Nella Galleria di Alfonso Artiaco in mostra  

Lawrence Weiner

 e

Glen Rubsamen

 

 

 

Lawrence Weiner, “Just before”, 2012

 

Lawwrence Weiner torna protagonista da Artiaco con “Just before”; lo era stato già nel febbraio 2009 con “The Bay of Naples”. A quel tempo lo scultore, che andava ispirandosi alla nostra città, nel passeggiare da un estremo all’altro del nostro golfo raffrontandola a New York, seppe rendersi conto del carattere mutante della città, da un rione all’altro, nell’espressività delle persone e nella conduzione delle  attività commerciali, cogliendo nella popolazione un carattere diverso da luogo a luogo, da quelli ameni e aperti a quelli intimi dei vicoli più chiusi, che anche molti nostri scrittori hanno colto ed evidenziato.

 Successivamente Weiner fu alla Fondazione Merz, (ottobre 2009-gennaio 2010) dove volle porre la sua operazione artistica accanto ad un grande “Igloo” in vetri, numeri e giornali,  di  Mario Merz, protagonista dell’arte povera, ritrovando in quell’artista un’espressività a lui vicina, considerando l’igloo una pietra miliare posta a “ricordare il conflitto tra il bizantino e il razionale”.

Oggi l’artista torna ad occupare le pareti della Galleria con le sue luminose installazioni site- specific. Weiner un concettuale intransigente intende, come  già disse nel 2009, “raggiungere un livello universale di comunicazione” attraverso le sue scritture-sculture che riflettono, e lasciano liberi gli spettatori di interpetrare e fare proprio il mondo dell’artista.  Sono le sue opere scritture-sculture, facilmente condivisibili, perché interpretanti le pietre miliari dell’umanità, per cui egli considera che “la scrittura nell’atto della realizzazione diventi materiale così semplice che può essere replicato dal fruitore ogni volta che vorrà”.

Weiner ci propone, sulle ampie pareti della Galleria, ancora una volta le sue ampie linee sottolineate da scritte e segni geometrici colorati che, divenendo sculture, risalgono questa volta alla letteratura classica, alle parole eterne di Ovidio come “Il tempo divoratore di tutte le cose…” tratte dalle Metamorfosi, che ci invitano alla riflessione sul linguaggio e sulla essenza della persona attraverso il suo linguaggio e ci stimolano a riflessioni sulle categorie dello spazio e del tempo ed infine, più profondamente, ad interpretare per interpretarci.

 

            Una novità invece la mostra di Glen Rubsamen, “Anabiosis”, nel Project-Space  della Galleria. L’artista californiano espone 20 fotografie, tra cui molte riprese in Campania, ed un Video che raccolgono la documentazione del dramma della morte delle palme.

Egli, profondamente colpito da ciò, riflette sulla fine di un periodo storico dell’arte, il neoclassicismo, nato in Europa con il colonialismo dell’Africa e dell’Asia e con l’importazione delle palme da quei paesi. Questi alberi hanno fatto  parte del nostro paesaggio per duecento anni ed hanno costituito un arredo urbano strettamente connesso con il paesaggio mediterraneo  cui l’artista allude in un’analisi storica interessante. La Francia, la Spagna, l’Italia ed anche paesi d’oltremare si sono ornati di queste piante che ora sembrano irrimediabilmente lasciarci come testimoniano le fotografie di Rubsamen che nei loro colori sgargianti talvolta lasciano trapelare, accanto al dramma, l’ironia beffeggiante di un’epoca anacronistica ed ingiusta.

 

 

Glen Rubsamen,”Anabiosis”, fotografia senza titolo, 2012

 

 La denuncia che l’autore attua, propone una riflessione anche sul piano del paesaggio che muta per effetto dell’inquinamento globale, così che, insieme alla fine di un periodo storico e dei suoi residu, si va concretizzando, per opera di un piccolo essere, il punteruolo rosso, la cancellazione di verdi visioni mediterrane e la riattualizzazione del paesaggio nordico.

 

Maria Carla Tartarone, marzo 2012

 

 

 

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