Le  antiche Accademie

del Regno di Napoli

da Alfonso d’Aragona a Ferdinando di Borbone

 

 

 

 Le Accademie napoletane hanno origine antichissima: Alfonso V d’Aragona, il “Magnanimo” fondò “L’Accademia Alfonsina” attorno al 1440 quando, fissata la sua dimora in Castel Capuano (C. Minieri Riccio, “Cenno Storico delle Accademie fiorite nella città di Napoli”, Napoli 1879, pp.17-19), fondò una grande biblioteca trasferita poi in Castel Nuovo. In quelle sale  si riuniva l’Accademia affidata al “principe” responsabile Antonio Beccadelli detto il Panormita che dopo la morte del re la riuniva nella sua casa, il Portico Antoniano, presso il seggio di Nilo. La reggenza passò nel 1471 al Pontano che radunava i convitati nella casa donatagli dal Principe di Teora alla Pietra Santa, o anche  nella casa sul Colle Antiniano (Minieri Riccio, ibidem, pag.19). Alla reggenza, dopo Giovanni Pontano, successero Pietro Summonte, Girolamo Carbone e  Iacopo Sannazaro al suo ritorno dalla Francia, dove aveva dimorato a lungo accanto al re Federico d’Aragona prigioniero degli angioini. Iacopo Sannazzaro,  fu investito  dal Pontano quale principe dell’Accademia col nome di Actius Sincerus (perché attivo e fedele presso il re appena estinto).  Egli attribuì  all’Accademia il nome di “Arcadia”. La fama  dei suoi letterati attrasse umanisti da tutta Italia. Ma la liberalità e la vivacità delle idee che circolavano a Napoli col favore di questa e altre  Accademie coeve, furono contrarie alle ragioni della monarchia spagnola sicché il Viceré Pedro da Toledo (1543 o ’47)  sciolse le Accademie per sospetto di novità religiose e politiche” quando Scipione Capece, ultimo rappresentate della ”Accademia Alfonsina” partì da Napoli per l’esilio (B. Croce “Storia del regno di Napoli”, I° ed.1925; La Terza , Bari 1979, pag.107).

 Più tardi vi fu la ripresa di queste istituzioni e  scrive Croce : “gli incunaboli della nuova cultura risalgono alla seconda metà del Seicento”. Così la prima nuova Accademia venne  fondata nel 1648   nello “Studio” del Viceré Inigo de Guevara conte di Ognatte  col nome  di “Accademia dei Rinnovati” (C. Minieri Riccio,  “Cenno storico delle Accademie fiorite nella città di Napoli”, Napoli 1879). In essa si discuteva  di scienze, lettere e giurisprudenza ed il primo “principe”eletto fu  il giurista Gennaro d’Andrea. Purtroppo presto l’Accademia venne chiusa per la peste del 1656. In Quegli anni erano sorte  la “Accademia degli Strepitosi”, la “Teologica Scolastica” che si radunava nel Duomo dove interveniva spesso il Cardinale Antonio Pignatelli poi papa Innocenzo XII;  nacque la “Accademia degli Intimoriti” che operava  ancora nel 1768 e l’illustre “Accademia degli Investiganti” in cui si discuteva di filosofia e scienze naturali; anche questa Accademia chiuse per la peste del 1656; ma  dopo alterne vicende, la ritroviamo operante nel chiostro  di San Tomaso d’Aquino nel 1695, a celebrare la memoria di Leonardo di Capua esimio socio appena scomparso. Chiusa alla fine del secolo, riaprì nel 1735  pubblicando  “Componimenti per lo faustissimo ritorno da Sicilia della Maestà di Carlo re di Napoli Sicilia e Gerusalemme” in cui tra gli autori è Giambattista Vico. Nacque, attorno alla metà del Seicento, anche la “Accademia degli Incolti” con svariate pubblicazioni tra cui le “Rime” dedicate al Cardinale Albani. Fiorì nello stesso periodo anche  la “Accademia degli Abbandonati” e vi sono notizie, ricorda Minieri Riccio (da me riscontrate anche in documenti d’Archivio)  della “Accademia degli Ottenebrati”, di quella degli ”Agitati” nonché di quella dei “Naufraganti”.

