A Villa Pignatelli

La Fotografia del Giappone

 Capolavori tra il 1860 ed il 1910

 

 

Immagine di Villa Pignatelli, la Casa della Fotografia

 

A Villa Pignatelli un’interessante mostra fotografica proveniente dal Museo della Fotografia di Lugano ci propone una visione interessante dello sviluppo della fotografia in Giappone, delle tecniche raggiunte nello stesso periodo in cui  in Europa ed anche a Napoli si affrontavano le stesse problematiche  con diverso retaggio culturale, da personalità diverse.

I temi interessanti che penetrano questa mostra sono vari: il racconto di un mondo diverso, quasi fantastico, i rapporti del  mondo orientale col mondo occidentale, il colore applicato sulle fotografie in modo straordinariamente delicato mentre da noi prevaleva il gusto del contrasto bianco-nero, soprattutto nei paesaggi e nelle architetture, che rendeva incisiva l’immagine.

Le 158 immagini  ed alcuni Album portati da Francesco Paolo Campione direttore del Museo delle Culture di Lugano alla Casa della Fotografia di Napoli, Villa Pignatelli, sono quasi tutte ritoccate con delicati colori stesi con minuzia da miniaturista; se si considera che la intera collezione raccolta da Marco Fagioli e acquisita dalla Fondazione “Ada Ceshin Pilone” che l’ha concessa in comodato al Museo delle Culture di Lugano, si compone di 5186 fotografie  e di 91 Album, questa mostra di Villa Pignatelli rappresenta  uno stralcio storico assai rilevante  di una cultura raffinata ed evoluta.  

 

 

   

Interno di Villa Pignatelli: la scala al primo piano

 

Colpiscono, nel cercare un raffronto, le venti “carte da visita” di attori teatrali esposte in mostra, eseguite dallo Studio Yamamori di Tokio tra il 1880 e il 1890, piccole fotografie  che a Napoli furono introdotte da una fotografa francese, Madame Grillet e si diffusero presto dal suo studio ad altri studi provocando una crisi nei pittori miniaturisti molti dei quali dovettero adattarsi, anche affascinati, a colorare le fotografie della Grillet e a trasformarsi ben presto da ritrattisti in fotografi.

Ce ne dà un’interessante testimonianza il Marchese Antonino Maresca  di Serracapriola, appassionato fotografo di opere d’arte nei nostri Musei, nel suo “Pittori da me conosciuti” (ed. Giannini, 1936) in cui ricorda  Ubaldo ( autore, tra gli altri, di ritratti in miniatura del Re Umberto I e della Regina Margherita nel 1870) e Michele  Albanese padre e figlio, pittori miniaturisti noti che ripiegarono sulla fotografia, in special modo Michele,  riducendosi ad acquarellare le fotografie di successo, le “carte de visite” della Madame Grillet che ebbe studio a Santa Lucia tra il 1860 e il 1874. Ancora interessanti analogie con la fotografia occidentale così rapidamente recepita dal mondo giapponese, si trovano nelle organizzazioni degli Studi Fotografici, necessarie alla diffusione rapida delle tecniche.

A Napoli già nel 1871 un censimento effettuato dall’Ufficio di Statistica Napoletano individuava in Campania un’industria fotografica rilevante: 49 Stabilimenti Fotografici come può riscontrarsi in Alessandro Betocchi “Forze produttive della Provincia di Napoli” (De Angeli, II vol. Napoli 1874). E nel 1875 la “Guida Almanacco di Napoli e dintorni” elenca ben 57 nomi di fotografi in gran parte organizzati in studi fotografici.

Certamente i contatti e il progresso furono precoci se si considera che troviamo una grande produzione e impianti di  Ateliers e Studi fotografici come quello di Yamamori  poco meno di trent’anni dopo gli inizi dei primi esperimenti fotografici  di Niepce e Daguerre, da quando Daguerre illustrò, all’Accademia delle Scienze e all’Accademia delle Arti congiunte, il suo dagherrotipo (1839), mentre in Inghilterra Talbot sperimentava il primo negativo fotografico con fogli di carta sensibilizzata e sali d’argento e in seguito, nel 1850, Blanquart-Evrard ricoprì la carta con il metodo dell’albume, che venne preferito anche in Giappone, forse maggiormente dopo l’incontro con il fotografo Felice Beato (Corfù 1833-1907), che, trasferito in Giappone a Yokohama, nel 1863, produceva stampe all’albumina da lastre di vetro al collodio. Contemporaneamente Beato coglieva dai giapponesi la straordinaria loro tecnica della coloritura all’acquerello e  quella, di antica origine cinese, della xilografia. Con la Scuola di Yokoama già nel 1860 sono in mostra le prime fotografie colorate e poco più tardi, nel 1870 i grandi panorami come la “Veduta di Tokio dal colle di Atago” di Hikoma. Altro Studio di fama, ma furono molti, fu quello di Kusakabe Kimbei, di cui tra le altre è in mostra l’immagine di una “Ragazza che legge a letto” del 1880.

Di uguale rilevanza  sono gli album-souvenir con la coperta e la quarta in leccio e decorazioni in avorio, argento, oro e pigmenti, provenienti alcuni dal già citato studio di Kusakabe Kimbei.

Certamente la mostra così interessante può suscitare altre attinenze  e considerazioni di legami  e di stimoli tra oriente e occidente che potranno rimandare a conoscenze più approfondite.

 

 Maria Carla Tartarone, maggio 2012

 

 

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