Al Palazzo delle Arti, PAN

 Fractals & Other

di

Bruno Di Bello

 

 

Bruno di Bello, “AbaoAqu”, 2011

 

 Ha chiuso al PAN la mostra  di Bruno di Bello “Fractals & Other” a cura di Maria Savarese e di Mario Franco.

Di Bello è un artista napoletano che alla fine degli anni Cinquanta si inserì  nei gruppi giovanili di ricerca più interessanti; fu inoltre tra i fondatori del Gruppo ’58 con Biasi, Del Pezzo, Fergola, Luca (Gianni Castellano) e Persico.  Del 1962 è la sua prima Personale alla Galleria 2000 di Bologna in cui risulta  chiaro il divario dai suoi colleghi napoletani per la sua ricerca astratta. Nel 1966 è ancora a Napoli in mostra da Lucio Amelio, ma l’anno successivo si trasferisce a Milano. Nel suo studio sperimenta l’uso della camera oscura con un’analisi attenta delle correnti di inizio secolo che maggiormente lo interessano (Duchamp, Man Ray, Klee, i Costruttivisti ed il Bauhaus ai quali si riferirono pure i matematici B. Laposky e  M.Frank, dopo la nascita del digitale nel1950,  per gli iniziali esperimenti)).

 Nel 1969 espone alla  nuova Galleria Toselli di Milano  (già Galleria Nieuburg),  fondata nel ‘67, ed alla Galleria Bertesca di Genova nel ’70; nel 1971 alla Galleria Marconi di Milano con una installazione di stampo concettuale: 26 tele fotografiche raffigurano la scomposizione dell’alfabeto. Negli anni continuano, fino al 1981 le mostre con ritmo biennale da  Marconi. Nel frattempo espone in Europa: nel 1974 alla Galleria “Art in Progress” di Monaco ed alla “Kunsthalle” di Berna; nel 1975 all’International Cultural Center, I.C.C. di Anversa. Nello stesso ’75 espone alla “Galleria Plurima” di Udine e nel 1977 alla Galleria di Lucio Amelio a Napoli.  Le sue immagini da analitiche sono diventate sintetiche: grandi segni neri si svolgono su fondi bianchi ”realizzando una elementare scrittura di luce” che espone  nel 1978 alla “Galleria Rondanini” di Roma e nell’estate del 1980 in una grande tela per il Festival  dei due Mondi a Spoleto.

Nel 1980 realizza altre opere fotografiche: in primo piano figure proiettate come ombre sullo sfondo trattato a pennello. Tra queste  l’opera “Apollo e Dafne nel Terremoto” eseguita per la grande mostra “Terrae Motus” di Lucio Amelio esposta prima ad Ercolano, a Villa Campolieto, e poi al Palais Royal di Parigi, ora conservata alla Reggia di Caserta.  

Sue opere si trovano al Museo d’Arte Moderna di Mexico City, al Museo di Dortmund, al Museo Boymans di Rotterdam ed alla Galleria d’Arte Contemporanea di Parma. Negli anni a seguire dirada le sue mostre preso dalle sue  ricerche nell’ambito della fotografia digitale.

 Tra dicembre 2010 e gennaio 2011 lo abbiamo visto  al PAN  in una collettiva di artisti: Di Bello,   Carlo Alfano, Sergio Fermariello, Nino Longobardi, Gianni Pisani ed Ernesto Tatafiore nel gruppo dei sei momentanei fuggiaschi dalla Reggia di Caserta dove sono conservate tutte le opere della Collezione Amelio. Qui di Di Bello si è vista l’opera ”Apollo e Dafne” del 1985.

 Quindi Bruno di Bello, dopo le esposizioni a cura di Maurizio Siniscalco e di Mario Franco nella Certosa di Capri e al MAC di Niteròi, a Rio de Janeiro, è tornato a Napoli esponendo al PAN le sue opere.

Nella ultima mostra al PAN, curata da Mario Franco e Maria Savarese, oltre alla grande opera creata appositamente per questa esposizione, “AbaoAqu” che prende il nome da una creatura fuggevole, nascosta nella torre di Chitor, descritta da J.L. Borges e M. Guerrero nel “Manuale di Zoologia Fantastica” del 1957, l’artista presenta cinque grandi trittici composti da quindici stampe digitali su tela ed anche, in formato ridotto, gli studi per la loro realizzazione. Le grandi tele stampate sono frutto di modelli matematici  e dell’incontro di geometrie fantastiche create dai frattali.

 

 

 

 

B. Di Bello  uno dei grandi Trittici in mostra al PAN

 

“Ho sempre seguito le teorie del matematico Benoit Mandelbrot -dice l’artista- prima che esistessero i computer egli sosteneva che le forme in natura possono essere spiegate con formule matematiche. Ed è questo che ho voluto sviluppare. Il computer produce delle scale cromatiche, io seleziono i colori, interseco le linee e quando l’immagine mi piace stampo su tela.”

Quel che attrae è la grande modernità di questo pittore che dopo un cinquantennio di attività presenta elaborati artistici ottenuti con una tecnica di avanguardia, il digitale, creando raffinate opere estetiche dagli eterei colori.

La ricerca dell’artista è giunta a tal punto che anticipa, con la tecnica digitale anche da altri sperimentata, un filone di ricerca che prenderà varie strade,  e darà avvio certamente a nuove correnti, così come avvenne più di un secolo fa quando si diffuse la tecnica fotografica da cui anche Di Bello ha preso l’avvio.

 L’inizio della produzione digitale dell’artista si fa genericamente risalire al 2005,   quando nel Palazzo dello Spagnuolo, alla Fondazione Morra, nei suoi “Site Specific Works”, quattro proiettori dirigevano su una sfera in movimento immagini in continua evoluzione. Già l’anno successivo, racconta Mario Franco, l’artista elaborava immagini di frattali stampate su carta.

Da quel momento Di Bello fu ispirato a tradurre alcune immagini particolarmente significanti per lui, come la pianta del Museo di Niteròi dell’architetto Niemeyer, in termini di geometrica riduzione infinita, similare a se stessa, realizzata attraverso il computer. “Si trattò  di una immersione nella multimedialità non vista come semplice parco strumenti né come un’area di contenuto, ma come vera risorsa epistemologica, utilizzando nuove geometrie dalle curve spline alle curve di Bèzier, fino ai frattali”, racconta Mario Franco.

 Nella mostra al PAN: agli spettatori ammirati l’artista spiegava: “Innanzi tutto nessun uso del pennello”.

 

 Maria Carla Tartarone, febbraio 2012

  

 

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