I Luoghi di Napoli nella Letteratura

“Gli alunni del Sole"

di

Giuseppe Marotta

 

 

In copertina foto Magnum/Contrasto, ed. BUR 2004

 

 La critica non si è occupata molto di Giuseppe Marotta negli ultimi anni, ma è tempo che in una rivisitazione degli scrittori napoletani, si riprendano in mano i nostri piccoli e grandi maestri e si goda dei loro scritti.   Già Montanelli in una sua “Stanza” intitolata ai sulfurei umori di Giuseppe Marotta sul Corriere della Sera del 2000, a chi gli scriveva di occuparsi di quello “spettacolare scrittore” che rischiava di essere dimenticato, rispondeva: “Chi vuole che rispolveri Marotta, fra i più allergici a simili sfruttamenti? Questo è un paese che non fa tesoro di nulla, perché di nulla ha il culto, nemmeno di se stesso”. Ed Emma Giammattei nel suo “Il romanzo di Napoli”, edito per i tipi di Guida nel 2003 già scriveva “Bisogna aprire il fascicolo Marotta se non si vuole che egli divenga … una sorta di matrice sconosciuta, adoperata e ignorata, della nostra recente letteratura”.

Marotta come giornalista ha scritto molto, ma anche come poeta e come scrittore di romanzi nonché come critico cinematografico. La sua scrittura si giova di una facilità venutagli dal suo mestiere di giornalista ed egli disse una volta: “La mia salvezza fu l’elzeviro”, una sorta di breve racconto divagante. Gli si attribuiva un sottile umorismo all’inglese basato sull’ ironico distacco dai suoi personaggi e dalle situazioni.

Il libro che gli dette grande successo fu “L’Oro di Napoli”, assieme al notissimo film, “il cui titolo allude al dono, della città e dei suoi abitanti di una superiore, intelligente, inesauribile pazienza”. Negli elzeviri e nei racconti egli mescolava paesaggi, eventi, caratteri della città, dialoghi in una lingua napoletana che non è dialetto, ma è ricca di frasi fatte, di vocaboli, di interiezioni riconoscibili agli abitanti di questa città che ne sorridono e ne fanno uso. E’ solita in lui “una sintesi di umorismo e malinconia …in uno stile che utilizza l’analogia, il traslato e la metafora nel probabile intento di rendere in italiano la ricchezza semantica e inventiva della lingua napoletana”. (da Treccani.it, “l’Enciclopedia Italiana, Dizionario Biografico degli Italiani”).

Autorevole critico di Marotta fu anche Emilio Cecchi che gli riconosceva “leggerezza ed eleganza suprema” nonché lo definiva “scrittore brillante, quasi direi mirabolante” ed aggiungeva “della pratica dialettale la sua prosa non tanto profitta e si arricchisce di vocaboli, quanto di vivacissimi scatti e movimenti sintattici” e ne lodava  il vivificante pulviscolo lirico”. Infine de “Gli alunni del Sole” Cecchi ricordava il breve brano, esempio fra tutti di perfetta scrittura, che descrive la nascita di Venere dal Mare.  (da “La Letteratura Italiana”, 2001-2005, vol. 18, Corriere della Sera, pp.400-402).

Leggeremo dunque con divertita partecipazione “Gli alunni del Sole” che  racconta gli incontri di un gruppo di amici e le loro conversazioni sulla Mitologia. Lo sfondo è costituito da alcuni luoghi della città che strettamente interagiscono col racconto e che mi occorre trascrivere per stimolare la curiosità e  l’ interesse certo alla lettura.

Il racconto inizia così: “Tutta la mitologia che so la appresi a suo tempo da don Federico Sòrice, nel rione Stella e altrove, sui muretti o sotto gli alberi o presso qualche fontanella del Serino o su qualche grosso carretto che aspettava con le stanghe in aria un’ imprecisabile utilizzazione: era un’ora qualunque di una giornata serena… stemmo una prima volta intorno a lui presso un cancelletto di via Cagnazzi, si vedevano certe botti e certe galline in un orto, una camicia stesa ad asciugare ci salutava sbracciandosi da un manico di scopa messo di traverso sulla ringhiera di un balconcino…”

Gli altri amici del narratore erano Il barbiere Antonio Pagliarulo strabico, don Catello Debbiase ciabattino, Salvatore Cadamartori, fruttivendolo guappo e becco, don Rosario Népeta gobbo, Vincenzino Aurispa scattante fattorino telegrafico. E di seguito trascrivo la descrizione dei luoghi che mi ha affscinato  legata com’è strettamente al racconto dei fatti esilaranti.

