Al Blu di Prussia

in mostra  trentadue opere di

Giuseppe Manigrasso

 

 

 

Giuseppe Manigrasso: alcune sculture  di Teste note in Galleria

 

Al Blu di Prussia  le sculture di Giuseppe Manigrasso (Taranto 1947) si snodano lungo le pareti della Galleria, mentre nella Sala Conferenze scorre il Video di Bruno Aymone che ci illustra il poeta, l’architetto, il pittore, lo scultore. Nel Catalogo ce lo raccontano Mario Franco e Diana Gianquitto. Egli parte da visioni spaziali, da territori desertici, da materiale mediterraneo da plasmare in  avvolgimenti terrosi, architetture terrose poggiate su progetti urbanistici, un collage di carta, creta e disegno geometrico. Si sposta poi verso sculture antropomorfe in precise realizzazioni. Anche qui è evidente il  progetto: le linee dei suoi disegni, scarne, astratte hanno intriso il  colore a definire l’immagine appena sbozzata, un’immagine come un appunto da concretizzare nella creta vivace dei suoi personaggi quasi sempre amici, uomini e donne di cultura o in vista sulla cronaca.  Lo scultore cominciò col mettere in mostra le sue opere nello Studio di Lucio Amelio nel 1968 e le ha esposte a Spoleto, Firenze, Venezia, New York, Lima e Sidney dove anche teneva seminari  sul design negli Istituti Italiani di Cultura. Tornato a Napoli nel 1980, fonda la rivista Aura (arte urbanistica architettura ) ed entra poco dopo a far parte del “Piano del Colore” del dopoterremoto. Ripresa a pieno tempo la sua scultura lo abbiamo visto al Pan in “Giuseppe Manigrassi nell’arte d’avanguardia napoletana” attraverso le immagini fotografiche di Fabio Donato nel 2007.

 

 

Giuseppe Manigrasso: il colore e la linea

 Archittettura e progetto urbanistico

 

 

I suoi busti, anzi le sue teste, risultano vivi, non scaturiscono certamente da una mano quieta, ma da un tocco rapido e vivace, da una visione ironica del personaggio: la creta si arriccia, si fa maiolica e si colora talvolta un poco, non c’è nulla di classico nel racconto dell’immagine eloquente, contemporanea che si potrebbe immaginare scaturisca nello spazio di una conversazione animata se non fosse per la consapevolezza della fatica dello scultore ad aggiungere riccioli di creta e a cavare sorprendenti personalissime espressioni. 

 

 

 Maria Carla Tartarone, gennaio 2012

  

 

 

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