STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA


15^ puntata

L'ATTORE-REGISTA. 
Ubaldo Maria Del Colle

di Antonio Tedesco

 

La vitalità espressa dal Cinema Napoletano delle Origini trova conferma nel fatto che la città, in questa sua nuova dimensione cinematografica, si rivela anche un polo di attrazione per attori e registi provenienti da altre località del Paese e, come vedremo in una prossima puntata, anche dall’estero.

E questo nonostante il fatto che il “cinematografo” a Napoli, fosse così legato alle radici culturali della città. O forse, chissà, proprio per questo.

Uno tra i più rappresentativi di questi “immigrati”, che divenne in breve una figura di primo piano nel panorama cinematografico cittadino, è Ubaldo Maria Del Colle.

Del Colle era nato a Roma nel 1883. Intorno ai vent’anni iniziò la sua carriera come attore teatrale recitando in Compagnie di primo piano. Ma il richiamo del cinema, per lui, arrivò presto. Nel 1905, infatti, fu tra gli interpreti del mitico La presa di Roma, il primo film a soggetto realizzato in Italia, per la regia di Filoteo Alberini, nel quale interpreta il giovane tenente dei bersaglieri che per primo attraversò la famosa breccia di Porta Pia.

Dopo quest’esperienza Del Colle continuò ad alternare l’attività teatrale con quella cinematografica. Lavora con la Pasquali Film di Torino,  per la quale, oltre al ruolo di attore, comincia ricoprire, dal 1911, anche quello di regista-sceneggiatore. A questo punto lascia il teatro e si dedica al cinema completamente. Si trasferisce in Liguria e fonda la Riviera Film che diventerà più avanti la Del Colle Film.

Nel frattempo, a cavallo della Prima Guerra Mondiale, l’industria cinematografica italiana sta vivendo un profondo momento di crisi. Il lavoro scarseggia, Del Colle si trasferisce a Roma, dove collabora con alcune case di produzione locali. E’ nel 1918, passata la bufera del conflitto, che giunge a Napoli, dove trova ingaggio presso la Tina Film, una piccola casa di produzione nata per lanciare la carriera di Tina Kassay, attrice che visse negli anni intorno al 1919-20 un suo momento di notorietà. Per questa Società Del Colle gira, nel 1919, ben quattro film, facendosi le ossa, per così dire, sulla particolare temperie che caratterizzava il cinema napoletano di quegli anni. E scoprendo, forse, delle affinità di vocazione e temperamento che lo convincono a fermarsi in città. Basti citare in proposito alcuni titoli che già dicono molto sui contenuti dei film, come Torna a Surriento, tratto dalla famosa canzone, o Temi il leone. Quest’ultimo, in particolare, tratto dal racconto di Matilde Serao Il delitto di Via Chiatamone, era il tipico melodramma popolare tutto amore, passione e morte,  ambientato nel cuore vivo e pulsante della città. Questa vibrante atmosfera emotiva che si trasmetteva attraverso il Cinema Napoletano, dovette risultare particolarmente congeniale a Ubaldo Maria Del Colle. Nel 1920, infatti, passò alla Lombardo Film dove, sia in qualità di attore che di regista, divenne in breve tempo uno dei più stretti e assidui collaboratori dello stesso Gustavo Lombardo. Qui trovò spazio e modo per esprimere al meglio tutti i molteplici aspetti della sua personalità artistica. Infatti, pur affascinato dai temi del melodramma popolare, che a volte nel cinema napoletano assumevano risvolti quasi morbosi, nella produzione molto diversificata di questa Società, potette cimentarsi anche con film di tutt'altro genere.

Un suo grande successo fu I figli di nessuno, realizzato nel 1921, tra i massimi esiti di critica e di pubblico di tutta l’epoca del Cinema Muto Italiano. Questo film, che aveva una grossa componente verista e popolare e toccava temi sociali scottanti per l’epoca, ebbe vasti riconoscimenti che trovarono eco su tutta la stampa nazionale e una fama che durò nel tempo, tanto che si può di sicuro parlare oggi di un titolo epocale.

La storia, ispirata ad un drammone popolare del commediografo Ruggiero Rindi, tratta di minatori, di contrasti tra differenti classi sociali, di figli perduti e ritrovati, di estremi tentativi di riscatto, il tutto espresso in forti tinte melodrammatiche. Il film fu ripreso nel 1951 da Raffaello Matarazzo, un maestro del melodramma italiano, con due mostri sacri come Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson come interpreti principali (mentre Del Colle e Leda Gys, erano i protagonisti della versione originale) e per il quale Matarazzo richiese la consulenza dello stesso Del Colle, ormai anziano.

 

Ma i film che Del Colle girò per Lombardo, anche solo come regista, furono innumerevoli. A lui, si può dire che il produttore abbia affidato, più che a ogni altro, il compito di valorizzare le qualità della attrice di punta della sua Società di produzione, nonché sua moglie, Leda Gys, diretta in molte pellicole dallo stesso Del Colle.

Questi, infatti, oltre che ottimo attore, si dimostrò un regista molto versatile, dirigendo film di ogni genere. Da quelli interpretati da Giovanni Raicevich, una sorta di maciste nostrano, che si inserivano nel filone dei “forzuti” molto in voga del cinema italiano di quegli anni, ai film d’avventura come Il dossier di Sua Eccellenza, o, ancora, ai melodrammi popolari tratti da romanzi di Davide Galdi (Marta Galla, Mimì Fanfara).

