Al  Museo Madre

 Sislej Xhafa

 

 

Sislej Xhafa, Kaleen , 2004-2008, particolare

 

Al Museo Madre, a cura di Mario Codognato,  Sislej Xhafa  espone la sua mostra,  “Stil Untitled”, un’antologica che attesta una certa variabilità dell’artista, anche  per i continui cambiamenti delle opere in corso di allestimento -e sembra questo il significato del titolo- cominciando con una grande “Barka”  il cui scafo, composto di scarpe, dichiara subito le intenzioni dell’artista che cerca una intensa e costruttiva comunicazione con il pubblico.

La sua può infatti considerarsi un’arte sociale vicina al Situazionismo degli anni dal Cinquanta al Settanta: Xhafa riprende alcuni motivi delle problematiche oggi evidenti nel mondo e più che altrove nel Mediterraneo: la sua barca  rappresenta un’umanità in sofferenza, accatastata in  un breve spazio come le tante scarpe di uomini e di donne vogliono evocare (l’artista si riferisce agli sbarchi a Lampedusa).  Nel problema dei migranti è la condivisione dello spettatore che Xhafa cerca e certamente trova: per lui la sua arte è “un punto d’incontro per le diverse esperienze”.

 Egli, nativo del Kosovo, è vissuto in Italia ed oggi vive negli Stati Uniti, ma non saprebbe definire realmente le differenze del vivere; non si sente di dare giudizi neanche sulla sua terra di origine, avrebbe dovuto viverci  più a lungo. La sua osservazione artistica tende ad auspicare una maggiore comprensione verso il sud del Mondo, ma ritiene che l’Europa oggi tenda a chiudersi,  a difesa dalle problematiche degli altri popoli. 

Altra opera  in cui l’artista interroga la reatà che ritiene più forte dell’arte è “Again and Again” del 2000 raffigurante un folto gruppo di  anonimi musicisti con passamontagna; ma è in mostra anche  Molla”, del 2011, una natura morta nero su nero, di sapore quasi magrittiano, in cui è raffigurata una mela  appena percepibile.

E tra le altre “Cerimonial Crying Sistem PV”, una installazione: un  enorme cappuccio bianco simile a quello del Ku Klux Klan dai cui fori oculari escono lacrime, intendendo l’artsta  umanizzare un simbolo universale dell’intolleranza razziale. E ancora  un assemblaggio, un ironico “Sunshade” del 2011: ombrellone ed abiti appesi al chiodo, alludente  a  ferie a buon mercato”.

 Infine un gran tappeto tessuto in Afganistan,“Kaleen” un’enorme riproduzione dei privilegiati cento dollari americani, “…oltre gli orrori della guerra”.

 

Maria Carla Tartarone, Giugno 2011