Lia Rumma

Mette in mostra a Napoli

le performances VB66 e VB67 di

Vanessa Beecroft

 

 

La locandina della mostra di Vanessa Beecroft da Lia Rumma

 

Lia Rumma rinnova nelle sue Gallerie l’interesse del pubblico per Vanessa Beecroft con la doppia personale, a Napoli VB66 e VB67 e a Milano VB70 e VBMARMI; di questo ultimo gruppo alcune sculture saranno presentate alla Biennale di Venezia tra giugno e novembre.

L’artista, nata a Genova nel 1969, giunge a questi esiti dopo un’iniziale ricerca nell’ambito del disegno, autoritratti colti in stile medievale e poi rinascimentale, ripercorrendo anche alcuni dei più significativi artisti del Novecento da lei amati, volti all’ arte classica. Studiosa di anatomia ha sempre voluto riprodurre il corpo umano in sculture; “non riuscendoci”, come dice, ha utilizzato modelle ed ecco che la contemporaneità dei mezzi fotografici e cinematografici le ha consentito di esprimere nella realizzazione di performances e di Videoproiezioni, sempre tuttavia riecheggianti il suo sentire classico, il dramma che ha urgenza di rappresentare. Il corpo femminile è l’oggetto della sua indagine e delle sue creazioni. Il percorso inizia nel 1993 col suo primo lavoro VB01 in cui già utilizza teorie di donne nude in composizioni rigorose a esprimere i grandi temi della società attuale sempre in riferimento all’arte occidentale.

 Seguono le mostre degli anni successivi ma non si può parlare solo di evoluzione, di perfezionamento nell’uso dei corpi come sculture, si tratta anche di adeguamento dell’ispirazione allo spirito dei luoghi o alle circostanze. Ad esempio a Venezia, nel 2007 presso la pescheria di Rialto nell’ambito della Biennale, è la performance VB61, in cui la Beecroft raccoglie donne dalla pelle scura, che riverse sul pavimento, vengono da lei dipinte con sgocciolature rosse: è un’action painting ripresa da Polloch. E a Palermo, nel luglio 2008 a Santa Maria dello Spasmo, in VB62 dove la scultura barocca la coinvolge e prende a colorare le donne, come fossero statue, con gesso bianco. Riesce in tal modo a dare verità di scultura a quei corpi esprimenti il suo bisogno di comunicare nell’arte la nuova realtà femminile, ispirata nella composizione, alla maniera barocca dello scultore Giacomo Serpotta (1656-1732).

E nel 2009 a Milano, al PAC raffigura uno dei dramma dell’emigrazione, VB65, facendo sedere ad una tavola trasparente imbandita, ma senza posate e senza piatti, una ventina di uomini africani vestiti alla meno peggio in giacca e cravatta, che al cospetto del pubblico devono consumare quei pasti. Ancora dunque il dramma dell’umiliazione.

Seguono gli esperimenti di Carrara agli Studi Nicoli (nell’ambito della XIV Biennale Internazionale di Scultura, giugno-ottobre 2010), in cui i luoghi ricchi di residui scultorei le ispirano coinvolgimenti di marmi, tronchi e basi di colonne e frammenti di pietre colorate (sodalite, lapislazzuli blu, rosa, neri, onice verde, rosso) più evidenti nella mescolanza al candore dei corpi vivi dipinti di gesso della VB67. E’ qui che l’artista dice che “l’accostamento tra la vita e il calore delle modelle e il freddo e l’immobilità dell pietra” l’ha stimolata a proseguire e a lasciarsi prendere dalla ”malinconia e il fascino della scultura”.

L’artista, ha già riscosso a Napoli un gran successo quando nell’ex Mercato Ittico di Luigi Cosenza ha affascinato i presenti con la sua mostra VB66 nel Febbraio 2010. Il grande spazio razionalista arredato dai banchi lineari in ferro e marmo, da un nudo crocifisso ligneo e dai lumi pendenti dall’alto soffitto ad arco rivestito di chiancole, si riempì in quella occasione di 43 modelle interamente dipinte di nero, nude, statue dagli occhi vivi mobili, senza sorriso. Interposti erano 21 calchi di gesso a grandezza naturale e circa 60 resti di statue, residui architettonici, ruderi di una antichità classica vicina come vicino è il cinereo Vesuvio ispiratore che domina il paesaggio.

Nella Galleria napoletana di Lia Rumma sono anche in mostra le gigantescche fotografie in bianco e nero che riprendono le due ultime mostre, le sculture bronzee, in gesso, i frammenti e le videoproiezioni che da più punti di vista riproducono i corpi immobili di quelle performances e i volti disciplinati, vivi negli occhi delle giovani protagoniste. Dunque Vanessa Beecroft produce opere di scultura vive, temporanee che incidono sullo spettatore ma che possono essere riproposte e rivisitate attraverso i mezzi che hanno concorso alla loro creazione.

 

Maria Carla Tartarone,  giugno 2011