STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

 

di Antonio Tedesco

12^ puntata

 

DUE FILM

  Assunta Spina, protagonista dell’omonimo film tratto da un famoso lavoro teatrale di Salvatore Di Giacomo, è una giovane e avvenente stiratrice, fidanzata con il macellaio Michele Buttafuoco.

E’ corteggiata, però, anche da Raffaele, che non sa rassegnarsi al fatto che Assunta abbia scelto un altro. La donna si serve proprio di Raffaele per far ingelosire Michele, il quale, per vendicarsi, la sfregia. Michele, già recidivo, viene condannato a due anni di prigione. Per evitare che il condannato venga trasferito nel lontano penitenziario di Avellino e possa, invece, scontare la sua pena a Napoli, dove più facile le sarebbero stato fargli visita, Assunta intreccia una relazione con il cancelliere del tribunale, Federico Funelli, il quale le fa intendere che può favorirla in tal senso. Finisce, però, con il legarsi seriamente a quest’uomo mentre il suo sentimento per Michele si affievolisce di giorno in giorno. Ma per Funelli, ottenuto quanto desiderava, il legame con la donna comincia a diventare un peso. Finito di scontare la sua pena in anticipo, Michele sorprende Assunta intenta ai preparativi di una cena, per mezzo della quale vuole tentare di salvare i suoi rapporti  con il cancelliere. Scoperta, la donna confessa tutto al suo, ormai, ex fidanzato, proprio mentre Federico Funelli sopraggiunge. Michele, accecato dall’ira e preda della sua feroce irruenza, lo uccide con una coltellata e poi fugge.

Assunta, consapevole di essere stata la causa scatenante di questi tragici eventi, si assume la responsabilità del delitto, scagionando Michele. 

Un gesto di espiazione attraverso il quale, non solo può riscattare la sua condotta, ma che la eleva a pieno titolo al rango di eroina tragica. 

L’intreccio, come si vede, è quello di un classico melodramma popolare a sfondo passionale, dove le azioni e i sentimenti della protagonista (dal carattere ardente e volitivo), in un modo o nell’altro, guidano e influenzano i destini di tutti gli altri personaggi. Ma ciò che più conta è che intorno ad Assunta “respira” la Napoli popolare di inizio secolo. Sartine, stiratrici, macellai, gente del popolo pienamente calata nella propria quotidianità. Eppure capaci, all’occorrenza, di farsi protagonisti di una drammaticità alta e nobile. Anche quando si esprime attraverso i tratti feroci e sanguinolenti del dramma popolare. Personaggi che si lanciano a testa bassa nel turbinio delle passioni, come a  cogliere l’unica opportunità che viene loro offerta per riscattare la propria condizione di vita a volte modesta, a volte miserevole. 

Dell’abilità e dell’efficacia con la quale Francesca Bertini è riuscita a dare anima e corpo a questo personaggio, abbiamo già detto nel numero precedente di questa rubrica. Con lei Gustavo Serena, che oltre ad essere regista del film ne è anche interprete nel ruolo del sanguigno Michele.  

Sperduti nel buio, altro titolo epocale, considerato da molti uno dei capisaldi storici della cinematografia italiana si rifà, invece, ad una diversa tipologia di melodramma, derivata da un filone ottocentesco nel quale più che la passionalità e la visceralità dei sentimenti, si privilegia il versante del patetico e dell’intrigo. 

La storia, semplice e crudele a un tempo, è quella di due derelitti, un cieco, Nunzio (interpretato da Giovanni Grasso) che si guadagna da vivere suonando il violino per strada, e una giovane mendicante, Paolina (l’attrice Virginia Balestrieri), figlia illegittima di un duca. I due si incontrano in una notte di tempesta e si legano teneramente l’uno all’altra cercando, con i loro poveri mezzi, di sostenersi a vicenda, alleviando così, reciprocamente, e per quanto possibile, i disagi di una vita davvero ingrata. Nel frattempo il duca, padre di Paolina, roso dai rimorsi, cerca in tutti i modi di ritrovare questa figlia perduta. Ma, anche perché subdolamente ostacolato per motivi di interesse da Livia, sua cinica amante, non riesce nell’intento. E sarà proprio Livia che, come era nei suoi progetti, alla morte del duca erediterà tutti i suoi averi. Mentre a Paolina e Nunzio non rimarrà altro che continuare a sopravvivere miseramente tra stenti e povertà. 

Su questa trama, che qui abbiamo ridotto ai suoi elementi essenziali, si sviluppa una storia tutta incentrata sui forti contrasti umani e sociali, che scava a fondo nel carattere dei personaggi e li pone in rapporto al loro ambiente e alle loro condizioni esistenziali.

