciantosa”, certa Paquita, stellina popolare del varietà. Svelta e vivace com’è non esita a combattere la concorrente con le sue stesse armi. Si introduce anche lei nell’ambiente del varietà e in breve ne diventa a sua volta una “stellina” entrando in diretta concorrenza proprio con Paquita. Con la quale comincia a contendersi con ogni mezzo il giovane e affascinante pittore. Trovandosi insieme sulla scena, con lo stesso pittore presente in sala, il duello tra le due, fino a quel momento combattuto a distanza, fa presto a trasformarsi in una zuffa, che si allarga anche agli spettatori, tra cui il giovane artista che, ferito lievemente, viene curato proprio da Nennalla, la quale riesce a conquistarne, così, definitivamente l’amore. Uno spunto narrativo, come si vede, di poche pretese, che ha il merito, però, di consentire l’esplorazione, dietro le quinte, di un mondo ricco e molto significativo per l’immaginario popolare di quegli anni. Infatti ciò che più conta, qui, è l’ambiente, i personaggi di contorno, la particolare atmosfera che pervade il “Varietà”. Un’altra faccia di quella Napoli esportabile e vendibile che Lombardo radiografava un pezzo per volta e proponeva con pari successo sia in città che nei mercati nazionali ed esteri.

A questo proposito in un articolo de La Rivista del Cinematografo di Torino, del 1928 (riportato da Vittorio Martinelli in Cinema Muto Italiano – I film degli Anni Venti), parlando proprio di questa pellicola, il recensore dell’epoca osserva come in un periodo nel quale il mercato italiano sembrava non bastare più nemmeno a coprire il solo costo di un film, Lombardo coprisse, al contrario, quello stesso costo soltanto con gli introiti che gli venivano dalla distribuzione sul mercato napoletano, mentre le vendite dei suoi lavori in altre regioni d'Italia e all’estero entravano tutte nel novero degli utili netti. Questo, sempre secondo quanto scritto dallo stesso giornalista, rendeva il cinema napoletano di quei tardi anni Venti (nei quali la crisi che precede l'avvento del sonoro si fa sempre più pressante), fatti i dovuti distinguo e le già sottolineate differenze, una risorsa per l’intero cinema italiano. In definitiva, opere scaturite da un contesto così apparentemente localistico, diventavano una speranza per l’intera industria cinematografica nazionale.  Ad ennesima riprova che la Nazione intera era disposta ad amare Napoli ed era pronta ad identificarsi con essa, a patto, però, che la città non spalancasse le sue viscere oscure nelle quali tutti avevano il terrore di poter essere risucchiati.  

Ed è solo di un anno prima (1927) un’altra “variazione sul tema” della napoletanità gaia e scanzonata, Napoli è una canzone, sempre frutto della premiata ditta Eugenio Perego-Leda Gys, dove l’attrice, stavolta, si esibisce nei panni della bella ed esuberante lavandaia Rossella, nipote di un “pazzariello” ormai anziano che cede volentieri alla giovane la sua classica divisa, con la quale Rossella-Gys, può dar vita ad una versione femminile e spiritosa di una delle più classiche e universalmente note figure del folclore napoletano.  

In fin dei conti, sia il mondo del varietà, che quella sorta di intermezzo pubblicitario vivente che era l'esibizione del pazzariello, presentano non poche contiguità con il mondo del cinema, come già si andava configurando in quegli anni. Ma soprattutto offrono un'ulteriore e ricca opportunità alla Gys di mettere in luce tutte le sfumature possibili della sua notevole verve recitativa.  

Ma anche un produttore accorto come Lombardo incappava ogni tanto in qualche passo falso. Qualche inciampo dovuto più che altro all'esigenza di differenziare una produzione che doveva necessariamente rivolgersi anche a pubblici diversi. E’ il caso di un film del 1923 intitolato La leoparda ferita, diretto da Ubaldo Maria Del Colle, nel quale la Gys interpretava un personaggio piuttosto stereotipato e con un improbabile nome da cartoon, Leoparda dei Leopardeschi, donna di nobili origini desiderosa di sfuggire alla monotonia della sua vita dorata e quindi alla costante ricerca di avventure e forti emozioni. Film che non fu ben accolto soprattutto dalla critica che lo giudicò di scarso rilievo e di fattura grossolana.

