“Al Blu di Prussia”

Una mostra di fotografia contemporanea


“Venti d’Oriente”

 

 

 

Tiffany Chung, Purple Puddle and Bubble Shooter, 120x150, 2009

 

Dopo l’ormai più che secolare nascita della Fotografia, i contatti artistici tra Oriente e Occidente si sono intensificati. Inoltre sono molti anni che l’Oriente affascina gli occidentali con alcuni aspetti della filosofia Zen, accolti con molto interesse in occidente ai primi del Novecento (la parola “zen” significa meditazione, senza mediazioni, solo ascoltando se stessi, una riflessione su di sé, nella propria coscienza zen che viene paragonata a uno specchio): questi pochi concetti ci consentono di riflettere sulle fotografie esposte “Al Blu di Prussia” in “Venti d’Oriente” a cura di Maria Savarese e Claudio Composti.

Recentemente, sul Corriere della Sera de 12 gennaio 2013, in “Lo zen e l’arte di tradurre l’arte”, il grande critico d’arte Gillo Dorfles, in occasione del convegno “Oriente-Occidente:contaminazioni artistiche e tecnologiche” organizzato presso il Politecnico di Milano, rifletteva su come l’ Oriente esporti, soprattutto attraverso lo zen, la sua arte, considerate le difficoltà linguistiche che ci dividono. A Napoli in particolare abbiamo visto mostre di arte fotografica cinese già al Pan nel 2007 con “La Cina è vicina” e di nuovo al Pan nel 2008 con la mostra“Free Zone: Cina” in cui si esprimevano anche le tendenze pop derivate dal mondo occidentale, mentre un’ampia mostra di arte giapponese, di carattere storico, è stata esposta a Villa Pignatelli, “Fotografia del Giappone”, 1860-1910, nel 2012. La mostra “Al Blu di Prussia” costituisce ora un approccio importante alla contemporanea arte orientale che si manifesta nelle opere fotografiche di quattro giovani artisti di origine orientale che con le loro opere rivelano una cultura antichissima che partendo dalla Cina e dal Giappone si è espansa in tutto l’Oriente: vi sono infatti collegamenti con la tradizione coreana e con quella vietnamita, cui hanno attinto i giovani artisti di varia provenienza, il cui retaggio culturale si rivela nelle loro personalità artistiche. Consideriamo brevemente le loro caratteristiche:

Chan Hyo Bae nato nella Corea del Sud nel 1975, vive e lavora a Londra. Le sue fotografie in cui egli si mostra in vesti femminili su uno sfondo sontuoso, aristocratico, ci lasciano intravedere il desiderio di incorporare quel mondo, di vestirsi di una cultura estranea, per provare se questo nuovo abito possa essere mettibile, condiviso, accettato. Appare una sfida la sua, che provenendo da un mondo diverso, vuole rivestirsi delle sontuosità della tradizione occidentale e provare se si piaccia, se si senta a suo agio: risulta una fotografia perfetta nei particolari, ricca nei colori volutamente calcati e, quel che conta, profondamente ironica.

Yan Yongliang, nato a Shanghai nel 1980, ha studiato al “Fine China Art Academy Institute”, conosce bene le tecniche e le modalità del fare fotografia contemporanea e le utilizza nella composizione della sua unica grande immagine, la visione di un mondo a più strati che contiene sullo sfondo i grattacieli sbiaditi del mondo contemporaneo mentre chiudono l’orizzonte case accoglienti e modeste; in primo piano l’ambiente è abitato da figure femminili della tradizione. Tradizionale è anche il bianco e nero che allude al primo Studio del fotografo Yamamori e alla Scuola a Yokoama di Felice Beato, presente in Giappone già dal 1863.

Loan Nguyen, di famiglia orientale, è nata in Svizzera nel 1980 e vive e lavora a Losanna. Già nota, ha esposto in gallerie prestigiose in Europa e in America L’artista riflette secondo gli insegnamenti della filosofia zen e “mette a punto”, riproduce ciò che vede senza intervenire sul mondo reale. La natura prescelta è lineare: il mare, il prato, la spiaggia, un’architettura geometrica.I colori sono leggeri e chiari.

Infine Tiffany Chung, che nata nel 1969 in Vietnam, è oggi considerata la prima artista di arte contemporanea vietnamita con esposizioni personali dal 1997 in tutto il mondo. Ella, tra l’altro, indaga la cultura e l’arte giovanile vietnamita che sembra continuare la scia americana ed europea dell’arte pop dagli anni sessanta. Nell’opera in mostra appare la rappresentazione della coscienza zen paragonata a uno specchio che riflette le cose così come sono:l’immagine di una donna che si osserva in un liquido specchiante, si costituisce in una linea morbida continua.

Il colore è uno, nella leggera variabilità di toni. Entrambe le ultime due artiste mi sembrano impegnate alla trasmissione di una visione zen che rasserena e che stimola alla riflessione.

 

Maria Carla Tartarone, maggio 2013

 

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