STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA  

i Antonio Tedesco

10^ puntata

 

Due idee di cinema

Parte seconda

 

Ma Lombardo, se pur riveste grande importanza, è la storia del cinema ufficiale, quella che abbiamo sotto gli occhi e che in un modo o nell’altro è nota a tutti.

Il cinema della Notari, invece, per quanto sia un’esperienza maggiormente circoscritta e per certi versi conchiusa in sé, trova proprio in questa sua decisa localizzazione (geografica, ma anche   antropologica) rinnovati motivi di interesse in questa sede, proprio in quanto si fa espressione di certe manifestazioni e istanze culturali e spettacolari tipiche della città e ben radicate nella sua cultura e nella sua tradizione.

La Dora Film, inoltre, fa della sua condizione di Manifattura Artigianale, un elemento distintivo caratterizzato da sue specifiche peculiarità. Con la annessa scuola di recitazione, con alcuni personaggi ricorrenti che si ripropongono di film in film, con un certo modo libero e pregnante di utilizzare la cultura popolare, con la molteplicità e l’immediatezza del suo approccio artistico, la casa di produzione dei Notari si potrebbe configurare come una sorta di Factory, sul tipo di quella fondata da Andy Warhol nella New York pop degli anni Sessanta.

 La Dora Film, tra le molte “manifatture” sorte in quegli anni, è quella che in maniera più sistematica e convinta trasferisce nel mezzo cinematografico  (il nuovo medium che si affaccia al nuovo secolo per diventarne il simbolo) gli elementi vivi e concreti di una cultura e di una tradizione antica e popolare come quella napoletana. Riaffermandone, così, la forza, la portata, la duttilità. La capacità di rinnovarsi e di riproporsi in tempi e con strumenti sempre nuovi e diversi. Non a caso il cinema di Elvira Notari dialoga fittamente con altre forme di espressione artistica e letteraria che si erano fino a quel momento incaricate di farsi tramite e portavoci dello spirito vitale e oscuro a un tempo che contraddistingue l’animo di questo popolo. Ci riferiamo alla letteratura popolare, al teatro e, infine, alla canzone.

La Notari, forte anch’ella di un intuito folgorante, trova nel mezzo cinematografico lo strumento ideale per rilanciare questa tradizione, e riaffermarla, appunto, nella nuova epoca che si va aprendo. Cerca di erigere, forse inconsapevolmente, ma certo guidata dall’istinto sicuro dell’artista, una barriera difensiva contro l’omologazione culturale che il cinema, anche il più grande, di lì a poco avrebbe contribuito a creare (non è stata forse Hollywood uno dei primi esempi di “globalizzazione” culturale?).

La Notari adatta il mezzo cinematografico alla città e la città al mezzo. Ne fa essenzialmente uno strumento attraverso cui certe istanze, certe manifestazioni, certi aspetti peculiari o caratteristici di Napoli, vengono impressi e fissati a futura memoria. Una memoria che poi, purtroppo, l’incuria, la superficialità, la fatalità, hanno contribuito a disperdere e distruggere, essendo pochissime le pellicole sopravvissute, e non solo della Notari, della copiosissima produzione di quegli anni.

 

C’è da dire, però, che anche altri esponenti della “Scuola Napoletana” si sono mossi in quei tempi nella stessa direzione. Alcuni li abbiamo già citati in altre puntate di questa rubrica. Da Gustavo Serena, che filmò il capolavoro “Assunta Spina”, a Eugenio Perego di cui ricordiamo ancora “Vide Napule e po’ mori”, a Nino Martoglio, autore del mitico “Sperduti nel buio”, altro capolavoro perduto di cui parleremo più diffusamente in un altro numero di questa rubrica.

Tutti hanno contribuito a lasciarci testimonianze (almeno quelle che ci sono arrivate) non solo di un modo, primordiale e pionieristico ma spesso anche artisticamente rilevante, di concepire la narrazione per immagini, ma anche di luoghi, di volti, di ambienti, di eventi. Giravano dal vero e la componente documentaristica entrava come parte integrante, fondendosi perfettamente, all’interno del tessuto (come diremmo oggi) della fiction.

Ciò a testimoniare, ancora una volta, la stretta interrelazione tra immaginario e realtà che sempre è stata uno dei tratti distintivi della tradizione e della cultura popolare napoletana.