Esito di gran lunga migliore, con un personaggio molto più adatto alle corde dell’attrice, si ebbe invece con La Madonnina dei marinai, uscito nel 1928 (lo stesso anno di Napule e niente cchiù) e affidato sempre alla regia di Del Colle, che vi partecipa anche come interprete. Qui, tralasciando leopardi e nobildonne, si torna al sano melodramma popolare, ambientato nel mondo semplice e laborioso dei pescatori, dove la Gys interpreta Mariella, una ragazza di buoni sentimenti che si vede portar via il fidanzato da una donna più smaliziata. Ma, nonostante questo, saprà sacrificarsi ugualmente per lui nel momento del bisogno, salvandolo, anche a proprio discapito, da un'accusa falsa e infamante. Così alla fine, grazie a questo gesto, riuscirà a coronare il suo sogno d’amore. Culminante nel matrimonio celebrato con un  suggestivo rito marinaresco completo di una lunga e pittoresca sfilata di barche.

Anche qui la Napoli popolare era inquadrata attraverso la particolare prospettiva Lombardo Film, cioè ripulita da quei risvolti miserabili, o presunti tali, e da quella visceralità quasi animalesca che invece appartenevano, a pieno titolo e in tutta consapevolezza, a simili storie realizzate da altre case napoletane. Ne veniva fuori un quadro tutto sommato godibile, ma dagli angoli smussati e addolcito da sfumature elegiache che sembravano avere l'intento, neanche troppo recondito, di rendere più   sopportabile, se non per certi versi quasi auspicabile, una condizione popolare fatta di povertà e di stenti. Purché nutrita da un sano senso dell'onore, da spirito del dovere e del sacrificio.

Il tutto, ovviamente, con la benedizione del Regime che, attraverso la sua stampa, approva e sostiene.

 In questo, come in altri film, messa da parte l'espressione da scugnizza irriverente e scanzonata, il volto della Gys sapeva diventare sofferto e trepidante. Non va dimenticato che è proprio questa sua capacità di esprimere un certo ingenuo candore che le consente di affermarsi, giovanissima, nelle sue prime prove cinematografiche, antecedenti la lunga e definitiva (per la sua carriera) esperienza napoletana. Doti che risaltavano tanto più, a contrasto con quelle di chi invece esprimeva una maggiore padronanza delle proprie emozioni e un retroterra più “vissuto”, come Francesca Bertini, della quale fu partner  nel già citato Histoire d'un Pierrot, dove la Gys interpreta Louisette, una sartina innamorata e delusa, che fu molto apprezzata e seppe ritagliarsi un suo spazio senza sfigurare di fronte alla più esperta “diva” Bertini. Con quest'ultima Leda Gys si confrontò ancora, negli anni immediatamente successivi, in altri due film, L'amazzone mascherata e Rosee spine.

Ma la sua consacrazione artistica (in ogni senso) avvenne nel 1916 con il film Christus, girato (tutto in Egitto e in Palestina) per la Cines da G.C. Antamoro, nel quale interpreta il ruolo della Madonna, con una dolente e accorata partecipazione recitativa che fu molto apprezzata a suo tempo, lanciandola definitivamente come una delle più amate e valenti attrici di quegli anni.

Le sue quotazioni artistiche salivano e la Gys usava firmare solo contratti di breve durata, per non legarsi troppo e sfruttare al meglio tutte le opportunità, e le offerte, che le si presentavano.

Ma come abbiamo visto, giunta a Napoli sul finire degli anni Dieci e incontrato Lombardo, la sua carriera artistica e la sua vita privata si radicheranno definitivamente in questa città.

Anche nel suo caso si può parlare di una carriera relativamente breve ma intensissima, che si concluderà, come tante altre, con l'avvento del sonoro. Si calcola che abbia lavorato in circa ottanta film. Più della metà dei quali sono andati perduti.

Trasferitasi a Roma con il marito all'inizio degli anni Trenta, non apparirà mai più sul grande schermo dedicandosi principalmente a suo figlio Goffredo, destinato a diventare il futuro patron della Titanus.  

Giselda Lombardi, in arte Leda Gys, è morta a Roma, all'età di sessantacinque anni, il 2 ottobre del 1957.

 

Dicembre 2011

 

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