Al PAN “I Monocromi per Napoli”

di

Matteo Appignani

 

 

 

 

Matteo Appignani in performance

Matteo Appignani giovane artista  di Pescara (1977) inaugurando  il 27 maggio la sua mostra Dieci colori per Napoli appare in performance, alla maniera dei madonnari,  intento a tracciare  a carboncino su una grande  ruvida tela distesa sul pavimento dell’ampia sala un’immagine  di Napoli: il panorama con l’antico  pino e il Vesuvio sullo sfondo.

Alle pareti scorrono però immagini contemporanee, interpretazioni di Napoli e dei suoi luoghi in colori metaforici, segnati talvolta solo da poche linee essenziali, graffiti leggeri  come scritture che incidono la tela. Su  una base di gesso acrilico ricoperta di smalto lucido  monocromo -nei colori petrolio, bianco, vermiglione, porpora, rosso mattone, oro cupo, nero, verde scuro, viola livido, blu scuro- il pittore trasferisce l’immagine voluta, evocata per quel determinato colore accuratamente disteso. Troviamo un oro smorto su cui risalta l’immagine di San Gennaro con  uno sferico ostensorio rosso cupo. Ogni immagine ha sullo sfondo il Vesuvio ad evidenziare l’idea di “paesaggio” .

 

 

 

 

Smeraldo scuro Centro Direzionale

 

E sono  i colori monocromi,  stesi uniformi a supporto del disegno,  che rappresentano le sensazioni che la città trasmette all’artista, ad essere i protagonisti della sua visione e dell’interpretazione di un determinato monumento o scorcio talvolta appena delineato, talaltra accuratamente trascritto: ad esempio lo smeraldo scuro su cui si disegna il profilo del Centro Direzionale mentre in primo piano emergono le cupole ed i Campanili della città antica:  il colore  rivela un cielo-mare vago di speranza e lascia emergere il contrasto tra il nuovo e l’antico in architettura, il più esplicito tra i tanti contrasti che costituiscono l’animo della città. Sullo sfondo ancora il Vesuvio, il padre e il destino del paesaggio, già terribile nell’aprile del 1944 quando come scrive Malaparte “dopo avere per giorni e giorni squassato la terra e vomitato torrenti di fuoco… avvoltosi la fronte di un sudario di fredde nuvole…si spense”.  E nell’agosto una processione notturna saliva, illuminando il percorso, al cratere a recare offerte votive “per placar la sua collera  e implorarlo di non abbandonare il suo popolo” (Malaparte, “La pelle”, Adelphi 2010).

A osservare da vicino la tela ci si accorge che la stesura monocroma  risulta vibrante di microscopici puntini realizzati con una tecnica somigliante a quella del “punzone”, che produce barbe, o della “punta secca”,  anche per lo strumento adoperato dall’artista come può notarsi nelle immagini del Catalogo, edito da Paparo, alle pagine 8 e 13.

 L’uso di un metallo nella cornice fa altresì pensare all’incisione e la scelta del rame, un metallo associato per la sua lucentezza dagli gli antichi alla dea Venere,  dunque “una magica inquadratura” (come rileva Mario Franco nel Catalogo), ancor più allude ai miti e alle origini della città.

La mostra  di Appignani nasce nella partecipazione  ad un  progetto più vasto,  Emotional Rescue, (dal titolo di una canzone dei Rolling Stones del 1980) iniziato nel 2010 con Vertigini, nell’interpretazione di Firenze, poi proseguito a Lipari, a cui  Michele Bellamy Postiglione, suo concept curator, lo ha stimolato. L’artista libera la sua emozione, si lascia andare alla interpretazione del paesaggio, rivelando la sua anima nella interpretazione dei luoghi che osserva e sintetizza in colore e linea.  E’ il suo modo, da artista  contemporaneo, di interpretare il paesaggio, attento ai retaggi del mito e della storia: il colore unico, inciso appena, esprime un mondo che emerge al variare della luce preciso e drammatico.

 

Maria Carla Tartarone, Giugno 2011