La Fotografia

dalle origini  agli albori del Novecento

nell’Archivio del Banco di Napoli

prima parte

 

 

Ubaldo Albanese, ritratti in miniatura di Umberto I e della Regina Margherita, tempera su avorio, 1870

 

La camera oscura veniva già descritta da Aristotele nel IV secolo avanti Cristo e molto più tardi l’arabo Al Hazen, considerato l’iniziatore dell’ottica moderna, nella prima metà dell’undicesimo secolo elaborava suoi studi poi tradotti dal polacco Witelo (Vitellione) a metà del tredicesimo secolo.

Nel 1292, Guglielmo di Saint Clode tornò a parlare di camera oscura per studi astronomici, ma un riferimento fondamentale  fu Leonardo col suo “Codice Atlantico” (una raccolta di scritti e disegni elaborata tra il 1478 e il 1519)  cui si volsero studiosi contemporanei  come  Luca Pacioli che trattò della camera oscura nel suo “ De Divina Proportione” nel 1509 ed il fisico olandese G. Rainer Frisius  che osservò nel 1544 un’ecclissi di sole attraverso una camera ottica. Quindi quando Giovan Battista della Porta nel 1558 lanciò da Napoli la camera oscura come elemento essenziale  nello studio della prospettiva in “Magiae Naturalis sive de miraculis rerum naturalium” e Daniele Barbaro nel suo “La Pratica della Prospettiva” del  1568 raccomandava una camera oscura con lente biconvessa nello studio della prospettiva, la camera  fu stabilmente utilizzata dai pittori di paesaggio nella impostazione dei quadri con problemi prospettici: tra i primi furono Canaletto e poi  Vermeer, Crespi, Guardi, Vernet, Ruskin…

Vi furono artisti e critici che polemizzarono sulle immagini della camera oscura: Hogarth la respinse come una limitazione, Reynolds temette per la perdita di supremazia dell’immaginazione, il fisico olandese Gravesande mise in guardia gli artisti dalla prevalenza delle ombre. Successivamente Francesco Algarotti  nei suoi “Saggi sulla pittura” del 1764 la sostenne fortemente e  si  giunse al punto in cui il sogno di molti era poter fissare l’immagine direttamente sulla carta senza intervenire col pennello.

 Finalmente nel 1822-23 Luis Jaque Mandé Daguerre realizzò il sogno presentando un diorama che stupì per la tecnica illusionistica. Cominciò così una fervida gara  tra Daguerre (che dal diorama arrivò al dagherrotipo) e   Joseph Nicéphore Niepce (che partito dalla litografia arrivò alla eliografia) che giunsero ad associarsi nel 1828. Si provarono in questa gara anche William Henry Fox Talbot letterato, archeologo e fisico  che nel 1832 giunse alla scoperta della camera lucida da lui  chiamata “calotipo” e Hippolite Bayard  che nel 1839 riuscì a realizzare immagini su carta conosciute a Parigi come “dessin photogène”: queste furono le tappe del lungo percorso che avrebbe condotto alla cinematografia. 

Le conseguenze di queste scoperte furono sconvolgenti per i pittori contemporanei, sia che ne fossero affascinati per la diversa visione del mondo che ne derivava, sia che fossero preoccupati per la riduzione delle loro prospettive di lavoro; naturalmente ciò riguardò i pittori ritrattisti ma soprattutto i miniaturisti ed i litografi.

A Napoli la fotografia giunse presto, accolta con lo stesso entusiasmo, generando i medesimi problemi. Tra le prime pubblicazioni che accennavano alla fotografia, non ancora nel Regno ufficialmente affermata, fu l’”Album scientifico, artistico, letterario”, edito da Borel e Bompard nel 1845, che pose nell’elenco degli artisti interessati alla fotografia Michele Albanese, pittore di miniatura ricordato anche dal marchese fotografo Antonino Maresca di Serracapriola, Carlo La Barbera “pittore con studio” citato  poi  nel “Giornale delle due Sicilie” nel 1851 come fotografo, Adolphe di Parigi, pittore che nel suo studio in via Chiaia  123  eseguiva “ritratti rassomiglianti all’ombra col bello e cattivo tempo, al prezzo di una piastra; al di sopra insegna il modo per fare i ritratti”, chiaramente fotografici, date le condizioni descritte (infatti poco più tardi venne citato da Piero Bacchetti in “Fotografi e fotografie in Italia “ (1839-1880) come autore di un ritratto fotografico eseguito il 15 luglio 1845, in data  assai vicina alla nascita della fotografia in Europa,  nel 1839). 

