Il Sito di San Leucio

La Colonia, il Belvedere e

 La manifattura dell’Arte della Seta

 

   

 

 Considerato il rinnovato interesse per i Siti Reali con le relative organizzazioni turistiche, ripropongo il ricordo di San Leucio, oggetto di studi d’Archivio per un mio libro edito nel 1997.

Il Sito di San Leucio, proprietà dei Principi Acquaviva d’Aragona che vi avevano costruito già nel XVI secolo lo splendido Casino del  Belvedere, fu acquistato, con l’intero stato di Caserta comprensivo di 23 villaggi, nel 1750 dal re Carlo III di Borbone che intendeva fondare una nuova capitale lontana dal mare. Il Re consultò Luigi Vanvitelli, Custode dell’Accademia di San Luca, sullo stato dei  luoghi compreso il territorio che domina la valle del Volturno per la costruzione di un Casino di Caccia. Luigi Vanvitelli, impegnato nei lavori per la Reggia di Caserta dal 1750,  incaricò Francesco Collecini, suo allievo,  autore anche del progetto di Carditello, di progettare la sistemazione di quel territorio.  I lavori  di bonifica del territorio, i Regi Lagni, erano stati già in parte compiuti da Pedro da Toledo nel XVII secolo ed i Borbone risolsero completamente il problema con lo straordinario acquedotto realizzato dal Vanvitelli  che comportò,  dove fu necessario per l’attivazione delle officine,  anche l’elevazione dell’acqua del Volturno mediante l’uso di trombe a fuoco  importate dall’estero.  I lavori cominciarono quando il re Carlo era ormai partito per la Spagna (1759), per volontà del figlio  Re Ferdinando, con l’elevazione di un muro di cinta (1773) e con la costruzione in cima alla collina del Casino, La Posta del Re con annessa  Cappella, che fu poi abbandonato quando vi morì Carlo Tito, primogenito di Ferdinando.  

Dopo alcuni anni, nel 1778 il re Ferdinando decise di istituirvi una casa di educazione per ragazzi e ragazze, secondo il “sistema normale” sostenuto  da Antonio Genovesi titolare della prima Cattedra italiana di Economia all’Università di Napoli e dai principi liberisti di Celestino Galiani Arcivescovo e Presidente  del Tribunale di Napoli morto nel 1753. Ancora non  era stato iniziato il restauro dell’antica villa degli Acquaviva quando il re promosse la realizzazione della parte più urgente del Progetto urbanistico del Collecini Ferdinandopoli, poi mai completamente attuato:  lungo la strada in salita, la costruzione dei due quartieri San Carlo e San Ferdinando per i lavoranti che arrivarono anche dal nord dell’Italia, in cui ogni casa sarebbe stata  fornita  di tutto il necessario, anche di telai.

Più in alto, svoltando a sinistra, lungo la strada che conduce al Casino Vecchio si cominciò a costruire  una azienda agricola, la Vaccheria, un allevamento che il re volle espandere più tardi anche in Sicilia. E’ in questo sito molto vasto che, nel tempo, venne impiantata prima un’industria di veli di seta poi una fabbrica di calze (1789 circa) e molto più tardi un cotonificio (1820). Nel quartiere venne costruita la Chiesa di Santa Maria delle Grazie che impegnò insieme all’architetto Collecini numerosi artisti tutti chiamati dall’Accademia del Disegno, ad approntare disegni preparatori da esaminarsi per l’affidamento delle opere nella Chiesa. In un fascicolo di dieci disegni, da me ritrovati in A.S.N. Archivio Borbone, (Diversi di Casa Reale, vol. 305, ff. 6-19), sono raccolti gli schizzi preparati dai pittori  in gara:  Cosmo De Focatis, Andrea Celestino, Raffaele Ciappa, F. Lapegna, Raffaele Mattioli, Pietro Saia, tutti impegnati prima o poi nel sito, per i quali sono stati rinvenuti i documenti di pagamentto.  Lo scultore prescelto fu Angelo Solari, seguito dopo la sua morte  da Agostino Valle.  Per i moti del 1799 i lavori vennero interrotti e ripresero nel  1802.  Inizialmente buona parte degli addetti venne alloggiata nel Belvedere,  prima che si facesse il prezioso restauro che prevedeva, nel progetto del Collecini in buona parte realizzato, il raddoppio  degli spazi architettonici.

