STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

Le Dive

di Antonio Tedesco

11^ puntata

 

La prima domanda da porsi sarebbe: il cinema ha creato le dive o le dive hanno creato il cinema (almeno nell’accezione più ampia e diffusa che ne abbiamo oggi)?

Il fenomeno del divismo si sviluppò, in maniera compiuta negli anni ‘10 del ‘900 ed ebbe il suo apice, almeno in Italia, con Francesca Bertini e Lyda Borelli. Due attrici che hanno segnato un’epoca del cinema, ma soprattutto del costume nazionale, influenzando mode e fomentando fantasie sfrenate nel pubblico, non solo per i personaggi che interpretavano, ma anche, e forse più per i loro atteggiamenti pubblici e privati, per lo stile di vita che conducevano, per le leggende che fiorivano intorno a loro. Eteree e inafferrabili, come il cinema stesso, ne erano in molti sensi l’emblema vivente, la sua personificazione, il cinema fatto carne, ma non per questo meno sfuggente e inafferrabile. Lo status che conquistarono fu quello di semidivinità, appunto, Dive, che, agli occhi del pubblico, conducevano la loro vita imperscrutabile arroccate su chissà quale inaccessibile Olimpo.

Ma questo, il più delle volte, le costringeva a interpretare se stesse ancor prima che i personaggi dei film. Per quanto riguarda la Borelli e il suo modo di porsi sullo schermo, era stato coniato per lei un neologismo, “borellismo”, appunto, e molti, a cominciare da Gramsci, ritenevano che in quella sua particolare maniera così personale di offrirsi all’occhio della cinepresa, più che in una reale abilità interpretativa, consistesse tutta la sua forza di personaggio magnetico e carismatico. Di origine ligure, esordì in teatro molto presto recitando accanto ad attori di gran nome, tra cui Eleonora Duse. Il cinema arrivò nel 1913 con Ma l’amor mio non muore di Mario Caserini. Fu un successo immediato a cui seguì una carriera breve e intensissima che si concluse nel 1918 in seguito al matrimonio con il Conte Cini. Delle molte pellicole interpretate in questo breve arco di tempo sono da ricordare almeno, oltre a quella d’esordio, Rapsodia satanica e Malombra.

Un percorso per molti versi simile ebbe Francesca Bertini, la quale però, sia per origini che per storia artistica, è strettamente legata all’esperienza del cinema napoletano. Anche di lei si è detto che per la gran parte della sua carriera, più che interpretare personaggi usò il cinema per creare il “suo” personaggio.

Elena Saracini Vitiello, questo il suo vero nome, pur nata a Firenze nel 1892, (figlia di un’attrice, fiorentina, appunto, e di un “trovarobe” napoletano) ebbe a Napoli la sua formazione artistica e, giovanissima, era già nella compagnia di Eduardo Scarpetta. Mossa da un istinto sicuro e da una grande ambizione di farsi strada approdò con estrema naturalezza al cinema, adattandosi bene alle   corde di questo nuovo strumento espressivo, e portando con sé la sua passata esperienza di teatrante “popolare”. Abbiamo già accennato al suo esordio in un piccolo film comico-satirico di Vincenzo Scarpetta, prodotto dai Fratelli Troncone, intitolato Marito distratto moglie manesca. Da qui riuscì ad affermarsi nel giro di pochi anni, intraprendendo una inarrestabile scalata al successo. I suoi cachet  salivano vertiginosamente e, in neanche dieci anni di carriera, lavorò ad una quantità di film che per un attore moderno sarebbe perfino difficile immaginare.

Divenne, così,  “la Bertini”. Il cui solo nome richiamava folle di spettatori che, garantiti dalla sua presenza, il più delle volte, non badavano neanche al titolo del film.

L’industria cinematografica rafforzava, così, attraverso la figura delle dive, il suo potere di attrazione e di seduzione sul pubblico.

La Bertini, come la Borelli (e le altre: Pina Menichelli e Leda Gys, tra le più note) erano donne – attrici - che, lavorando proprio sugli stessi principi del cinema, apparendo nella luminosità dello schermo, e ammantandosi d’ombra nella vita privata, seppero racchiudere in sé, e rappresentare nell’immaginario popolare, l’essenza stessa della nuova arte che si affacciava al secolo.

Ovvio che le eroine drammatiche e romantiche, stile Tosca, Fedora o Margherita Gauthier, siano state nel corso della carriera artistica di Francesca Bertini veri e propri cavalli di battaglia. “Signora delle camelie” essa stessa, che si offriva al pubblico come micidiale cocktail di bellezza, di mistero e di perdizione.

