Alla Galleria AICA

in mostra

Mario Schifano

 

Mario Schifano, Senza titolo, serie “Cosmesi”, 100x100, smalto e pastelli su tela, 1981

 

A Roma Mario Schifano è tra i primi ad accogliere le nuove istanze artistiche (nato nel 1934 a Homs in Libia, la famigli si trasferì a Roma, dove capitò nel 1944 in un centro di raccolta per sfollati). A partire dal 1954 gli interessi artistici e la voglia di fuggire da tanta precarietà gli fanno decidere di fare arte, in principio un’arte informale.  Nel 1959 la sua prima personale alla Galleria “Appia Antica”. Nel 1960 a Roma Tomaso Liverani apre la Galleria “La Salita” e mette in mostra cinque artisti (Franco Angeli, Tano Festa, Francesco Lo Savio, Mario Schifano e Giuseppe Uncini) che in un unico intento neodadaista demoliscono l’informale. Schifano, uscito dall’informale, suo primo stimolo artistico, acquisisce visioni monocromatiche materiche, gocciolanti, certamente sotto l’influsso degli azzurri di Klein, prendendo ad accogliervi, come fondali, gli stereotipi del movimento pop: lettere a caratteri cubitali, elementi pubblicitari, inserendoli nelle sue tele emulsionate, nella serie intitolata “Segnali”, in cui le campiture monocrome, rosse, gialle, azzurre, dalle quali fa colare liberamente il colore prevalgono rispetto ai nuovi elementi acquisiti, che costituiscono invece la base preminente delle recenti strutture artistiche americane. E’ l’anno in cui da New York, la PopArt attecchisce in primo luogo a Roma, dove, attorno alla “Galleria della Tartaruga” in breve sorgerà la Scuola di Piazza del Popolo, costituita da un folto gruppo di artisti ciascuno con una precisa personalità: Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, dove anche la scultura accoglie le nuove istanze rinnovandosi radicalmente con materiali nuovi e prelievi, un nuovo ready-made come vediamo in Jannis Kounellis che utilizza tronchi di legno, travi di ferro o neon e in Mario Ceroli che si affida al legno prelevando gli stessi stereotipi, lettere cubitali, animali o altro esprimendoli in profili ripetuti, per lui infatti la scultura è aggiungere. Vi emerge anche Pino Pascali (1935-68) che con ironia costituisce una sintesi efficace tra il nuovo ed i prelievi museali, riportati con una tecnica accurata e poetica.

 

 

 

 

Mario Schifano, “Albero della vita”, 90x120, smalto su tela, 1975 circa

Insieme a New York anche Parigi si esprime con l’Arte Pop che si propaga soprattutto quando Robert Rauschenberg (già a Roma nel ’53) vince alla Biennale di Venezia il Leone d’oro nel 1964. Tuttavia bisogna dire che in Europa non mancano elementi di resistenza al fenomeno pop se a Parigi già si espande il Nouveau Realisme, (vedi Klein, César, Arman, Tinguely, di matrice neodadaista).

Nel 1962 Schifano è a New York, per lui capitale dell’arte, città dove è il denaro a prevalere e dove vede la mostra organizzata da Sidney Janis, dal titolo “New Realist Show” in cui trova artisti come Rauschenberg, Oldenburg, Jasper Johns e incontra Jim Dine e Handy Warhol. Per circa otto anni frequenterà periodicamente quella città e ne trarrà immagini fotografiche (in Galleria vediamo un triplice ritratto pittorico femminile, forse Nancy Ruspoli che egli aveva amata e aveva condotta con sé a New York ritraendola sugli sfondi della città). Numerosi sono anche i filmati che riprendono la vulcanica città.

Tornato in Italia, acquisiti nuovi interessi, ricordando con delusione quell’America dei consumi, che gli appare ormai addirittura “anemica”, per rappresentare quella deludente utopia tecnologica pensa di realizzare con Carlo Ponti un film che poi non si attuerà. Anche in Italia conserva, preso da una produzione vulcanica, una vita agitata e soddisfatta che si riflette anche nel suo segno pittorico, mosso, inconcluso spesso, alludente alle immagini senza definirle.

 

 

 

Mario Schifano “A volo d’uccello”, 70x100, tecnica mista su carta, 1963

 

Mario Schifano è una personalità costruita anche sulle avanguardie del Novecento: il movimentato futurismo è tra i suoi primi spunti, è affascinato poi da Piet Mondrian e nella sua evoluzione verso l’astrattismo dipinge l’ ”Albero della Vita” con un tratto pittorico sommario. Prosegue negli anni a trasferire sulla tela la realtà in cui è immerso, i paesaggi urbani (il ciclo “Architettura”), ma anche la natura i fiori, (“Orti Botanici”), gli animali (ricordiamo la mostra “Reperti”) con tagli fotografici suggeriti anche dagli schermi televisivi che teneva sempre accesi nel suo studio. Talvolta il suo tratto diventa soltanto un richiamo, un residuo di immagine. Le esposizioni si susseguono: negli anni ottanta lo troviamo presente alla Biennale di Venezia dell’82 e dell’84. Nel 1990 espone nel Palazzo delle esposizioni di Roma “Divulgare”. I suoi supporti sono costituiti soprattutto da carta spesso riciclata o cartoni pubblicitari da cui vengono strappati stralci dell’immagine primitiva costituendo collage. (inserire) Le opere esposte nella Galleria AICA conservano, esempi di tutta la pittura di Schifano e la visibilità delle sue colte origini artistiche, recando prove di colore o scritte allusive al soggetto. Il suo lavoro prosegue intenso lungo tutti gli anni Novanta, anni di ricordi, di angoscia e di euforia. Espone in quegli anni a San Paolo del Brasile 1996 e nel 1997 a Buenos Aires e poi all’Avana. In questo stesso anno prepara vetrate policrome per la cripta della Basilica di Santa Croce ed ottiene il premio San Giorgio di Donatello. Nel 1998, ancor giovane, si conclude la sua vita turbinosa, appagata ed angosciata insieme dal suo carattere e dai cedimenti alla droga che lo fanno accomunare ai pittori maledetti.

 

Maria Carla Tartarone, marzo 2013

 

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