In questo excursus si può quindi cogliere il rapido trasformarsi di alcuni artisti in fotografi per esigenze di mercato, o forse soltanto per entusiasmo verso la nuova forma d’arte.

 

 

Chauffourier, Piazza Dante, lastra al collodio, dopo il 1872

 

Il “Giornale del Regno delle due Sicilie”, nr. 45 dell’anno 1851 (collezione conservata nell’archivio del Banco di Napoli), nella rubrica quotidiana “Varietà” accoglieva accurate spiegazioni tecniche di Vittorio della Rovere per ottenere “immagini su lamine  dagherriane che non fanno specchio e se si vogliano molte copie…è indispensabile servirsi di matrici negative fatte su lastre di cristallo col metodo di Niepce di Saint Victoire…” (pag. 179 e seguenti). Lo stesso Giornale nello stesso 1851, nei numeri 77 e 97 (maggio e giugno) riferiva a più riprese notizie ricavate dal “Costitutionnel” sulla Esposizione di Londra che si svolgeva “in un padiglione poggiato sopra migliaia di colonne di ferro fuso” (era il successo dell’architettura in ferro) e ne illustrava  il  “Catalogo Ufficiale”, dando notizia  anche della presenza copiosa di espositori romani e sardi.

 Nel numero 204, la rubrica “Varietà”, 20 settembre, tornava sulla Fotografia con una notizia a carattere pubblicitario: il fotografo Francesco La Barbera, (figlio di Carlo?) il cui studio era sito a Trinità Maggiore 29, “a prezzi discreti esibisce  dagherrotipi alla foggia di Francia e di Vienna con gli ultimi miglioramenti ed insegna quest’arte a perfezione anche su carta in poche lezioni”.  La Barbera era in grado di eseguire ritratti a colori ma vendeva anche macchinari aggiornati.

Nel Regno altri documenti  coevi rivelano la reazione critica di pittori, scultori, litografi e miniaturisti che dovettero adeguarsi alle richieste dei clienti e trasformarsi in fotografi.  In particolare, per quel che riguarda la crisi dei miniaturisti, il marchese Antonino Maresca di Serracapriola, cultore della fotografia, ricorda in “Pittori da me conosciuti” che Michele Albanese, noto miniaturista era impressionato dall’operatività della fotografa madame Matilde Grillet (presente a Napoli tra il 1860 e il 1874 con uno studio a  Santa Lucia), che  aveva messo  in voga ritrattini a mezzo busto come medaglioni su piccoli cartoncini, le famose ”cartes de visite” già inventate e diffuse dal notissimo André Adolphe Eugène Disderi a Parigi, dove avevano eclissato la pittura miniaturistica che praticamente sparì attorno al 1860.  Michele Albanese, assai noto per le sue miniature si ridusse ad acquarellare  le fotografie della Grillet, come il figlio Ubaldo, anch’egli miniaturista, che acquarellò dopo il 1870 alcune fotografie ricordi di famiglia dello stesso marchese di Serracapriola, pur continuando la sua arte per rare commesse, tra le quali emersero un “ritratto” di Ferdinando II di Borbone conservato nel Museo di San Martino  e due “ritratti” sempre in  miniatura, datati 1870, eseguiti a tempera su avorio, di Umberto I e della Regina Margherita in età giovanile, conservati nel Museo Pignatelli Cortes. Di questo artista miniaturista e fotografo, che segna tangibilmente il passaggio tra le due arti, si conservano ancora due ritratti  in miniatura nel Museo Correale di Terranova a Sorrento.

Ben presto  dunque a Napoli  e in Campania fu un fiorire  di Studi Fotografici.

Nel 1871 un censimento effettuato dall’Ufficio di Statistica Napoletano individuava in Campania un’industria fotografica rilevante: 49 Stabilimenti Fotografici, anche se spesso materiali ed apparecchiature provenivano dal nord d’Italia come può riscontrarsi in Alessandro Betocchi “Forze produttive della Provincia di Napoli” (De Angeli, II volume, Napoli 1874). Antonio  Betocchi si diffondeva anche sulle paghe degli operai specializzati, sui prezzi moderati rispetto al nord con la conseguente cospicua esportazione e sulla qualità  affidata a fotografi di rilievo; tra i quali, negli anni Sessanta e Settanta si distingueva  Alphonse Bernaud con studio  a Firenze, a Livorno e a Napoli  nella Villa Comunale, (dov’è oggi il Circolo della Stampa) che aveva eseguito  anche ritratti dei Borbone conservati nella Reggia di Caserta; ed insieme Giacomo Arena,  Raffaele Ferretti, Carlo Fratacci, la onnipresente Grillet, Luigi Lamarra (premiato con medaglia d’argento alla VI Esposizione Promotrice di Belle Arti del 1869), Giorgio Sommer e poi i Riva e Achille Mauri, successore di Alphonse Bernaud, che eseguiva nel suo stabilimento finanche  gigantografie (cm. 2,20 x 1,25),  di tutti fornendo, con i nomi, gli indirizzi.