Nel Belvedere nel 1776 il salone centrale venne trasformato nella Chiesa di San Ferdinando e gli ampi spazi duplicati avrebbero ospitato oltre che l’appartamento reale, quelli dei principali cittadini, una scuola, filanda, filatoi e depositi. Scenografica fu la  realizzazione  di una grande piscina, il Bagno, terminato nel 1786, in forma ovale e con volta a botte e preziosi decori, progettato inizialmente per gli abitanti, ma poi servito soltanto alla Casa Reale. Tale struttura si ispirò ai ritrovamenti delle pitture ercolanesi ed alla tecnica dell’encausto, che diffuso attraverso lo studio degli scritti di Plinio diffusi dal Caylus, aveva attratto molti uomini di cultura ed i viaggiatori che numerosi arrivavano negli antichi siti già dal Seicento (cfr. Cesare De Seta L’Italia nello specchio del Grand Tour, Rizzoli 2014) e che si infittirono dopo i primi ritrovamenti di reperti archeologici nel 1711 a Portici nella Villa D’Elbeuf, acquistata  dal Re Carlo.  Tramite i viaggiatori esperti la tecnica si diffondeva sebbene ai visitatori venisse impedito di schizzare disegni e si imponesse loro di camminare a zig zag. Anche l’arciduca Ferdinando governatore di Milano  nella sua villa di Monza  costruita tra il 1787 e il 1790 adornò  alcune sue stanze con la tecnica dell’encausto.  Tale tecnica fu proposta al re Ferdinando da  Filippo Hackert, pittore insigne, sua è la Lettera sull’uso della vernice nella pittura  del 1787, trasmessaci da Goethe, venuto nel sud più volte, com’era uso alle persone di un certo rango, nei loro viaggi istruttivi, molto legato alla corte borbonica, per la quale  aveva creato spettacolari vedute del Regno.   E’ interessante altresì il ritrovamento nel Giornale Letterario del Regno di Napoli, del settembre 1785, di un articolo, pp.28-34, Su la maniera di dipingere all’encausto richiamato in auge dal Principe di Sansevero (1710-1771). Dunque in quegli anni, era in tutta Europa conosciuta la dipintura a cera delle pareti che nel Bagno ripetevano, come è ancor oggi visibile, le ninfe pompeiane danzanti in  cornici ovali. Le decorazioni pittoriche del Bagno, compiute tra il 1787 e il 1790, furono opera di Carlo Brunelli, che lavorava anche a Caserta, ma le “baccanti”, rovinate dall’umidità, dovettero essere ridipinte nel 1832 da Carlo Patturelli, lasciando intatti gli altri decori. Il Re soggiornava sempre più a lungo a San Leucio, soprattutto negli anni in cui studiava per  realizzare lo Statuto essenziale per i diritti della comunità, sia  quando vi ritornò nel 1816 dopo la permanenza a Palermo. Anche a San Leucio v’erano stati moti e ribellioni, all’arrivo dei francesi, destati soprattutto dalla paura di perdere i beni e le masserizie, ma nel trasporto altrove le cose peggiorarono ed il sovrintendente Domenico Cosmi, tanto stimato dalla casa reale, che aveva dovuto inviare al re in Sicilia, oltre che gli oggetti preziosi, anche alcune delle speciali  vacche che si allevavano in San Leucio,  fu accusato di appropriamenti indebiti, processato e allontanato. Anche le decorazioni nella  Chiesa, interrotti, vennero ripresi mentre alcuni pittori attivi nei lavori, ormai avanti negli anni, ritornarono da maestri in Accademia.

 

 In quegli anni, oltre alle architetture appena accennate,  alle pitture e alle sculture, affascinante è altresì la vicenda  delle origini della manifattura della seta in Italia e in Europa che ho tratto in parte dagli Annali Civili Del Regno delle Due Sicilie (III, 1833, V fascicolo, pp.44-51). Questa storia cominciò verso la metà del VI secolo D.C. quando due monaci di San Basilio Magno, tornati dall’Oriente, riferirono all’Imperatore Giustiniano, cose mirabili dell’arte della seta praticata in India e tenuta segreta. L’imperatore impose loro  di tornare in Asia e portare a Costantinopoli quei  piccoli vermicciuoli che dalla bocca filavano, origine di tanta meraviglia. Così fu fatto e si formò quindi il primo allevamento, e cominciò a tessersi la seta in Occidente. Da allora  quell’arte si espanse anche  in Grecia e principalmente nel Peloponneso. Molto più tardi, nel 1148 Ruggero il Normanno, Re di Sicilia, in lotta contro l’imperatore Emanuele Comneno, che aveva fatto imprigionare alcuni suoi legati, inviati per trattative di pace, si volse contro i lidi di Corcira, Tebe e Corinto, e fatti prigionieri molti lavoranti della seta in quei luoghi, li fece condurre in Sicilia, fondando a Palermo, nello stesso suo Palazzo, le manifatture della seta che lavoravano meravigliosi teli intessuti di oro e pietre. Di poi quelle manifatture,  si espansero in tutta Italia  e divennero famosi i drappi di Genova, Venezia e Firenze. Altri testimoniano che Luigi XI Re di Francia chiamò presso di sé stimati imprenditori  da Venezia, da Genova da Firenze  e  dalla Grecia insediando manifatture nella sua prediletta Tours. Ma nel Regno di Napoli la seta prosperava più che altrove per la qualità dei tessuti e la delicatezza dei colori tanto che  Ferdinando I d’Aragona  proteggeva quei lavoranti  concedendo loro privilegi. Anche l’imperatore Carlo V  confermò  quei privilegi e  creò una corporazione insediata nella città di  Napoli con un traffico fiorente e ricchissimo.

Dopo la conquista del Regno di Napoli da parte di Carlo VIII, le stesse coltivazioni di gelsi e manifatture di seta  vennero insediate anche  a Lione.  In una Prammatica del 1740 di Carlo di Borbone, che intendeva riportare in auge quelle manifatture e crearne, come fece, altre in tutto il territorio delle provincie meridionali, poteva leggersi che  perfino in Messico ed in Perù erano richiesti i drappi di seta tessuti a Napoli.  Vi si legge anche che tali fiorenti industrie straniere ed alcuni errori compiuti nel Regno di Napoli avevano portato ad un decadimento delle manifatture napoletane per cui nel 1751  il re Borbone decise di ripristinare ed ampliare le manifatture e gli allevamenti specializzati in tutto il Regno, esempi Carditello e San Leucio, seguito attivamente dall’erede Ferdinando.

Da La Colonia e il Belvedere di San Leucio, Fratelli Fiorentino, 1997

 

 Maria Carla Tartarone, luglio 2015

 

Condividi su Facebook