Ci hanno lasciato, così, documentazioni preziose di avvenimenti topici della nostra tradizione culturale e popolare. Quali, il miracolo di San Gennaro, ripreso in un affollatissimo Duomo in una delle scene più suggestive del film intitolato, appunto, “Il Miracolo”, anche questo di Eugenio Perego, dove lo scioglimento del sangue è metafora di una storia d’amore che si ricompone. Ma al di là della forse anche esile trama, il valore di quei volti assorti che esprimono emozione, attesa, tensione (un piccolo, e forse involontario, trattato di antropologia applicata) e lo scioglimento di questo groviglio di sentimenti insieme al sangue nella teca, resta di valore inestimabile, oltre che emozionante, ancora per lo spettatore contemporaneo.

E così, ancora nel citato “Vide Napoli e po’ mori” la lunga sequenza girata dal vivo della Festa di Piedigrotta, con tanto di carri, mascheroni e musica, ci trasmette quel brivido di festosa follia che attraversava la città intera in quella circostanza. E forse, a parte questi eventi così noti e caratteristici, basterebbero gli scenari naturali, le cosiddette “vedute”, a rendere questi film così singolari e unici nel pur variegato panorama del Cinema Muto, non solo italiano. Ma tutta la città era un set, non solo i bei panorami, ma anche, e forse soprattutto, i vicoli bui e malsani, gli interni poveri e squallidi, i mercati affollati e pittoreschi. Tutte ambientazioni che si adattavano perfettamente ai drammi popolari che venivano rappresentati, e ne divenivano in qualche modo parte integrante e quasi “personaggi” esse stesse. Ambienti che proprio per questa loro pregnanza divennero così invisi alla censura, che non voleva si diffondessero attraverso il cinema, i lati oscuri della città e del paese.

Tutto questo avveniva in un’epoca in cui, a livello nazionale, in quello stesso cinema, già si andavano affermando come predominanti le meticolose ricostruzioni in compensato e cartapesta di fastosi (e in molti casi fantasiosi) scenari che facevano da sfondo alle prime grandi produzioni di ispirazione storica e letteraria (letteratura “alta”, come l’Inferno di Dante o La Gerusalemme liberata di Tasso) che si realizzavano negli studi di Torino e Milano, soprattutto. Uno per tutti, il celeberrimo “Cabiria”, considerato il primo grande Kolossal della storia del cinema, realizzato, appunto, a Torino e datato 1913, che vantava didascalie a firma di Gabriele D’Annunzio. In un tale contesto generale il cinema napoletano, pur correndo il rischio di un’eccessiva autoreferenzialità, metteva in campo le sue carte, senza troppi trucchi. Basandosi soprattutto sulle risorse offerte dalla sua cultura, dalla sua tradizione, e senza perdere mai i collegamenti con la sua quotidianità. E’ come se la città, attraverso il cinema, avesse messo in gioco sé stessa per come era, senza maschera, senza belletti, che non fossero quelli di cui la natura l’aveva dotata. Con tutte le sue contraddizioni stridenti e incomponibili. Certa, ancora una volta, che proprio in questo mostrarsi, anche impudico, a volte sfacciato, risiedesse la sua anima, il suo spirito più vero e più profondo.

 

La marcia in più che ha distinto la Notari e la Dora Film è stata, come detto, la costanza, la perseveranza, la convinzione con cui è stato messo in atto tutto questo lungo il corso della loro intera storia produttiva, durata circa un ventennio.

Una perseveranza che solo lo stringersi delle maglie della censura – che lavorava per

l’omologazione e la “normalizzazione” – hanno alla fine soffocato. Era il loro destino, forse la loro missione, l’essere così dentro al cuore della città. Tanto che, come abbiamo già accennato in altro numero di questa rubrica, quando, stremati, cercarono con dispendio e fatica di adeguarsi ai dettami della censura, fu il pubblico, Napoli stessa, a voltare loro le spalle. Ponendo, così, in questo cedimento così umano, in questo momento di comprensibile debolezza, un valore simbolico molto forte, che sanciva non solo la fine di una piccola ma gloriosa casa di produzione cinematografica, ma quella di un’intera epoca. Mentre Napoli, ancora una volta, era costretta a piegarsi e ad adattarsi alle ingerenze di un potere che veniva dall’esterno.

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