Diversamente da Assunta Spina, che è omogeneo nella sua ambientazione popolare, Sperduti nel buio si articola su una dialettica che mette in gioco “miseria e nobiltà”, intesa sia come stato sociale che come qualità dell’animo dei personaggi.

Anche questo film è tratto da un’opera teatrale di un autore molto blasonato, a suo tempo, quale Roberto Bracco, ed è diretto da un altro gran nome della cultura di quegli anni, Nino Martoglio, egli stesso scrittore oltre che regista.

I due film, pur essendo realizzati negli studi di case di produzione romane, la Caesar Film (che era stata, però, fondata dal napoletano Giuseppe Barattolo) il primo, la Morgana Film il secondo, si possono considerare a pieno diritto tra le opere più celebrate e rappresentative del “canone” del Cinema Napoletano.

Il fatto che poi fossero state realizzate a Roma serviva, probabilmente a salvaguardare certe esigenze degli autori, Di Giacomo e Bracco, che si sentivano, in questo modo più garantiti.

 

E’ un dato di fatto, comunque, che la critica ufficiale e la storiografia cinematografica classificano questi due titoli come gli antenati nobili del cinema italiano dei decenni successivi. Riferendosi in particolar modo a quella sorta di realismo poetico cui si ispiravano, senza per questo lasciare “fuori quadro” gli angoli più scomodi e bui della vita quotidiana quali la sofferenza e il disagio sociale e individuale. 

Questo tocco di poesia in più e una certa raffinatezza nella messa in scena, facevano forse la differenza con lo standard più irruente e sanguigno della produzione napoletana.

 

In ogni caso si tratta di due opere di assoluto valore che hanno esteso la loro influenza anche oltre lo stretto ambito del cosiddetto “cinema muto”. 

Valore che per Assunta Spina possiamo ancora direttamente verificare, essendo il film giunto fino a noi e, alcuni anni fa, restaurato a cura della Cineteca Comunale di Bologna.

Di Sperduti nel buio, invece, coerentemente con il suo titolo, si è persa ogni traccia. Pare che una copia fosse conservata a Roma, al Centro Sperimentale di Cinematografia, ma sia stata trafugata dai nazisti nel corso dell’ultima guerra e portata in Germania. Ma lì, ogni ricerca fatta successivamente, è risultata vana.

 

Resta però, su questo film, una gran documentazione basata sulle fonti d’epoca, e soprattutto un importante articolo del critico e teorico del cinema Umberto Barbaro, pubblicato nel 1936 sulla rivista Bianco e Nero, dove, partendo dall’elogio di questa pellicola e delle sue vivide capacità espressive, l’autorevole critico costruisce una sorta di manifesto di quello che sarà il futuro Neorealismo.

 

Dunque,  Assunta Spina e Sperduti nel buio non solo sono due film perfettamente riconducibili al filone del Cinema Napoletano, ma si possono anzi considerare come il vertice di una piramide, la punta dell’iceberg. La cui base, in molti casi sommersa, è costituita da quella rilevante quantità di produzioni cinematografiche che aveva Napoli, appunto, come centro propulsore.

Bisogna sempre riferirsi, quindi, a tutta una tradizione e una cultura cinematografica ben strutturate e consolidate delle quali i due titoli di cui qui abbiamo trattato sono il risultato più alto e rappresentativo.

La sua scomparsa, la sua “invisibilità”, hanno regalato, poi, a Sperduti nel buio un alone di leggenda. Un film divenuto nel tempo quasi mitico. Ma che già all’epoca della sua uscita ebbe grande risonanza.

Lo stesso Roberto Bracco che, come Salvatore Di Giacomo e altri autori del loro tempo, dovettero superare non poche diffidenze e perplessità prima di fare il gran salto dal teatro al cinema, in una lunga intervista rilasciata ad un giornalista del Mattino all’epoca dell’uscita del film, si dimostra, senza mezzi termini, entusiasta dell’esito cinematografico raggiunto dalla sua opera. I suoi elogi, in particolare, vanno alla direzione di Nino Martoglio. “Egli ha liberato gli interpreti dai pericoli del mutismo stilizzato e ha dato a tutta l’azione un’impronta eminentemente umana”, dichiarò tra l’altro in questa intervista. “La veridicità stessa di una plasticità spontanea, vivida, determinata dai sentimenti e dalle passioni e non da una premeditazione scenografica, producevano presso a poco l’illusione della parola pronunziata”, aggiunge più avanti.

Ma né lui né Di Giacomo riuscivano, d’altra parte, a nascondere del tutto la preoccupazione che tali livelli di qualità, cui il cinema era in grado di giungere, ponessero in pericolo la supremazia, fino ad allora incontrastata, del teatro come arte drammatica.

 

 

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