Alla Galleria “Il tempo ritrovato”

di Roma

in “Il linguaggio specchio della società”

espongono

 Ariela Bohm, Patrizia Molinari ed

Eduardo Palumbo

 

 

 

Eduardo Palumbo, “Intorno aria dorata”, acrilico su tela, 70x50, 2006

 

“ Il linguaggio specchio della società” è il titolo della collettiva esposta dalla Galleria “Il tempo ritrovato” che affida a tre artisti la visione del mondo contemporaneo guardato da un’angolazione figurativa o astratta, ma fortemente espressiva degli aspetti estetici ed etici della società.  Con l’inaugurazione, il 3  marzo, c’è stato un incontro sul tema “Il linguaggio musicale”. Al termine della mostra, il 24 marzo, ci sarà un incontro sul tema “Il linguaggio specchio della società”.

I tre noti artisti, Ariela Bhom, Patrizia Molinari, Eduardo Palumbo, esprimono attraverso le loro particolari maniere ciò che il mondo di ieri ha costruito per noi tutti e ciò che oggi possiamo costruire.

Ariela Bohm ci trasmette, in una sorta di ritrovamento archeologico, attraverso i suoi graffiti su metallo, la ricerca di un comune mondo primario.  E’ un motivo quello dell’esplorare il passato che accomuna oggi molti artisti e letterati e che può dirsi caratterizzi gli inizi di questo terzo millennio. Ne è testimone l’opera  “Etimorfologia” in cui le lettere dell’alfabeto, come in “All’alba della scrittura” del 2003, sono incise a significare, nella loro libertà infinita, la comunione di un principio, di un linguaggio universale.

 

 

 

Eduardo Palumbo, “Nella luce con il vento”, acrilico su tela, 70x100, 2005

 

Patrizia Molinari è un’artista che vive profondamente il suo tempo, le sue belle immagini, cui si frappongono scritte significative, rivelano le sue origini nell’arte concettuale. Il messaggio è doppio: quello formale dei fiori e quello concettuale delle parole che ammoniscono e indirizzano il fruitore alla riflessione. Il suo è un invito intenso e piacevole: etico ed estetico. Ne è un esempio l’opera “Omaggio a Mario Luzi” del 2012.

Infine Eduardo Palumbo, che, nato a Napoli nel 1932, festeggia quest’anno un compleanno importante.  Allievo dell’Accademia, negli anni Cinquanta, fu testimone della ripresa napoletana del dopoguerra,  quando, seguendo da vicino Piero Dorazio vide i primi anni di “Gruppo Sud”  che raccoglieva i giovani decisi e attivi, uniti fino al ’49,  quando si divisero in due correnti:  l’una, astratto-concretista  di Barisani, De Fusco, Tatafiore e Venditti e  l’altra che riprendendo il percorso delle avanguardie del primo Novecento, postcubiste, futuriste e realiste, raggruppava De Stefano, Florio, Gargiulo, Lippi, Montefusco, Starnone, Tarchetti e Ricci. Palumbo ereditò la cultura di questi maestri e, compiuta l’Accademia di Belle Arti in cui si avvalse, come altri presenti nel gruppo, dell’insegnamento di Emilio Notte, scelse la via del Futurismo Geometrico vivificato da un intenso colorismo. Tendenza sempre perseguita ancora nelle ultime mostre: “Effetto Futurismo” del 2009 all’Aquila, e la prestigiosa antologica alla Reggia di Caserta dello stesso 2009, in cui espose i suoi “Aviogrammi”,  “spazi geometrici non euclidei” come egli li definì, assieme ad opere risalenti al 1957; infine nel 2010 ad Anacapri nella Galleria “Studiò” di Giovanna Simonetta in una collettiva con il geometrismo di Dorazio e l’informale di Corpora.

Le sue opere hanno sempre espresso, come dettava il Futurismo geometrico,  movimento di linee, colore e ritmo,  in una cadenza sempre più ritmata, fino a realizzare  una crescente musicalità che il maestro ha trasfuso nelle sue opere traendola  da  capolavori musicali così intimamente sentiti da  dedicare ai loro autori le sue opere.  Ciò può evincersi nel ciclo del 2006 “I segni della Musica, omaggio a nove maestri”, espressioni pittoriche evocative di cui fanno parte “Dvorack: danze slave” e  Bartoòk: il mandarino cinese” ed altre ispirate ad altri musicisti.

Oggi la critica non riesce a trascurare quest’aspetto interessante dell’arte di Palumbo, ma non si possono  dimenticare le tendenze ispiratrici che hanno costituito le origini dell’arte di questo maestro e la sua maniera: come ho già scritto la tendenza astratto-geometrica, oggi in decisa espansione in campo internazionale, che ben esprime e sublima la contemporaneità, fa risalire le proprie origini agli inizi del Novecento con contributi fondamentali del Raggismo di Larionov, del Suprematismo di Malevic e del Costruttivismo di Tatlin cui si agganciò negli anni trenta il  gruppo  di “Cercle et Carrè” fondato dal critico Seuphor e dall’argentino Torres Garcia a Parigi dove si trovavano l’ungherese Vasarely e Calder che ispirato da Picasso trasferì nel  filo di ferro e nello spazio le sue espressioni geometriche.

Più tardi, negli anni quaranta,  tra  Milano e Como si formò il M.A.C.  cui aderì il “Gruppo Sud” napoletano con Barisani e Tatafiore. Negli anni cinquanta  nacque in Argentina il “Madi” fondato da Carmelo Arden Quin che vedeva nei suoi precursori Kandinsky, Klee e Mondrian. Trasferito in Italia Arden Quin, la corrente geometrica vi si rafforzò e nacque per opera di Salvador Presta il “Madi Italia” nel 1984. Naturalmente questa corrente vide convogliarsi in sé molti gruppi nel tempo. A Roma  con Savio e Uncini si formerà il “Gruppo Uno”.

A Napoli abbiamo visto recenti mostre come “In forma geometrica”  (a Castelnuovo, 2009) e   “Tracce Segniche” (Castel dell’Ovo, 2009) e “Madi oltre la geometria” al “Blu di Prussia”. Eduardo Palumbo, oggi uno dei protagonisti, continua questa ricerca con la sua straordinaria espressività lirica e musicale.

 

Maria Carla Tartarone, marzo 2012

 

 

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