La filosofia che, scrive Pietro Giannone (“Istoria Civile del Regno di Napoli”, I° ed.1723) “sino a quei tempi (in tutto il Seicento) era stata ristretta nei chiostri e ridotta ad alcune sottigliezze di logica e di metafisica, o ad alcuni discorsi vani ed inutili, prese un nuovo lustro dallo studio delle scienze naturali, da un’infinità di nuovi scoprimenti, e dal buon metodo messo in uso per trattarla…le Accademie istituite…contribuirono non poco alla perfezione delle scienze e all’avanzamento della letteratura”.  Fin dal Seicento  nelle Accademie in Italia si fa strada la figura dell’artista viaggiatore che mostra la sua abilità artistica e che diffonde le sue teorie in dotte conferenze dinnanzi ad un pubblico vivace e colto, ne è un prototipo Federico Zuccari principe della romana “Accademia di “San Luca”, cui segue Romano Alberti (1540-1600 circa) autore tra l’altro del “Trattato della nobiltà della pittura” in un periodo in cui veniva svolgendosi la crisi che avrebbe separato le arti nobili dalle così dette “arti minori” (cfr F. Bologna, “Dalle arti minorri all’industrial Design”, Napoli 1980).  Siamo  in epoca manierista  (teorizzata dal  Vasari nelle “Vite” il cui ultimo capitolo è dedicato agli “Accademici del Disegno”) quando è presente la predilezione per le rappresentazioni monumentali, l’invenzione ricca, i nudi perfetti, le abilità virtuosistiche, in lui si riscontra l’aderenza piena al programma accademico. Lo spirito aulico di tale programma pervaderà anche le Accademie Settecentesche di tutta Italia e condurrà al concetto dell’arte formalistico e idealistico che fu poi, a metà Settecento, anche del neoclassicismo. Molte Accademie allora si riunivano negli studi di giuristi e avvocati  che per primi, accolto lo spirito nuovo europeo, sentirono l’urgenza di rinnovare le scienze, la letteratura, la giurisprudenza. Purtuttavia, conservando un costante riferimento alle più antiche Accademie italiane, finirono col cristallizzarsi in un formulario di leggi pedanti ed antiquate in cui anche la nuova cultura restò talora prigioniera, in una impostazione barocca, del compiacimento di modi arcadici, nelle esercitazioni teoriche delle pompose “tornate”.

Le nuove concezioni scientifiche, scrive Croce, per essere espresse avevano bisogno  di un linguaggio più dinamico sicché  questi consessi “tolsero allora gli studi napoletani al vecchiume e all’isolamento in cui giacerono; per essi penetrarono e circolarono a Napoli, i giornali letterari francesi, germanici, olandesi, che dettero a conoscere il grado che altrove avevano raggiunto le scienze e permisero di tenersi informati dei loro avanzamenti”… “Vi furono allora aspre e lunghe controversie in medicina tra galeanisti e novatori, in filosofia tra  scolastici e cartesiani. E poiché i Gesuiti rappresentavano allora tutt’insieme la scolastica, il principio di autorità e il barocchismo letterario, quel moto di cultura fu spiccatamente antigesuitico”.

Attraverso le Accademie si diffondevano le idee dei grandi uomini della cultura nuova che pur impegnati a discutere i principi delle scienze moderne, si dedicavano altresì a composizioni letterarie. Lo stesso  Giambattista Vico (1668-1744) scrive che “spintovi più dall’onore  di essere stato tra tali accademici annoverato tutto applicossi a professare umane lettere”. Egli fu socio di varie accademie: fu tra gli “Uniti”, gli “Oziosi” partecipò alla “Colonia Sebezia, fraquentò la “Accademia del Castagnola” nonché quella degli “Investiganti” attorno a cui si riunivano “i settatori della nuova filosofia   (“Autobiografia” scritta nel 1725, in “Opere”, Rizzoli 1959, pag. 90 e seguenti).  Ma il novero delle Accademie napoletane non si ferma qui: vanno citate le riunioni auliche che si raccoglievano nella grandiosa Biblioteca di Ferdinando Vincenzo Spinelli Principe di Tarsia, nata attorno al 1747, in cui gli intellettuali si occupavano per lo più di fisica newtoniana e di elettricità.   E occorre accennare alla figura di Raimondo di Sangro Principe di Sansevero che tra l’altro partecipò alla ”Accademia dei Ravvivati” con lo pseudonimo di “Precipitoso”  e divenendo poi membro della “Accademia della Crusca” vi assunse il nome di “Esercitato”.

Per quanto riguarda le arti, pittura scultura e architettura il Settecento, durante il Regno Borbonico, fu particolarmente impegnato, assai concretamente, nella “Accademia Ercolanese” e nella “Accademia del Disegno” (fondata da Carlo nel 1752) cui seguirono la “Accademia del Nudo” (1754) e la “Accademia  di Architettura”, nonché le Scuole artigianali degli arazzi, delle porcellane, delle pietre dure, tutte   istituite per tutelare il patrimonio artistico e per formare una classe preparata di artisti e artigiani che venne spesso mandata all’estero a perfezionarsi.  I numerosi fermenti culturali diffusero in Europa il nome del Regno e della sua capitale, per cui, osservava il de Brosses, nel suo “Viaggio in Italia” (1739-1740),  Napoli è la città d’Italia che dia veramente la sensazione  di essere una capitale… tutto contribuisce a darle quell’aspetto esteriore, vivo e animato che hanno Parigi e Londra”. Ma non solo l’aspetto esteriore  a Napoli era  vivo e animato se il de Brosses poteva “ragionar di fisica  con l’Abate Entieri… o con la Principessa di Palombrano, che eccelle anche nella geometria” ...

 

 Maria Carla Tartarone, 8 dicembre 2012

 

 

 

 

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