STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

di Antonio Tedesco

 

18^ puntata

LEDA GYS - parte seconda

“Pupatella” va a Hollywood

 

 

Leda Gys fu attrice eclettica, capace di misurarsi con molteplici registri recitativi.

Abbiamo già avuto modo di citare, nel corso delle varie puntate, molti titoli di film che la videro sempre brillante protagonista. Grazie a Lombardo ebbe l'opportunità di arricchire ulteriormente la sua esperienza e di collaborare con alcuni dei più significativi talenti che il cinema napoletano, e non solo, di quegli anni poteva vantare.

Se con Ubaldo Maria Del Colle, come abbiamo visto per I figli di nessuno e La pianista di Haynes, poté mettere in luce il versante più intimista e drammatico della sua arte recitativa, fu con un altro regista “straniero”, Eugenio Perego, che la diresse in svariate commedie brillanti, che la Gys seppe dare il meglio di sé, trovando, forse, in questo genere particolari affinità anche caratteriali.    

Eugenio Perego era nato a Milano nel 1876. Aveva lavorato per alcune case cinematografiche torinesi occupandosi prevalentemente della stesura di soggetti originali o di riduzioni da testi preesistenti. Per la Milano Film cominciò a rivestire anche il ruolo di regista. Lavorò per molte produzioni un po' in tutta Italia, dirigendo grandi dive dell'epoca come Lina Milleflurs e Pina Minichelli. All'inizio degli anni Venti venne a Napoli, chiamato da Lombardo per il quale diresse un certo numero di film tutti interpretati da Leda Gys. Il primo nel 1923 fu Santarellina, tratto dalla nota pieces teatrale di Meilhac e Millaud, Man'zelle Nitouche, da cui anche Scarpetta attinse per il suo famosissimo ‘Na Santarella. Grande successo personale, forse il più clamoroso della sua carriera, per Leda Gys con un personaggio che le calzava a pennello e che la regia di Perego seppe giustamente valorizzare.  Il film, come la piéce, era incentrato su un classico gioco di equivoci, travestimenti, scambi di persona. La “santarellina” protagonista, nel tentativo di sfuggire ad un matrimonio combinato dai suoi genitori mentre lei si trova in convento a studiare, incontrerà un bel tenentino di cui si innamora senza sapere che si tratta proprio del suo promesso sposo. Da qui si  innesta il vorticoso meccanismo della commedia che trascina il pubblico fino al lieto scioglimento finale.

 A questo seguirono altri titoli, tutti, in un modo o nell’altro legati ad una idea di rappresentazione della città. Si va da Vedi Napule e po’ mori (1924) a Napoli è una canzone (1927) a Napule… e niente cchiù (1928).

Questi film si facevano carico di rappresentare una napoletanità legata principalmente ad un criterio di leggerezza e di briosità. Erano sostenuti, oltretutto, da un buon ritmo narrativo che dava loro un tocco, oltre che più “ripulito”, anche più sofisticato rispetto alla media delle produzioni partenopee. Per questo motivo riscuotevano buoni successi non soltanto in città, oltre che, come detto, consensi sulle riviste di cinema anche del nord, in genere poco tenere con il cinema di provenienza napoletana. Non è un caso che Lombardo avesse chiamato un regista milanese, formatosi cinematograficamente a Torino, per girare i film più “napoletani” di Leda Gys.  

Perego accompagnò la Gys fino alla fine della sua carriera. Nel 1929, infatti, la diresse in Rondine e in La signorina Chicchiricchì,  titoli con i quali l’attrice concluse la sua attività artistica e con essa la Lombardo Film che, trasferitasi a Roma, sarebbe divenuta la Titanus.  

Che valutazione si può dare oggi di questi film “napoletani” realizzati da una strana coppia di non napoletani quali il milanese Eugenio Perego e la romana Leda Gys?

Che, prima di ogni altra cosa, erano il frutto della consapevole strategia produttiva di un accorto e ambizioso uomo d'affari. 

Gustavo Lombardo, un po' come i tycoon americani che con l'apporto di valentissimi registi avrebbero orchestrato la grande stagione della sophisticated comedy nella Hollywood degli anni '30 e '40 del Novecento, seppe mettere insieme e dosare al meglio tutti gli elementi per creare un prodotto che pur avendo solide radici nella cultura napoletana, presentasse allo stesso tempo i giusti requisiti per piacere ed essere apprezzato anche da un pubblico più ampio di quello cittadino.

