Decumani,  Cardini e

 Presepe di Santa Chiara

 

 

 

 

La Basilica di Santa Chiara

 

 Le strade che portano a San Gregorio Armeno sono una passeggiata rituale che sentiamo di dover fare. Se poi ci soffermiamo presso i negozi o le bancarelle ad acquistare pastori o qualche nuovo elemento per il nostro Presepe e ascoltiamo i consigli dell’artigiano che ci propone le sue operine, siamo proprio nell’atmosfera intima del Natale.  Nella zona  dei Cardini e dei Decumani vi sono varie mete da raggiungere, tra queste il Complesso di Santa Chiara –la Cittadella  che comprende la Chiesa, la Torre Campanaria, il Chiostro delle Clarisse, il Museo dell’Opera  e il Sito Archeologico- ospita in mostra permanente un bellissimo Presepe settecentesco sito nel Chiostro: Ognuno degli elementi della Cittadella possiede una storia straordinaria, che li unisce strettamente, chiusi come sono dal muro di cinta antichissimo in cui l’ingresso principale è un arco gotico sovrastato da una gronda di piperno in forma di celata. I lavori della Chiesa sorta nel primo quarto del Trecento, subito fuori le mura dell’antica città, furono messi in opera per volontà di Roberto d’Angiò e della Regina Sancia di Majorca e proseguirono nei secoli. Il Campanile testimonia, lungo il basamento trecentesco, in lettere gotiche, la consacrazione della Chiesa nella triste circostanza della morte nel 1328 del duca di Calabria Carlo, erede al trono.

Nei secoli successivi la torre campanaria che si innalzò nei tre ordini classici, divenne anche improvvisata fortezza nei moti di Masaniello, quando vi si serrarono gli Spagnoli che la tennero dall’ottobre del 1647 al marzo del 1648. Ed anche più avanti, nel 1710  “quando alcuni gentiluomini, che si erano levati per Austria contro Spagna…  vi si asserragliarono battuti dai cannoni che i fedeli di Spagna avevano collocati al Gesù”: è quanto ci racconta Benedetto Croce. L’ingresso della Chiesa, una Basilica, si apre di fronte al portale centrale delle mura: un pronao ad arcate gotiche effigiato dallo stemma della regina Sancia. Il tetto spiovente, sostenuto da capriate lignee e ricoperto di piombo, una novità a quel tempo, dopo la distruzione bellica è stato ricostruito in cemento armato e capriate in ferro. La facciata è decorata al centro da un ampio rosone formato da sei cerhi, chiusi da una ghirlanda di mezzi cerchi tangenti ai primi, rifiniti nelle congiunture da boccioli tipici della decorazione gotica. Sovrasta un altro rosone trilobato più piccolo. Il primo progettista e costruttore fu Gagliardo Primario.

Ma lo stupore e la storia ci prendono negli interni: Cancellati gli affreschi trecenteschi- lievi tracce ne restano nei pressi dell’altare e nel Coro delle monache- di Giotto e della sua scuola, nel Cinquecento, per decorazioni pittoriche e scultoree più moderne, nel Seicento e nel Settecento la chiesa si ornò dello stile barocco e poi rococò, quando nel 1742 si rinnovò in modo sontuoso, voluto dalla Badessa Carmignano, per opera di Andrea Vaccaro che progettò anche il Chiostro maiolicato.

Lo scultore e architetto Ferdinando Sanfelice, invece, raccolse l’antico altare trecentesco in un altro ricco di tarsìe, di commessi e di volute marmoree, acceso di fastosi candelabri dorati ( di cui due si conservano nel Museo) includendovi l’imponente mausoleo gotico di Roberto d’Angiò, che si innalzava in più piani sulle colonne attorniate da angeli alla base e terminanti in acuti pinnacoli verso il tetto: in primo piano il sepolcro a baldacchino del re disteso, vestito del saio francescano, più su il re seduto sul faldistorio e ancora più in alto  in devoto atteggiamento di preghiera ai piedi della Madonna in trono.  Le tombe ai lati dell’altare sono opere trecentesche attribuite a Tino di Camaino, ai fratelli Giovanni e Pacio Bertini e al Maestro Durazzesco, mentre quelle in fondo alla chiesa, più tarde, addossate alla controfacciata, sono attribuite alla scuola del Baboccio o ad Antonio Baboccio stesso. Il bellissimo bassorilievo con storie di Santa Caterina, che decorava in alto la controfacciata, opera di Tino di Camaino, è conservato nel Museo dell’Opera, (come anche i resti della tomba di re Roberto e di altri sepolcri), nei resti pur molto significativi, con a fronte fotografie dei Fratelli Alinari del monumento integro. Il nuovo pavimento fu poi opera di Ferdinando Fuga, quando vi inserì, nella seconda metà del Settecento, lo stemma dei Borbone.