Con La pianista di Haynes, (1921) Del Colle confezionò un’opera su misura per Leda Gys che, nel ruolo della pianista Gabriella, diffamata dalle falsità diffuse da una lettera anonima, ottenne grandi apprezzamenti di critica e di pubblico, consolidando il suo ruolo di star, confermato ulteriormente dall’interpretazione data, nello stesso anno, nel già citato I figli di nessuno.

Ma l'irrequietezza creativa di Del Colle lo portò a non fermarsi in quello che poteva pur essere un caldo e accogliente “grembo” produttivo, come era, appunto, quello della Lombardo Film.

Così l'attore-regista cominciò ad alternare il lavoro con il tycoon napoletano con quello prestato per più piccole, ma altrettanto agguerrite, case di produzione con le quali, forse, riusciva ad avere una maggiore libertà d'azione. Ritornò, così, ai temi del suo esordio partenopeo riprendendo a lavorare su film più coinvolti nello spirito di una certa realtà napoletana. Opere dal piglio più crudo e diretto sempre in bilico tra il (melo)dramma popolare e la sceneggiata. Qualche titolo: Aniello a 'fede, e poi Core furastiero e Carnevale tragico, queste ultime due tratte da note canzoni di E.A. Mario. Lavori realizzati tutti per la Any Film, la casa di produzione diretta da Vincenzo Pergamo. Intorno alla metà degli anni Venti Del Colle avrebbe lavorato anche per altre piccole ma vivaci produzioni come la Saffi e la Del Gaudio.

Questo percorso, alla ricerca forse di una sempre maggiore libertà e indipendenza produttiva, lo portò a fondare, nel 1927 una sua casa di produzione, la Napoletan Film, che ebbe, però, vita breve e con la quale produsse una sola opera, Ridi pagliaccio.

Ma quello che forse può definirsi il successo più clamoroso ottenuto da questo importante attore-regista, al di fuori delle produzioni della Lombardo Film, è senz'altro Lucia Lucì, realizzato per il produttore Rodolfo D'Angelo. Questo film riveste grande importanza nell'ambito del cinema napoletano sia per il successo che ottenne che per certe particolarità della sua storia produttiva e distributiva.

Il film era tratto dalla canzone I’m’arricordo ’e te di G.B. DeCurtis e Del Colle ne fu regista e interprete. Il film incontrò molte difficoltà distributive e rimase fermo per più di un anno dal momento della sua realizzazione. Per far fronte a queste difficoltà il produttore si rassegnò a cederne i diritti a Emanuele Rotondo, personaggio che si affacciava proprio in quegli anni nell’effervescente mondo della Cinematografia Napoletana. Rotondo puntò, per questa pellicola, su di un'accorta strategia di lancio. Ne preparò l’uscita scrupolosamente con una scaltra campagna pubblicitaria e quando il film, finalmente, fu nei cinematografi si affermò come uno dei più grandi successi di quella stagione (era il 1922), riuscendo a trovare consensi anche nel più ostico mercato nazionale e, soprattutto, fra gli immigrati in America.

Lo schema narrativo di Lucia Lucì non si discostava dallo standard che imponeva il genere. L’amore tra due anime semplici nato nell’ambiente povero dei pescatori viene compromesso dall’ingerenza esterna di un giovane medico che si invaghisce della ragazza e la seduce. Da qui si innestano una serie di reazioni a catena dalle quali scaturiscono sviluppi drammatici, e infine tragici. Ancora una volta era il contrasto sociale a tenere banco nella storia. L’inquinamento della spontaneità e dei buoni sentimenti delle classi meno abbienti da parte dei più sofisticati e smaliziati borghesi (o nobili, a secondo dei casi) è la causa scatenante della tragedia (e questo spiega anche il grande successo popolare di cui godevano queste pellicole). Il film, per quanto efficace, non poteva dirsi certo un capolavoro. Soffriva, in tutta evidenza, della scarsezza dei mezzi con cui era stato realizzato. E presentava un doppio finale per molti versi contraddittorio che lascia pensare che le ultime scene fossero state aggiunte in secondo momento per offrire in qualche modo una specie di consolatorio lieto fine (ad opera del nuovo distributore Rotondo?). Ma la storia, nonostante i difetti di cui soffriva, otteneva ugualmente il suo effetto, sostenuta soprattutto dalla sanguigna  interpretazione di Ubaldo Maria Del Colle (nei panni del pescatore tradito), e risultava, inoltre, girata con un realismo che secondo alcuni assumeva rilevanza di testimonianza antropologica.

Era, infatti, la temperie emotiva e non certo la perfezione tecnica  e formale, quella che infiammava il pubblico napoletano.

Il successo di Lucia Lucì consentì ad Emanuele Rotondo di conquistare uno spazio di tutto rilievo nella produzione cinematografica napoletana di quegli anni. Rotondo fondò una sua casa di produzione, la Miramar, che divenne in breve una delle più importanti tra quelle attive a Napoli intorno alla metà degli anni Venti.

Questo film, inoltre, rappresenta una sorta di simbolico passaggio del testimone tra la figura classica dell’attore-regista, in auge negli anni Dieci e incarnata ai massimi livelli da Ubaldo Maria Del Colle e la più moderna figura del produttore-regista che emerge e si afferma negli anni Venti e trova il suo primo rappresentante di rilievo proprio in Emanuele Rotondo.


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