STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

 14^ puntata

Napoli: una città alla scoperta del Cinema.

I Fratelli Troncone

di Antonio Tedesco

 

Abbiamo già accennato nelle prime puntate di questa rubrica a come la nascita e il progressivo affermarsi del cinematografo avessero stimolato lo sviluppo di una nuova, vivace imprenditoria che, a Napoli come altrove, si confrontava con i problemi e le esigenze del tutto nuovi che la produzione, la distribuzione e l'esercizio di questa nuova forma di spettacolo e di intrattenimento (come fondamentalmente era considerata allora) cominciavano a porre.

I confini non erano ancora ben chiari.  I campi d'azione di ogni specifico passaggio andavano delineandosi lentamente. E questo avveniva a poco a poco, man mano che la pratica e l'esperienza indicavano con maggior chiarezza la strada da seguire. Spesso le figure legate all'una o all'altra delle funzioni suddette si sovrapponevano. Abbiamo anche sottolineato come fosse l'esercizio, il moltiplicarsi in breve tempo delle sale attrezzate per la proiezione, a far da traino alla produzione. E come quest'ultima, che a noi spettatori contemporanei potrebbe sembrare ingenua e perfino, in certi casi, sprovveduta, andasse a poco a poco definendo sempre meglio i propri ambiti d'azione muovendosi, per utilizzare termini moderni, tra documentario e fiction. 

Per capire bene questi passaggi bisogna immedesimarsi nella mentalità dello spettatore dei primi anni del '900, per il quale la meraviglia suscitata dalla riproduzione dell'immagine in movimento era sufficiente a sé stessa, qualunque fosse il soggetto rappresentato.

Le prime brevi pellicole che venivano proiettate nelle sale erano semplicemente le cosiddette “riprese dal vero”. Filmati di pochi minuti che riproducevano momenti di vita cittadina, fenomeni di costume, a volte fatti di cronaca.  Man mano, però, che la dimestichezza con il mezzo aumentava e si  scoprivano le numerose possibilità che offriva,  alla riproduzione di tali riprese si cominciavano ad alternare, o ad integrare, scene di finzione appositamente concepite.

Questa pratica esigeva un passaggio ulteriore. Insieme agli “sfondi”, elementi cioè reperibili in natura o appartenenti comunque al reale, si cominciarono a predisporre luoghi nei quali fosse possibile organizzare e riprendere scene specificamente preordinate e finalizzate ai film che si volevano realizzare. Nascevano, così, le  prime “Manifatture cinematografiche”, che, nell'accezione moderna, sarebbero diventati “Studi” (o Stabilimenti) cinematografici. Queste Manifatture dovevano avere uno spazio sufficiente dove fosse possibile organizzare ed effettuare le riprese, e spesso vi erano annessi anche i laboratori dove si “lavorava” la pellicola. 

All'inizio, nell'attesa che la teoria e la pratica elaborassero un autonomo e specifico linguaggio cinematografico, la narrazione per immagini attingeva ai linguaggi preesistenti. Quello letterario, quello teatrale e, nell'esperienza napoletana come abbiamo visto, a quello della canzone.

Il cinema si presentava, così, come uno strumento “meraviglioso”, ma ancora in cerca di una sua specifica autonomia espressiva. Che sarebbe andata delineandosi, poi, a poco a poco nel tempo, perdendo ogni dipendenza e ogni sudditanza da arti più “nobili” o, semplicemente, meglio codificate. Un passaggio che sarà sancito definitivamente dai grandi teorici degli anni Venti e Trenta.

Ma ciò che interessa maggiormente qui, è seguire il lavoro svolto da questi pionieri che hanno mosso i primo passi in un mondo che era ancora tutto da scoprire e, per certi versi da inventare. Questo può aiutare a comprendere sia l'evoluzione del linguaggio cinematografico nel suo farsi progressivo attraverso l'esperienza diretta, che certi passaggi cruciali nello sviluppo della società e della cultura che a partire dai primi del '900 giungono fino a noi.

 

Nelle precedenti puntate abbiamo accentrato la nostra attenzione su alcuni dei protagonisti più rappresentativi ed emblematici della Cinematografia Napoletana delle Origini (da Gustavo Lombardo a Elvira Notari a Francesca Bertini) e sull'incidenza che questi ebbero, ognuno con il suo specifico contributo, sulla produzione cinematografica cittadina, ma anche su quella nazionale.

E' il momento, adesso, di allargare il campo ai numerosi e non meno importanti coprotagonisti di quella ricca stagione ribollente di iniziative e di creatività che il nuovo mezzo espressivo sembrava stimolare.

Anche se, fatalmente, su quei personaggi capiterà ancora di tornare.

 

La realtà del cinema napoletano di quegli anni è variegata e fittissima. E costituisce un piccolo mondo a sé stante che presenta, come abbiamo visto, molti caratteri di originalità rispetto alle produzioni cinematografiche che si realizzavano altrove. Un po’ come già succedeva per la musica ed il teatro, anche il Cinema Napoletano definisce una propria autonomia di creatività e di ispirazione, anche se – almeno per quanto riguarda il cinema – certe eccessive crudezze non sempre erano ben digerite altrove.

Un percorso che rappresenta in maniera quasi esemplare i passaggi attraverso i quali evolve l'esperienza del Cinematografo, così come li abbiamo individuati più sopra, è senz'altro quello dei fratelli Troncone, ai quali abbiamo già accennato ma sui quali vale la pena tornare in maniera più dettagliata.