 Pag 13. “Ci riunimmo al Tondo di Capodimonte, un piccolo eccelso teatro di sedili di pietra sui quali nessuno si siede. E’ anche un palazzetto di foglie: Il vento,  estenuato per i mille scalini che ha dovuto salire, non ha più fiato e più ali di un passero;…. Il tempo si affaccia ogni tanto da qualche tronco, o pensiero, o lontano scampanellìo del tram, per domandare: ”E io?”

Pag. 19. “Una bella mattina come un’altra (a Napoli, chi le conta?) ci pigliammo per sedile, quieti quieti, la ringhiera che circonda il monumento a Dante in piazza Dante, e, senza perdere di vista le ventiquattro statue sulla cimasa del medesimo liceo Vittorio Veneto in cui don Federico Sòrice aveva fatto il bidello trent’anni, riaffrontammo l’insoluta questione del sommo Giove.”

Oggi la visione della piazza è interrotta dalle vetrate della Stazione della Metropolitana ingombranti la visione dell’emiciclo che ha perso il nitore della sua linea  barocca.

Pag 31 “Quando mai Napoli ebbe lastrico e muri in pace? Noi trovammo a piazza San Ferdinando una collinetta di selciato divelto e ci sedemmo come Dio comanda; non avremmo avuto tanto spicco e tanta simmetria in un palco dell’attiguo Teatro San Carlo o sul massimo divano dell’opposto Caffè Gambrinus; ognuno si tirò sulle ginocchia la sua striscia di sole come un “plaid” e l’ex bidello don Federico Sòrice cominciò a incantarsi e a sbadigliare (un vezzo) per tenerci in sospeso…segue  

  a pag.32 …“sennonché ci voleva altro per addolorare la fulgida piazza San Ferdinando, l’allegro cuore della città, le tende e i marmi delle botteghe di lusso, la folla di Chiaia che rompeva con effetti di estuario la folla di Toledo, le “carrozzelle” che passavano leggere e perfino con un rumore indistinto nel totale fracasso, muovendosi mi ricordo su quattro corolle, su quattro rose di maggio invece che sulle comuni stizzite ruote alle quali il suolo napoletano confida imprudentemente (ancor più oggi) ogni sua ruga ed ogni suo pensiero”.

Pag. 36. Non troverete che a Napoli una strada bastarda, zoppa, mezza si e mezza no come quella di Santa Lucia. Pare un sarcastico volto messo insieme con la guancia destra di una vecchia mendicante e con la guancia sinistra di un’agghindata sposina: è tutta edifici nuovi dalla parte che nei tempi borbonici lambiva il mare, ed è tutta miserabili case antiche sull’altro lato che da secoli beve le gialle incessanti lacrime di Pizzofalcone. (ma quanta storia scende dal Monte Echia, aggiungo io!) Là un fulgido bar e qui una lercia taverna;… Ebbene il peggio di Santa Lucia ci apparteneva come il nostro ombelico: vi indugiavamo di prima sera, con un tavolino di osteriuccia avvitato fra ginocchia e gomiti”…

Pag. 43. “Piazza Carlo III, te le ricordi le nostre figure gualcite che spuntavano dal corso Garibaldi o dall’Arenaccia, da San Giovanniello o da via Foria?...piazza Carlo III te li ricordi i lunghi pomeriggi che trascorremmo sotto la montagna dell’Albergo dei Poveri?… Ti scegliemmo spesso perché immensa com’eri deridevi l’orologio dell’Ospizio e non sembravi più abitata dal cielo sul nostro capo; i reggimenti che tornavano dal vicino Campo di Marte, anzi, ti rendevano maggiormente solitaria: Il gigantesco edificio traboccante di sventurati, all’ombra del quale ce ne stavamo, io lo considero un errore del buon re Carlo di Borbone”.

Pag.49. Luglio: ma viene immancabilmente un’ora, la sera, in cui Napoli smette di bruciare. S’annerisce e sospira, come un bengala consumato; poi dal Vomero o da Capodimonte, dall’Arenella o dai Ponti Rossi comincia a fioccare una lanugine di brezza misericordiosa… visita persino i “bassi”... discese anche nel naufragatissimo domicilio del carbonaio Tescione alla Sanità (quei vicoli immersi, colati a picco della Sanità) e toccandoci impercettibilmente ci rianimò.