Le cappelle di destra e di sinistra hanno parte assai rilevante nella storia della Chiesa che ha accolto, dopo gli ultimi restauri, anche i nomi dei caduti napoletani delle due guerre del Novecento, nelle prime cappelle all’ingresso. Tutte di considerevole rilievo per i nomi delle famiglie napoletane e per le opere di scultura e pittura, le cappelle conservano gli abbellimenti acquisiti nel corso dei secoli per opera dei padronati che si susseguivano in una stessa cappella per la estinsione di una famiglia. E’ da ricordare la nona cappella a destra, rimasta intatta nel bombardamento del 4 agosto del 1943, come poche altre, che accolse la tomba (ideata da Ferdinando Fuga, putti scolpiti da Giuseppe Sammartino, epigrafe dettata dal ministro Bernardo Tanucci) di Filippo, il figlio primogenito di Ferdinando IV, morto giovanissimo, ove pure in seguito furono deposti tutti i membri della famiglia reale dei Borbone di Napoli.

 Dal Presbiterio si va al Coro, ricco di pregevoli opere, e  attraverso uno scalone affrescato si scende al Chiostro, che  per il visitatore è raggiungibile da una entrata laterale, ove in una sala è accolto il Presepe Settecentesco.  Il culto del Presepe in quegli anni assurse a particolare simbolo di devozione per la scrupolosa religiosità prima di Carlo e poi di Ferdinando IV che chiamarono, a progettare il paesaggio e a realizzare i pastori, artisti come Giuseppe Sammartino  che aveva scolpito opere di rilievo quali il “Cristo Velato”.  Nel paesaggio si trovano elementi  derivanti dallo studio dei templi in rovin delle colonne e di decori classici in seguito agli scavi in corso ad Ercolano e Pompei ed alla conseguente istituzione dell’Accademia Ercolanese in cui fervevano gli studi. Qui ad accogliere la scena della Natività non è più una capanna ma un accenno di trabeazione sostenuta da qualche colonna dorica, un’allusione al tempio pagano sotto i cui resti il divino baambino, immenso nella sua umiltà, accetta di ripararsi. Gli angeli raccolti in alto, acuiscono la loro aura celestiale nella composizione di porcellana dei volti pallidi e sorridenti e nelle stoffe preziose delle vesti dai colori delicati. Le figure sono realizzate attorno ad un’anima di ferro e stoppa, com’era in uso nei presepi più modesti, braccia e gambe in legno, solo la testa in terracotta e raramente in porcellana. Il realismo dei mestieri e delle espressioni popolaresche sembra provenire dalla cultura delle “bambocciate” secentesche, piccoli quadri naturalistici, che raffiguravano gruppi di persone caratteristiche, che ebbero successo in Italia in tutto il Settecento.

Il Chiostro è un ambiente irripetibile in cui le riggiole napoletane dei Fratelli Giuseppe e Donato Massa fanno a gara con la fantasia e l’arte di Andrea Vaccaro. Anche il Chiostro ha una storia di sovrapposizioni secolari: costruito nel Trecento per le Signore Monache protette da Sancia di Majorca, nel Quattrocento fu certamente affrescato con Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, lo mostrano le cornici che delimitano i riquadri, affioranti qua e là; lasciate in vista dopo gli ultimi restauri: E’ probabile, per l’impianto tradizionale delle composizioni figurative, che le immagini sei-settecentesche dei riquadri, abbiano modificato (come si coglie negli ammodernamenti degli abiti) talvolta solo di poco le pitture più antiche rovinate.

 Le maioliche sono il capolavoro della tecnica e dell’arte napoletana in questo settore artistico. Andrea Vaccaro trovò nei riggiolari Massa gli artigiani-artisti che seppero tradurre la sua idea: riportare all’interno della clausura il mondo esterno idealizzandolo. Bisognava riprodurre per le monache recluse un mondo arcadico illusorio del mondo reale nei giardini, nei colori dei verdi, degli azzurri  e dei gialli dei tralci dipinti che si arrampicano lungo i pilastri, ma soprattutto nelle scene di vita di luoghi lontani: danze, giochi, strumenti musicali e ornamenti della gioventù  del tempo; realizzazioni delle tecniche contemporanee (come nella rappresentazione allegorica del “Carro dell’acqua” in cui si allude alla recente invenzione del Principe di Sansevero di una barca ad elica); infine il paesaggio con le antiche torri normanne sparse nelle amene campagne flegree e con qualche rudere diruto di antichi templi. La varietà dei soggetti pittorici viene combinata con la disposizione architettonica, lungo i viali, delle panchine, delle colonne e delle fontane per cui vennero utilizzati a sorreggerle, piccoli leoni gotici, resti di antiche tombe, e qualche idea proveniente dagli scavi ercolanesi nell’utilizzo di conchiglie nelle decorazioni, nonché una grande profusione di verzura a formare chioschi ombrosi. Il Museo dell’Opera che spiega e completa la storia della Chiesa e l’Area Archeologica che mostra un complesso termale, con piscina e laconicum (sauna) appartenenti ad una villa del IV-III secolo, sorta al di fuori delle mura cittadine, sono altresì da visitare.

 

Maria Carla Tartarone, 21 dicembre 2011

  

 

 

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