 

Roberto, Vincenzo e Guglielmo Troncone venivano dalla fotografia. Il passaggio dall'immagine statica a quella in movimento dovette essere per loro non solo conseguenziale, ma professionalmente entusiasmante. Lo dimostra la passione e la tenacia con la quale si lanciarono, come impavidi esploratori, alla scoperta di questo nuovo mondo.

Purtroppo in merito alla loro opera esistono ancora ampie lacune storiografiche, aggravate dalla perdita, in seguito ad un allagamento, di tutto il loro materiale filmato. Di sicuro si può dire, e su questo sembrano concordare tutti gli studiosi, che possono considerarsi i primi veri cineasti napoletani. Il primo cortometraggio girato da Roberto Troncone si fa risalire addirittura al 1900 ed era, appunto, una classica ripresa dal vero intitolata Il ritorno delle carrozze da Montevergine, che in tutta probabilità documentava un momento dell'antica tradizione popolare napoletana del pellegrinaggio in quella località. Ma fu qualche anno dopo che i Troncone conobbero il primo vero momento di gloria, quando lo stesso Roberto e suo fratello Vincenzo si recarono impavidamente sul Vesuvio per filmare l'eruzione che avvenne nell'aprile del 1906. Questo filmato, che documentò un evento, all'epoca, notevolmente disastroso, destò grande impressione e fu molto richiesto anche all'estero, rivelandosi per la “ditta” un considerevole successo commerciale.

A fianco dell'attività documentaristica i Troncone cominciavano a tentare la strada del film a soggetto. E a questo punto si trovano discordanze tra i pareri di storici e studiosi. Secondo alcuni (E.Grano, V. Paliotti, autori di Napoli nel Cinema) già nel 1905 avrebbero realizzato un breve film dal titolo La Camorra, mentre del 1906 sarebbe la breve comica Marito distratto moglie manesca diretta da Vincenzo Scarpetta e interpretata da un'esordiente Francesca Bertini. Ma sia Aldo Bernardini che Maria Adriana Prolo, nella rispettive Storie dedicate al Cinema Muto Italiano, basandosi su fonti d'epoca, cominciano a classificare la filmografia dei Troncone a partire dal 1907. Ed è proprio intorno a quell'anno, forse alla fine del 1906, facendo evidentemente seguito al successo del citato documentario Eruzione del Vesuvio, che vede la luce la Manifattura Fratelli Troncone,  prima vera casa di produzione cinematografica napoletana, che ha la sua sede in piazzetta Nilo. Qui avveniva sia il lavoro tecnico di sviluppo e stampa dei negativi, sia quello creativo che consisteva nello girare brevi o brevissimi filmati in un piccolo spazio ricavato nel cortile dello stesso palazzo, dove venivano allestiti degli “interni” di fortuna fatti di due pareti a cielo aperto, come una sorta di scenografia teatrale, all'interno della quale si ambientavano le brevi azioni drammatiche che costituivano il film.

Il vero salto di qualità avvenne qualche tempo più tardi, quando i Troncone trasferirono al Vomero la loro attività, aprendo un vero e proprio teatro di posa. Fu a quel punto che, potenziando la propria attrezzatura e accrescendo le proprie ambizioni, fondarono la Partenope Film. La società si mosse in maniera vivace, con grande intraprendenza allargando in più direzioni il proprio campo d'azione. Che andava dagli accordi con associazioni cattoliche per la produzione di film a sfondo “morale” o religioso, alla collaborazione con artisti affermati provenienti dal mondo del teatro quali Vincenzo Scarpetta e Raffaele Viviani. Quest'ultimo interpretò, nel 1912, per la Partenope Film, una pellicola intitolata Testa per Testa. Ma, anticipando una tendenza che si sarebbe poi ampiamente diffusa nel  cinema, i Troncone avviarono una proficua collaborazione oltre che con i teatranti anche con i letterati. Si fanno risalire, infatti, al 1912 – come ha accertato nei suoi studi Pasquale Iaccio – i primi rapporti epistolari tra Roberto Troncone e il commediografo Roberto Bracco. Ciò significa  che già due anni primi del celeberrimo Sperduti nel buio, tratto da un suo famoso lavoro per le scene, Bracco intratteneva rapporti con i titolari delle Manifatture Cinematografiche che gli chiedevano di acquistare i diritti per lo sfruttamento della sua opera. E infatti Il diritto di vivere, una commedia dello stesso Bracco, fu trasposta in cinematografo, proprio dai fratelli Troncone, in quello stesso 1912.

L'attività cinematografica della Partenope Film, tra alti e bassi, e con la lunga interruzione del periodo bellico, durò fino al 1926. In quell'anno uscì un film tratto dalla famosa canzone napoletana  Fenesta ca lucive che aveva tra i suoi interpreti il famoso attore-regista Ubaldo Maria Del Colle.

Il film fu un disastroso insuccesso che portò, nel giro di pochi mesi, alla chiusura della gloriosa casa di produzione.

Roberto Troncone tornò alla sua attività di fotografo fondando l'Archivio Fotografico Troncone ancora oggi esistente, che riveste grande importanza documentaristica per quanto riguarda la storia della città nei suoi diversi aspetti, dal 1926 fino ai giorni nostri.

 

Novembre 2011



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