Alla Galleria Artiaco

Un fondatore dell’Arte Concettuale

Giulio Paolini

 

 

Giulio Paolini, “Red Carpet”

 

Torna in Galleria da Alfonso Artiaco uno dei rappresentanti più significativi dell’Arte Concettuale, Giulio Paolini; già in mostra nel sito di Piazza dei Martiri: ricordo in particolare la mostra del 2009 intitolata “Questo e/o quel Quadro”.

L’artista nato a Genova nel 1940 e residente a Torino, negli anni Sessanta vedeva nascere intorno a sé dall’arte povera la rivolta concettuale che ben esprimeva il suo pensare. Di quegli anni ricordo un’opera del 1967, “Giovane che guarda Lorenzo Lotto”, una foto (dell’opera di Lotto) su tela emulsionata di cm. 30x24. E’ una delle opere di Paolini da cui forse potremmo partire per illustrare al meglio al fruitore la sua arte concettuale: L’opera spiega come lo spettatore possa credere di riflettersi nell’immagine come “abitante dello stesso spazio e dello stesso tempo” e come la rievocazione di un frammento di immagine, arricchito da citazione mitologica o da memorie del passato, possa per Paolini divenire l’elemento da cui scaturisce la sua rappresentazione artistica.

Oggi, presente in Biennale a Venezia e dopo aver esposto al Maxxi ed al Macro, architetture contemporanee che egli sembra detestare, il ritorno a Napoli lo rinfranca ed ancor più il sito settecentesco, il Palazzo del Principe de Sangro a Piazzetta Nilo, luogo assai significativo delle origini dell’antica Partenope, che ospita le grandi sale della Galleria dove l’artista ha portato le sue numerose ideazioni in parte inedite.

L’Artista ha più volte spiegato, e noi crediamo di intenderlo, che le sue opere sono la visualizzazione di idee in elaborazione, giacché l’opera non sarà mai completamente realizzata, ma sarà la sua idea dell’opera a prevalere e a suscitare un colloquio, tra lui e lo spettatore, mai completamente compiuto. Lo spettatore rimane, dunque, “Sulla Soglia” (è il titolo della mostra del 2013 alla Galleria Giacomo Guidi di Roma ed anche il titolo di un suo libro pubblicato nel 2012) a sbirciare, a tentare di comprendere ciò che l’artista gli suggerisce.

E, difatti, raramente le sue opere sembrano esprimersi completamente, anche se in disegni geometrici e colori, come nella mostra odierna, sempre restando al di là di quella soglia invalicabile che l’artista frappone tra sé, la sua opera ed il fruitore. Appare chiaro come Paolini abbia dietro di sé esperienze dell’arte povera e dell’informale come altri artisti, ad esempio Kounellis, che però è influenzato da un informale materico.

Il nostro artista è altresì preso da esperienze artistiche del passato classico o ancora più remoto. Ciò risulta chiaro in Galleria dove Paolini ha portato anche cinque nuove opere di grande formato attorno alle quali scaturiscono le altre: al centro della prima sala il grande “Red Carpet”: il contrasto tra il rosso della macchia di sangue schizzato sul suolo e il bianco pavimento rileva drammaticità, accentuata dal calco di due piedi bianchi, posti su di un cubo di plexiglas. L’opera rimanda ad un maestro dell’astrattismo, Francis Picabia ed alla sua opera “Saint Vierge II”, ricordando un periodo lungo ed interessante dei primi anni del Novecento, quando emergevano le correnti del “dada” e del surrealismo e Picabia, insieme a Kandinskij, maestro dello “spirituale nell’arte”, sviluppava la sua opera dal dadaismo al surrealismo.

Nell’opera di Paolini, il contrasto tra lo spiritualismo della rappresentazione concettuale ed il titolo, “red carpet” emerge inoltre dalla allusione a tutt’altro mondo, quello mondano del Cinema.

Nella seconda sala la “Villa dei Misteri”, i lavori primari cui il maestro si ispira, esposti tutto intorno alla sala, sono una mescolanza di resti, simboli, miti, pensieri.

Al centro della terza sala è “Senza più titolo” con un insieme disordinato di progetti, bozzetti, trattenuti da una lastra di plexiglas brunito, mentre una sovrastante teca di plexiglas bruno racchiude una piccola scultura in bronzo raffigurante un carabiniere simbolo dell’ordine. Nella quarta sala l’opera centrale è “Promenade” con una serie di opere, dodici momenti, allusive alle passeggiate campane ed ai resti delle case emerse dagli scavi attorno al Vesuvio. Infine, nell’ultima sala, al centro “Terra di Nessuno”, una teca trasparente posta su cavalletto: altro simbolo essenziale nei lavori di Paolini, il cavalletto rappresenta la geometria, la base strutturale della prospettiva, del disegno, del segno, del pensiero; la teca contiene una visione aerea del Vesuvio e frammenti sparsi. Fanno da sfondo, alla parete disegni trapezoidali che sembrano riflettere l’immagine centrale. Dunque una mostra dedicata a Partenope ed alla sua storia, fino ad oggi.

 

Maria Carla Tartarone, 26 febbraio 2014

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