A Villa Pignatelli

Un grande fotografo del Novecento

Riccardo Carbone 

 

 

Scorcio di una delle sale in cui sono raccolte immagini liete e mondane del secolo scorso

 

Riccardo Carbone è in mostra a Villa Pignatelli fino al mese di  luglio. Ancora un grande fotografo dopo Federico Garolla in mostra nel 2008 (“In scena e fuori scena”) e dopo Ugo Mulas  (“La verifica dell’arte. Da Marcel Duchamp a Vitalità del negativo”) in mostra dal dicembre 2010 al febbraio 2011, in un sito che viene chiamato ormai la Casa della Fotografia.

È interessante esaminare in parallelo Riccardo Carbone, nato a Napoli nel 1897 e morto nel 1973, e Federico Garolla, nato a Napoli nel 1925, più giovane di quasi trent’anni, che oggi vive a Milano ed amministra il suo prezioso archivio con la figlia Isabella.

Due grandi fotografi napoletani che si susseguono nella rappresentazione di una realtà difficile, carpita nei periodi posteriori alle due guerre in cui entrambi  documentano  l’immagine di una umanità contemporanea povera e sofferente ed il suo versante intellettuale e mondano, storicizzandoli.

Riccardo Carbone inizia il suo lavoro di fotografo negli anni Venti, subito dopo la Prima Guerra Mondiale come collaboratore del Quotidiano Il Mattino diretto da Eduardo Scarfoglio. Il giornale con la partecipazione del giovane fotografo si arricchisce dell’immediatezza propria dell’immagine fotografica che documenta via via gli anni dal fascismo alla ricostruzione del dopoguerra ed al boom degli anni Sessanta, nonché lo scempio urbanistico napoletano di alcuni quartieri come il Vomero. Oggi  le sue intense immagini in bianco e nero svolgono il loro racconto sulle pareti di Villa Pignatelli, quasi un album di famiglia sfogliato di sala in sala a destare i ricordi con immediatezza. I centoquaranta scatti, solo una  piccola parte dell’ immenso archivio curato dal figlio Renato,  documentano gli anni immediatamente successivi alla prima Guerra Mondiale fino agli anni Sessanta; riflettono il neorealismo di quegli anni oggi vivo nel ricordo e negli scritti di alcuni intellettuali italiani che  indagano il periodo storico che comprende l’arco di tempo dagli anni del dopoguerra fino agli anni Settanta per un bisogno di riconsiderazione e di analisi più esaustiva di una parte del Novecento . 

La Fotografia di Carbone  è un documento storico inalterabile che consente una verifica precisa di una parte della nostra storia, così come lo è la fotografia di Federico Garolla che, spostata in avanti negli anni, riprende le immagini contemporanee con lo stesso sguardo attento e compresivo del dolore degli umili e la stessa voglia di esaltare altri aspetti più confortanti del mondo contemporaneo come gli aspetti culturali, la mondanità e la riqualificazione del contesto sociale nel benessere.

Federico Garolla, affine a Carbone sul piano estetico-culturale,  comincia con i reportage di guerra, la Seconda Guerra, sul Corriere di Asmara; tornato in Italia collabora con la Settimana Incom e aggiunge agli scatti i commenti; pubblica su “L’Europeo”, “Epoca”, “Oggi”, “L’Illustrazione Italiana” con efficaci reportages come “Ferragosto in Stazione“La Casa dello Scugnizzo”, “L’Annunziata”. Negli anni Cinquanta Garolla continua a ritrarre la fatica degli umili,  ma si trova nel ‘52 a Parigi per il reportage sulla Giornata di una Mannequin e nel ‘53 realizza un reportage per Schubert e per le Sorelle Fontana nel loro atelier. Poi Garolla dirada la sua attività di fotografo per dedicarsi al giornalismo con documentari e all’editoria e negli anni Ottanta fonda una casa editrice con Mario Monti dedicata a pubblicazioni per Musei.

 

 

 

 

Carbone 1947, il sorriso dei bambini da affidare in partenza per Bologna

e immagini della città sotto le elezioni

 

La interessante mostra odierna,  programmata come le altre in collaborazione con Graziella Lonardi Buontempo ed a lei dedicata, definisce una tappa significativa della fotografia a Napoli nel Novecento che non si è  mai disgiuna dalla realtà sociale rilevandone le numerose problematiche, pur in un contesto visuale splendido.

La fotografia di Ugo Mulas, (nato a Brescia nel 1928 e morto a Milano nel 1973) che debutta nel fotogiornalismo nel 1954, allarga il discorso al versante artistico, come denota il titolo della mostra. Nel documentare il mondo dell’arte contemporanea attraverso la ripresa fotografica di numerosi artisti che frequenta e conosce profondamente e delle loro opere, inserisce la duplice funzione della fotografia nell’ambito dell’arte:  come osservatrice e riproduttrice  e come cretrice di opere d’arte,  funzione oggi più che mai alla ribalta in opere che evidenziano i pixel o attraverso il  video, o mescolando fotografia video e musica (come avviene nel progetto “Arte Italiana in Ascolto” oggi in atto con una collettiva al NCCA di Mosca), per citare solo alcune delle formulazioni artistiche in campo.

 Occorre ricordare che la fotografia  giunse a Napoli presto: fin dal 1845 esistevano molti studi fotografici come attestano i numerosi Annuari, specchi ordinati delle attività produttive del Regno, conservati nell’Archivio del Banco di Napoli. I documenti consentono di ripercorrere il dibattito nel tempo tra arte e fotografia, iniziato  negli anni Quaranta dell’Ottocento, quando gli artisti, soprattutto miniaturisti e litografi, rimasero affascinati dall’arrivo dei primi fotografi in città e presero a sperimentare le nuove possibilità scientifiche e tecniche per cogliere le immagini, abbandonando il ritratto pittorico per la attualissima cart de visite magari ritoccata all’aquerello. Numerosi furono gli stabilimenti fotografici che si aprirono a Napoli con una netta distinzione nelle tecniche e nella qualità a partire dal 1843: Labarbera, Giacchè, Bucci ed anche numerosi stranieri nonché poi gli Alinari che ebbero tre stabilimenti disclocati in vari punti della città. A  conferma di tale fiorente attività, agli inizi non chiaramente distinta dalla pittura,  “L’Album scientifico, artistico e letterario” del 1845 a cura di Borel e Bompard, in cui è inserito “L’Album di pittori, scultori e incisori”, annuncia, tra le pubblicità, la possibilità di farsi riprendere “in ritratti rassomiglianti, all’ombra col bello e cattivo tempo”, peculiarità necessaria ad un fotografo, non certo a un pittore.

 

Maria Carla Tartarone, maggio 2011