 

Ma nonostante che una certa maniera di intendere il cinema in quegli anni prediligesse l’aspetto estetizzante dell’essere attrice-diva, sull’onda di quell’estetica del dannunzianesimo che dilagava, Francesca Bertini, in più occasioni, seppe dimostrare di essere una grande interprete oltre e al di là di questo cliché.

Lo fece in Histoire d’un Pierrot, versione cinematografica della famosa pantomima di Fernand Beissier,  realizzata nel 1914 da Baldassarre Negroni. Nel film l’attrice si cimenta proprio nel ruolo di Pierrot. Con una sapienza interpretativa e una perizia derivatele forse dai geni della Commedia dell’Arte impressi nel suo DNA e dall’esperienza di attrice maturata nelle compagnie di teatro popolare. L’interpretazione venne apprezzata per la misura e la stilizzazione data alla rappresentazione non facile della maschera, calata, oltretutto, in un contesto che il cinema rendeva ancor più realistico. In una sorta di piccolo prologo Francesca Bertini, sembra voler dichiarare la prova in cui sta per cimentarsi e, in un certo senso, firmarla, comparendo in abiti normali mentre si accinge a indossare il costume di Pierrot, che la renderà, poi, difficilmente riconoscibile per tutto il film.

 

Ma è nel 1915, quando con Gustavo Serena, che ne curò anche la regia, interpreta Assunta Spina, dal famoso dramma di Salvatore Di Giacomo, che rinuncia con coraggio, anche se temporaneamente, a quella maniera fatale e un po’ stereotipata di fare cinema,  dimostrando tutta la sua capacità di parlare al cuore dello spettatore, al suo animo profondo, e non solo alle sue più superficiali aspettative.

Attraverso questo personaggio Francesca Bertini è riuscita a consegnare alla storia un simbolo vivo e palpitante del cinema che Napoli esprimeva in quegli anni. Che si trasforma in un simbolo della città stessa. Quella città contro la quale la sua figura si staglia, nella scena iniziale del film, sguardo in macchina, quasi a sfidare lo spettatore a seguirla, in questa nuova e diversa avventura. Una breve sequenza segnata oltre che da questo sguardo (lampeggiante) da un rapido, in apparenza banale, gesto con il quale si sistema lo scialle sulle spalle. Un piccolo gesto attraverso il quale la sua arte riesce a richiamare tutto l’orgoglio, la nobiltà e la cultura di un popolo. Quello napoletano che lei, in quel momento, a pieno titolo rappresentava.

Francesca Bertini forse intuì che avrebbe dato con questo film il suo contributo a un’idea più alta e nobile di fare cinema. Anche a costo di negare il modello che amava (o forse doveva) dare di sé come attrice. Lo fece prima che fosse troppo tardi. Prima che il cinema, e lei stessa, rimanessero definitivamente intrappolati nel meccanismo economico produttivo, ma anche politico, che della macchina-cinema si andava inesorabilmente impadronendo.

E’ stato forse il rimpianto di non aver potuto essere pienamente “quella” attrice a spingerla a ritirarsi, ancora giovanissima nel 1921 con una carriera che, se pure cominciava ad accusare qualche sintomo di cedimento, avrebbe, però, potuto portarla ad Hollywood, da dove le erano giunte  offerte non poco allettanti.

Mossa dall’intima consapevolezza di non poter far altro che ripetere all’infinito il “suo” personaggio, del quale era artefice, ma anche prigioniera. Divenuta un’icona universalmente conosciuta, ma spogliata, forse della sua vera anima, sentì che la figura della “diva” aveva sopravanzato quello dell’attrice vera, dell’interprete sensibile e passionale che, come Assunta Spina dimostra, era ampiamente nelle sue corde. Forse in anticipo sui tempi, e nonostante la grande fama che ne ha ricavato, è arrivata al cinema quando questo non era ancora pronto ad apprezzare e sfruttare al meglio le sue grandi potenzialità espressive. Un cinema che cercava, in quegli anni, soprattutto figure-mito che ne racchiudessero e rappresentassero la magnificenza e lo splendore agli occhi del pubblico.

Francesca Bertini, passata alla storia come prototipo della diva fatale, aveva, invece, la vocazione dell’attrice viscerale e sanguigna. Una Anna Magnani arrivata troppo presto per poter essere capita e apprezzata. E non è un caso che fu proprio Anna Magnani a interpretare Assunta Spina nel remake che, nel 1948, fu diretto da Mario Mattioli e sceneggiato da Eduardo De Filippo che ne fu anche l’interprete maschile.

 

 L’uscita di scena fu, comunque, all’altezza della sua fama. Francesca Bertini sposò un ricco banchiere svizzero, Alfred Cartier, e si ritirò a vita privata, concedendosi, in seguito, solo poche sporadiche apparizioni pubbliche, fino al 1985, anno della sua morte.

 

 

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