Il cinema americano, che in quegli anni cominciava ad arrivare in Italia, fece scuola e Lombardo imparò presto la lezione. D'altra parte la dimensione sempre meno artigianale, e con connotati, invece, sempre più industriali, che il cinema andava assumendo necessitava di un pubblico più vasto. Il risultato fu ottenuto essenzialmente sfrondando la rappresentazione di  Napoli dai suoi risvolti più oscuri e drammatici a favore di quelle componenti che privilegiavano l'immagine di una vitalità esuberante e pittoresca. In definitiva, accontentandosi di rimanere in superficie o quanto meno evitando di scendere troppo in profondità.

Ma si trattava, comunque, di una superficie mossa e variegata, piacevolmente increspata, che la presenza di Leda Gys sapeva rendere ancor più accattivante e gradevole.

E questo parallelo con il cinema americano, che fa in qualche modo da sponda al cinema napoletano penetrando nel suo orizzonte, non ci pare pretestuoso, anzi celebra il suo connubio proprio in Vide Napule e po' mori, concretizzandosi nel fatidico incontro tra un Billie e una Pupatella.

Billie è un impresario cinematografico americano che viene a Napoli per girare un film sulla città. Incontra Pupatella, una “luciana” vivace e solare, che gli sembra incarnare al meglio lo spirito della napoletnità, e la sceglie come protagonista del suo film. In realtà Billie si è innamorato di Pupatella e prospettandole un futuro da star la convince a seguirlo negli Stati Uniti. Ma il contatto con questo mondo dorato genera equivoci e scatena la gelosia di Pupatella che decide, dopo poco, di fare ritorno a casa. Billie, però, sempre più innamorato, la segue. E nella particolare e festosa magia della città partenopea l'amore tra i due si rigenera e si consolida. Celebrando, in verità, quella sorta di incontro-sposalizio più che tra i due personaggi del film, tra le due cinematografie che rappresentano, coronando soprattutto il sogno “fuori scena” di Lombardo, il più “americano” tra i produttori cinematografici napoletani.

Il film è brillante e riscuote vasti consensi, con particolari apprezzamenti per l'interpretazione di Leda Gys. La quale, secondo quanto scritto da un critico dell'epoca “passa dalla comicità al sentimento con una naturalezza sorprendente. Non abbiamo mai visto il pubblico di un cinematografo ridere e piangere per lo stesso film come alle rappresentazioni di Vedi Napule e po' mori”.

Si tratta, oltretutto, di uno di quei classici film, di cui abbiamo parlato alcune puntate fa, che sfidavano i limiti imposti dal cinema muto esibendo una musicalità intrinseca “visibile” già nel ritmo e nelle immagini. E che venivano accompagnati nelle proiezioni da uno o più cantanti, che interpretavano le canzoni “citate” dalle immagini o dalle particolari situazioni rappresentate (ad esempio, veniva cantata Santa Lucia luntana al momento in cui il piroscafo su cui sono imbarcati Billie e Pupatella lascia il Porto di Napoli salpando alla volta degli Stati Uniti).

Un connubio così forte questo tra immagini e musica, che viene ripreso ancora oggi che la pellicola, recentemente restaurata dalla Cineteca di Bologna, viene proiettata in numerose manifestazioni con l'ausilio di accompagnamenti musicali del più vario tipo, quali pianoforte solo, orchestra classica, duo jazz. In una dimostrazione di grande duttilità espressiva che è tutta nella forza di quelle stesse immagini.

Il film presenta anche altri motivi di interesse. Come l'esordio di un giovanissimo Nino Taranto nei panni del fratellino di Pupatella, e un festoso finale con una lunga ripresa dal vero della Festa di Piedigrotta (girata durante l'edizione del 1922) che riveste un notevole valore documentaristico.

Un film che ha molto da dire ancora oggi e dal quale traspare, a ben vedere, quello spirito ingenuo e pieno di meraviglia con il quale gli spettatori di quel tempo osservavano la vita che vivevano tutti i giorni, riprodotta magicamente sullo schermo. Un cinema che, per essere apprezzato pienamente in tutte le sue potenzialità, andrebbe guardato ancora con i loro occhi, con quella capacità di stupirsi e commuoversi, con quel coinvolgimento  originario totale e profondo.

Che non ci fa sorprendere per certe ingenuità, come quando, sempre in Vedi Napoli e poi mori, una lettera viene affidata da un uomo a Leda Gys-Pupatella, in partenza per l’America, dove vivrà la sua avventura artistica nel cinema, con questo indirizzo ben inquadrato dalla camera:

“A mio figlio Vittorio. Stati Uniti d’America”.

Noi non possiamo che sorriderne. Ma quanti spettatori dell’epoca, con parenti più o meno stretti emigrati, sentirono un brivido corrergli giù lungo la schiena alla lettura di quelle parole, mentre il cantante di turno attaccava, appunto, Santa Lucia luntana?

Il sogno e l’emozione erano già tutti lì.

 

Dicembre 2011

 

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