Del “Caffè amaro” di Mario Pagano

 

 

Napoli nel sogno di Joli

           

Intendo qui ripnsare una mia vecchia recensione del 2007 ad un lavoro del direttore Mario Pagano per ricordarne la verve, ma soprattutto per spingerlo a scrivere  di nuovo, mancando la sua presenza al giornale.

 A Napoli annoveriamo bar, caffè, pasticcerie al chiuso, all’aperto, al sole. La nostra caffettiera, la napoletana, la troviamo finanche nei musei americani nelle creazioni dell’artista Riccardo Dalisi. Prendiamo il caffè sempre: per incontrarci, discutere, informarci, proporre, illustrare idee e progetti, porre domande, conoscere risposte e spesso la delusione rende amaro il caffè e l’incontro.

             Ma Mario Pagano sorbisce il “caffè amaro” con serena ironia, prendendosi gioco dei nostri difetti, per lo più veraci, napoletani; il che naturalmente a leggersi è piacevole, divertente ed istruttivo. L’Autore ha raccolto i suoi “corsivi” usciti prima sulla rivista on line “Leggero leggero” e poi su “Napoliontheroad”, dal 2003 al 2006, nel volume “Il caffè amaro”, edito in aprile 2007 da Kairos e presentato da Pier Antonio Toma, che qui intendo riproporre. Naturalmente il lettore nello scorrere le pagine, ogni pagina un caffè amaro, sorride, conviene con l’autore e riflette sui propri errori, forse. Scorrendo con ordine, “sorbendo” in compagnia di Pagano in retrospettiva i suoi “corsivi”, cerchiamo di trovare risposte ad alcune domande che talvolta scaturiscono spontanee: in “Munnezza” non c’è risposta, il problema è andato crescendo fino ad un apice estremo e solo adesso va discendendo.  In “Misteri” l’autore ci pone domande cui forse potremo rispondere. Leggiamo. 

            Mi ha entusiasmato la vivace immagine  del “Mercatino”: oggi con la crisi si moltiplicano e frequentando quella di Antignano ho spesso pensato che uno scrittore di lingua napoletana  potrebbe trarne un sceneggiatura, senza cambiare una virgola ai dialoghi. E poi, in “Azzardi”, del 2004, ricordando gli inviti di una vecchia canzone di Bennato ai ragazzi, a non studiare, a non leggere ma a viaggiare, considera il Nostro che quanto più i consigli sono azzardati tanto più hanno successo entusiastico. E possiamo constatarlo. Rimanendo tra i giovani, Pagano, in “Rampe di Giancarlo” , si rammarica che quel luogo intitolato a Siani sia imbrattato di graffiti. Io non credo che al giovane giornalista sarebbe dispiaciuto trovarsi tra i writers in azione, piuttosto proporrei di dare spazi adeguati a questi giovani graffitari, promuovendo mostre fotografiche ed aiutandoli a crescere come artisti. Del resto “largo Barracche “ è oggi un ottimo punto di incontro per le sperimentazioni, grazie anche  a Ciof e Kap che sanno ricordare i loro maestri: raro encomiabile recente ricordo  per Renato Barisani che oggi viene fortunatamente presentato dal figlio per la Biennale 54, al CAM di Casoria, con opere scelte recentemente dal maestro.

            Ritornando al nostro volume,  per quanto poi riguarda lo scritto “Gennaro e Ambrogio”, del 2005, in cui l’autore auspicava ironicamente una soluzione nel dialogo tra Comune e Regione  che oggi sembra  fortunatamente ripreso. E voglio ancora citare “I Gradoni” del 2005, sinonimo delle nostre incongruenti titubanze: il rigore storico o il progresso?  Per quanto riguarda il nostro Territorio sembriamo essere ancora  “a pane di grano”. Ma è un  altro discorso. Seguono poi del 2006 “Fuitevenne” e “Spazio  pubblico abbandonato”: tutte pagine ironiche, divertenti, sferzanti, in cui si coglie il gusto e l’amore dichiarato per la lingua napoletana. Dobbiamo convenire: per divertirci bisogna leggere o meglio “sorbire” il “Caffè amaro” di Mario Pagano.

 

 Maria Carla Tartarone, 28 ottobre 2011

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