Alla Galleria ‘ISI Arti Associate’

Mark Steven Greenfield

con “BLACKATCHA…once again”

 

 

Mark Steven Greenfield,  Ritratto di ‘Menestrello’ con inserto di parole

 

Alla nuova Galleria “ISI Arti Associate”, un nuovo spazio per intrattenersi anche a cena,  sono state in mostra le opere di Mark Steven Greenfield. L’artista,  nato a Los Angeles nel 1951, espone soprattutto in America ma è per la seconda volta a Napoli. Presentando la sua nuova mostra ”Blackatcha…once again” in video-conferenza, ha spiegato l’essenza del suo racconto estetico gravido di particolari storici drammatici: tutti conosciamo la storia difficile degli Africani d’America, quanti anni (egli mette in rilievo il periodo dal 1840 al 1900) di derisioni, di sfruttamenti, di soprusi abbiano dovuto subire quelle popolazioni ivi forzosamente immigrate.

L’artista analizza in particolare il periodo che corrispose alle umiliazioni provocate dai bianchi che scimmiottavano i neri nelle loro abitudini quotidiane, nei loro canti, dando piccoli spettacoli di satira insignificante ed incolta, attori bianchi ‘menestrelli’ molto apprezzati dai connazionali, ma penetranti nell’offesa dell’orgoglio della popolazione afroamericana.

 

 

 

 

 

Quadro ad olio in bianco e nero con prelievi di oggetti, dischi: è l’età del Jazz

 

 E ci ricorda di quanti preconcetti o di quanta malvagità sia capace l’uomo verso l’estraneo, il diverso. Le opere arrivano nel racconto agli albori del Novecento immediatamente prima che l’arte, la musica, la poesia di quel popolo venissero finalmente accolte e imitate dai grandi musicisti americani ed europei, partendo dal Ragtime, prima forma embrionale di Jazz fino al primo disco              jazz “Livery Stable Blues” del 1917, ad opera di un complesso di soli bianchi, l’ ”Original Dixieland Jass Band”. Non solo ma anche i pittori si ispirarono all’arte africana, in primis Picasso e i letterati celebrarono in letteratura la loro musica: è il caso di Francis Scott Fitzgerald in “Il grande Gatsby” del 1925; anche il primo film sonoro  diretto da Alan Crosland “Il cantante di jazz” del 1927, interpretato dal bianco Al Jolson, esaltò quella musica e propagò quella cultura oggi intrinsecamente connessa a quella degli immigrati bianchi del diciottesimo secolo.

L’opera di Greenfield  non solo attrae per le riflessioni etiche e storiche ma naturalmente per la realizzazione estetica. Egli si serve della fotografia, dei grandi ritratti di quei ‘menestrelli’ con il loro strumento fra le mani: sono vecchie fotografie ottocentesche dai colori bruni, riutilizzate  con l’innesto di lettere stampate proprio delle avanguardie del primo Novecento dal Futurismo, al Dada, alla Pop-Art.  Altra tecnica utilizzata dall’artista è quella data da una pittura ad olio bituminosa su tela o tavola, in cui i bianchi e i neri drammatici, alternati negli sfondi e nei volti grotteschi scimmiottanti le fisionomie dei neri, investono anche alcuni prelievi di oggetti introdotti nel quadro a precisare il racconto; e vi è insito il ricordo del fumetto.  L’ultima tecnica utilizzata mette in rilievo invece uno stato d’animo ben diverso: introduce il colore e un nuovo supporto, fogli trasparenti di plastica rigata utilizzata nella grafica contemporanea. L’opera appare composta di più strati, da tutti gli elementi che costituiscono la cifra stilistica dell’artista: la base scura, il contrasto tra il bianco e il nero, la fotografia, il fumetto, il colore imprevisto e leggero e un supporto nuovo, i fogli di plastica rigata su cui infine Greenfield stende a inchiostro leggere linee alla Mirò. Il quadro oggi mostra il superamento del dramma di centocinquanta anni di storia e appare, nel gioco degli elementi, una sintesi rasserenata del percorso dell’artista.

 

Maria Carla Tartarone, marzo 2011