 

 

Chauffourier, S. Francesco di Paola, lastra al bromuro, dopo il 1885

 

E nel 1875 la “Guida Almanacco di Napoli e dintorni”  elencava ben 57 nomi di fotografi destando curiosità per le Istituzioni coinvolte  e per le specializzazioni raggiunte.

Nell’elenco della “Guida e Almanacco”  figurano  ancora gli stessi personaggi emergenti con qualche precisazione aggiunta: Carlo Fratacci, ricordato anche da A. Maresca di Serracapriola in “Pittori da me conosciuti”, (Giannini, Napoli 1936), considerato tra i primi fotografi operanti a Napoli, insieme ad Alphonse Bernoud, Roberto Riva, Giacomo Arena, Matilde Grillet e Luigi Lamarra che era specializzato nella riproduzione di quadri (premiato alla VI Esposizione promotrice di Belle Arti a Napoli con medaglia d’argento nel 1869).

 Alla Guida era allegato un “Album di annunci speciali” per ciascuna annata, in più di settanta tavole: una pubblicità in lingua italiana e francese, che doveva essere certamente costosa ma a cui non rinunciavano, con ricercate inserzioni, molti fotografi con annunci di brevetti e di privative (già nel 1855 Gaetano Nobile aveva acquisito un diritto di privativa “per il metodo stereotipo con tavolette di carta convenientemente preparate”), mescolati ad altre attività commerciali: di litografi, incisori e artigiani specializzati ma anche di manifattori di coralli, di orologiai, di costruttori di strumenti musicali, di costruttori di carrozze a Monteoliveto, di fabbricanti di valigie e oggetti da viaggio, di guanti, di pellicce, di carte da gioco, di bottoni, di ombrelli, di letti in ottone e ferro,  di fabbricanti di tessuti, di calze e maglie ma  anche pubblicità di biblioteche circolanti: era nota la ditta Detken e Rochol, sita in un terraneo del Palazzo della Prefettura che pubblicizzava “libri, fotografie, musica, biblioteca circolante e ligatorìa”.

Può incuriosire la pubblicità, in tutta evidenza su queste tavole, spesso in carateri gotici e in lingua straniera di alcuni Studi Fotografici :

Raffaele Benedetti, in via Chiaia 171, eseguiva “ritratti a doppio fondo lucido. Sistema Crozat. Specialità in fotografia a sistema carbone, eseguito solo nel detto Stabilimento”;

Michele Bovi, in via Roma Palazzo Volpicelli (partecipò con successo alla Esposizione Generale Italiana del 1884);

N. Del Monaco, “Fotografia Vesuviana”, strada  San Biagio dei Librai, n.8;

Raffaele Del Vecchio, in via Tribunali, n. 290, citava le sue “specialità e novità. Gruppi fotografici delle Facoltà scientifiche della R.Università”;

L. Majolino, con sedi al Chiatamone  e a San Giuseppe a Monteoliveto, n.21, si diceva allievo della nota Matilde Grillet e  pubblicizzava in lingua francese le sue creazioni: ”Portraits, vues, collections dès fresquès de Pompei en photographie et en litographie”;

Achille Mauri, successore di Alphonce Bernoud, “fotografo di S.M. il Re d’Italia, Grande Stabilimento Fotografico in via Roma 256, Palazzo Berio”;

Francesco Pesce, “Fotografia Ercolana”, sito in vico del Nunzio a Toledo n. 4.

Eugenio Tulelli, premiato da S.M. il Re d’Italia, pubblicizzava i suoi “Stabilimenti di Fotografia Universale” siti al Carminiello e in viaRoma al n. 62. 

La ripetuta attenzione a questa nuova branca dell’arte non si ferma qui ed altre pubblicazioni costruiscono  la storia della fotografia a Napoli. Nella seconda parte dell’articolo saranno riportate.

 

Maria Carla Tartarone, marzo 2012

 

 

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