 Pag. 56. ”Da via Cesario Console Napoli piglia la rincorsa e in via Nazario Sauro si getta nel mare. Che diavolo faccia qui la statua di Umberto I sgozzato da un ermetico pastrano col quale tanto le intemperie quanto gli obici del 1880 indubbiamente evitarono l’ineguale scontro, non s’è mai saputo. Per nove decimi dell’anno il cielo sogna e il golfo giace… : Maestà esci come Lazzaro dalla tomba del tuo cappotto e vieni con me e con i miei amici nel sottostante anello di scogli…”

Pag.68. “La piazza del Mercato a Napoli trabocca di vivi e di morti. C’è il famoso Corradino di Svevia, decapitato il 29 ottobre del 1268: l’ultima luce che i suoi occhi videro, tenera e impassibile, quante volte ha ripetuto l’inganno? Ci sono i roghi del 1346, sui quali bruciarono vivi, tossendo impeccabilmente dietro la mano guantata, il Gran Siniscalco del Regno e il conte di Terlizzi. Ci sono le innumerevoli vittime della forca e del ceppo situati stabilmente qui, da Landolfo e Giacomo della Polla (1348) fino ai liberali del 1799... E infine ci siamo noi, gli allegri discepoli dell’ex-bidello Sòrice che ingombravamo il basamento dell’obelisco di sinistra”

Pag. 80.  “Ventiquattro dicembre. Da quante ore ci intiepidiva le ossa, come una coperta di lana, la baraonda natalizia di via Vergini, di via Crocelle, di Porta San Gennaro? …Ci sedemmo infine in un caffeuccio di via Cirillo, odoroso di “pasta reale”…

Pag. 107. “Aprile, ti ricordi? Stavi con noi su quel muretto di giardino a Santa Maria degli Angioli alle Croci, seduto come noi all’orientale, un ginocchio o una caviglia in mano, fra i cocci di bottiglia inoffensivi…Ti ricordi, Aprile?...Dal vicino Orto Botanico ci raggiungevano anche odori più veloci, l’assiduo respiro dei grandi alberi, l’affanno di una terra solerte e vigorosa: maschi aromi che parevano colpi di sferza alla tenua brezza meridiana e che ci riscossero…”

Pag. 114. “A chi edificò, vedete, il corso Vittorio Emanuele, io per esempio gli avrei senza fallo consigliato di mettere una  fontanella pubblica sotto il muraglione che stiamo adoperando come lettino: così non sarei obbligato a scendere e camminare, per dissetarmi, fino al marciapiede opposto”…

Pag. 121. “Andarsene da  Antignano a Montedonzello per la via omonima; oppure, costeggiando la Masseria della Concezione, raggiungere San Giacomo dei Capri; o, meglio ancora, e sempre da Antignano, dirigersi lentissimamente, passando per l’Architiello e per le Case Puntellate, verso i Camaldoli: o anche,… spingersi per la via Nuova Camaldoli prima, e per la strada degli Sgambati poi, fino alla cappella dei Cangiani; spicciamoci, è giugno, è lunedì…” (noi potremmo quasi certamente ricostruire il percorso oggi, ma non con le medesime soddisfazioni del gruppo di amici, forse).

Pag. 127. “Là è il verde cupo, una febbre,  una passione, un dolore verde, di Capodimonte. Qui è Sant’Elmo, diafano, aereo: un castello, non nego, ma dipinto su un aquilone: Ecco la Pigna, il Casalotto, via Tasso e giù giù, I Campi Flegrei, Pozzuoli, Bagnoli, Nisida, il mare. Occhi miei fuggite, saziatevi. Don Rosario Nèpeta esclama, sembra matto: -Oggi succede di tutto! Gesù… O io sono diritto, o il mondo è gobbo!-“

 Pag. 129. “E luglio, è il tempo della canzonetta- voga lontano barca d’amore- portami in mezzo al mare- in mezzo al mare perdetti il cuore- fammelo ritrovar!-: e non ce ne andiamo forse in un docile canotto a Posillipo?”

Pag. 132.  “Su, rassettiamoci, voghiamo: ai remi la torva “guapparia” del fruttivendolo Cadamartori e la strenua giovinezza di Vincenzo Aurispa; il timone è mio. Che volo! Puntiamo sul Capo, radendo sabbia e tufo. Gli incontri, gli amori, gli alterchi dell’azzurro e del verde ci attirano, quasi ne udiamo il tramestio, le voci. Ecco lo Scoglio di Frisio, ed ecco San Pietro a due Frati; ecco Villa d’Abro, Villa Gallotti, Villa Manzi, Villa Rosebery, Marechiaro, il Palazzo degli Spiriti, la Grotta dei Tuoni alla Gaiola; giriamo la punta e qui ci sovrastano i ruderi della Scuola di Virgilio; da Trentaremi ci affacciamo sul Golfo di Pozzuoli, dove fra non molto il sole ci abbandonerà per correre a spegnersi nel Fusaro o in un antro di Cuma, ne sapete niente voi ?”

Qui lo scrittore raggiunge l’apice, la sua capacità di commuoverci non ci sorprende.

Il romanzo termina poco oltre.  Nell’edizione BUR del 2004 vi sono inseriti anche dieci brevi racconti.

Maria Carla Tartarone, marzo 2012

 

 

 

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